HUNTER BIDEN / I MAXI BUSINESS DEL RAMPOLLO PRESIDENZIALE, DALLA CINA AI QUADRI MILIONARI   

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Una gigantesca bomba ad orologeria piazzata sotto la Casa Bianca. Può esplodere da un momento all’altro. E succederà solo quando Joe Biden potrà essere ‘scaricato’ senza traumi eccessivi, senza che il Potere – quello vero – debba subire troppi contraccolpi. E privando, al tempo stesso, il grande nemico (almeno sulla carta), la Cina, della più formidabile arma di ricatto oggi nelle sue mani.

Si tratta del maxi scandalo che coinvolge Hunter Biden, figlio del presidente Joe, il vincitore alle controverse presidenziali del novembre 2020.

Uno scandalo che la Casa Bianca fino ad oggi è riuscita ad arginare, contando soprattutto sulla complicità di media e social, uniti in una incredibile campagna di ‘cloroformizzazione’ della pubblica opinione.

Ma i tempi, forse, stanno maturando. L’FBI ha raccolto in questi mesi una    montagna di prove che possono scatenare un autentico ‘hurricane’, un uragano. La magistratura, fino ad oggi, ha archiviato tutto quel che poteva sui ‘precedenti’ di Hunter che pure pesano come macigni.

Per quanto tempo, quanti mesi o settimane il ‘silenziatore’ potrà essere ancora azionato?

Il libro di Miranda Devine. In apertura Biden padre e figlio e, sullo sfondo, un quadro di Hunter

Sono sempre più numerosi i cittadini americani che si pongono questo drammatico interrogativo, mentre vedono Kamala Harris già scaldare i muscoli per entrare in gioco: e se lo chiedono soprattutto dopo l’uscita,   tre settimane fa, di un libro-bomba, firmato da una giornalista d’inchiesta del ‘New York Post’, Miranda Devine, e titolato: “Laptop From Hell – Hunter Biden, Big Tech, and Dirty Secrets the President Tried to Hid”, e cioè: “Computer dall’Inferno: Hunter Biden, Big Tech e gli Sporchi Segreti che il Presidente ha  Cercato di Nascondere”.

Più chiari di così….

 

 

 

 

 

 

DUE COLPI DA KO

E’ uscito praticamente in contemporanea (16 novembre) con un altro possente j’accuse firmato da Robert Kennedy junior contro un pezzo da novanta dell’establishment a stelle e strisce: “Anthony Fauci, the Real Story – Bill Gates, Big Tech, and the War for Democracy and Public Health”. Un uno due da brividi per quel ‘Deep State’ che da un paio di decenni, ormai, domina incontrastato negli Usa, ma che adesso mostra le prime crepe e comincia a vacillare.

Ecco come la reporter del ‘New York Post’ presenta il suo j’accuse: “La storia comincia con quel computer dimenticato da Hunter Biden in un negozio di riparazioni Mac in Delaware nel 2019, proprio sei giorni prima che il padre annunciasse la sua candidatura alle presidenziali Usa. E’ la bomba ad orologeria (“the ticking bomb”, nel testo) fra le ombre di quella campagna elettorale. Quegli sporchi segreti contenuti nel laptop (il computer portatile, ndr) di Hunter avrebbero potuto facilmente far deragliare la campagna del padre e appiccare un incendio gigantesco”.

Una miniera di cobalto in Congo

L’autrice continua parlando di una formidabile arma di ricatto, oggi, nelle mani della Cina; della gigantesca operazione di censura operata da Big Media e da Big Tech; dell’immenso archivio di documenti, email, messaggi testuali, foto, registrazioni audio che corrono lungo un decennio e da due anni sono nelle mani di Cia ed Fbi, ed ovviamente della magistratura: tutte prove che più documentali e & clamorose non si può su una sfilza di affari griffati Hunter Biden, che vanno dalla Cina all’Ucraina e “oltre”, scrive l’autrice. Per fare un solo esempio, arrivano fino al Congo e al ‘Blood Diamond of Batteries’ (riecheggia il celebre film con protagonista Matt Damon, ‘Blood Diamond’).

Partiamo allora proprio da quest’ultima scoperta che tira in ballo il solito, ‘avventuroso’ cacciatore d’affari Hunter (nomen omen: ‘hunter’ significa appunto ‘cacciatore’). Una storia appena raccontata in un dettagliato reportage firmato da tre giornalisti: Michael Forsythe, Eric Lipton e Dionne Searcey, scritto il 20 novembre scorso, aggiornato solo pochi giorni fa, il 7 dicembre, e intitolato “Come l’azienda di Hunter Biden ha aiutato a proteggere il cobalto per i cinesi”.

 

BLOOD COBALTO, DAL CONGO ALLA CINA  

Ecco l’incipit: “Il figlio del presidente era comproprietario di un’impresa coinvolta nell’acquisto da 3,8 miliardi di dollari da parte di un conglomerato cinese di uno dei più grandi giacimenti di cobalto del mondo. Il metallo è un ingrediente chiave nella produzione di batterie per veicoli elettrici”.

Prosegue la maxi inchiesta: “Una società di investimento di cui Hunter Biden, il figlio del presidente, era un membro fondatore del consiglio d’amministrazione, ha contribuito a facilitare l’acquisto da parte di una società cinese da una società americana di una delle miniere di cobalto più ricche del mondo, situata nella Repubblica Democratica del Congo. Il signor Biden e altri due americani si sono uniti ai partner cinesi per fondare la società nel 2013, nota come BHR e formalmente denominata ‘Bohai Harvest RST Equity Investment Fund Management Company’. I tre americani, tutti componenti del cda, controllavano il 30 per cento di BHR, una società di investimenti registrata a Shangai. Il resto della società è di proprietà o controllato da investitori cinesi che includono la ‘Bank of China’. Uno dei primi accordi di BHR è stato quello di aiutare a finanziare una società mineraria australiana controllata da una società statale cinese. Ha inoltre assistito una filiale di un conglomerato cinese della Difesa nell’acquisto di un produttore di componenti per auto del Michigan”.

Insomma, una sconfinata connection dentro ad un gioco – è il caso di dirlo – di perfette scatole cinesi, finalizzato a far miliardi di dollari con la pala.

Prosegue la ricostruzione dell’immenso business: “Un’azienda co-fondata da Hunter Biden ha facilitato la vendita di una miniera di Cobalto in Congo ad una società cinese. L’accordo minerario in Congo è arrivato nel 2016, quando la società mineraria cinese ‘China Molybdenum’ ha annunciato che stava pagando 2,65 miliardi di dollari per acquistare ‘Tenke Fungurume’, una miniera di cobalto e rame, dalla società americana ‘Freepor-McMoRan’. Nell’ambito di tale accordo, ‘China Molybdenum’ ha cercato un partner per rilevare una partecipazione di minoranza nella miniera, ‘Lunding Mining of Canada’. Fu allora che BHR venne coinvolta. I registri di Hong Kong mostrano che il miliardo e 140 milioni di dollari di BHR, attraverso le sussidiarie, pagati per rilevare Lunding, provenivano interamente da società statali cinesi. ‘China Molybdenum’ ha raccolto circa 700 milioni di dollari di quel totale come prestiti da banche cinesi sostenute dallo Stato, tra cui ‘China Construction Bank’. BHR ha raccolto l’importo rimanente da società oscure con nomi come ‘Design Time Limited’, una società offshore controllata dalla banca d’investimento di China Construction”.

Ecco, dopo altri vorticosi giri societari, triangolazioni d’ogni sorta e miliardi a profusione, il momento della svolta che si verifica sempre in quel topico 2019. Così sintetizzano i tre reporter investigativi: “Quando BHR ha venduto la sua quota nel 2019, il signor Biden controllava il 10 per cento dell’azienda attraverso ‘Skaneateles LLC’, una società con sede a Washington. Mentre i documenti aziendali cinesi mostrano che ‘Skaneateles’ rimane un comproprietario di BHR, Charis Clark, un avvocato di Mr. Biden, ha affermato che ‘non ha più alcun interesse diretto o indiretto né in BHR né in Skaneateles’. I registri cinesi mostrano che il signor Biden non era più nel cda di BHR dall’aprile 2020. Il signor Biden non ha risposto alle richieste di commento”, formulate dai tre giornalisti.

Ma come la prende il povero Hunter-cacciatore? In che modo reagisce a questo possibile, prossimo tsunami?

 

UN NOVELLO PICASSO ALLA CASA BIANCA

A quanto pare se ne fotte, e si tuffa nell’arte. In quella pittura che – raccontano i suoi agiografi – ha sempre coltivato fin da bambino, con ottimi risultati.

Ma è con la maturità dei 50 anni che il pennello può diventare dorato. E dipingere montagne di dollari.

George Berges

L’esordio, la gran prima va in scena a Los Angeles, 200 invitati doc per lo sfarzoso vernissage, in prima fila il sindaco democratico Eric Garcetti, fresco di investitura come ambasciatore Usa in India, scelto di persona da Joe Biden.

Poi, ad ottobre, una delle gallerie più ‘in’ di New York mette in mostra una quarantina di opere del Maestro. Si tratta di dipinti ad olio, acrilico e inchiostro – fanno sapere gli esperti – disegni e collage: il prezzo più basso   viene fissato a 75 mila dollari; con un massimo, a quanto pare, attestato a mezzo milione di verdoni!

Prestigiosa la location, ossia la ‘George Berges Gallery’ di Soho. Il titolare, George Berges appunto, “è un commerciante che ha forti legami con la Cina”, secondo il ‘New York Post’.

Secondo i critici, “l’Artista, che è attratto da forme figurative astratte, è influenzato dal lavoro basato sui modelli dello psichiatra svizzero Carl Jung. Ama anche gli artisti Yayoi Kusama, Sean Scully, Mark Bradford e David Hockney”. Il primo riferimento, forse, è allo psicoanalista ben noto ai tempi di Sigmund Freud; meno note le sue aspirazioni pittoriche.

Lo staff di Joe Biden predispone un contratto ad hoc, firmato sia dall’Artista che dal gallerista: stabilisce la riservatezza delle acquisizioni, garantisce cioè l’anonimato di chi compra il prezioso (e super caro) dipinto. Sarà poi George Bernes a conservare tutti i registri delle transazioni, comprese le identità di offerenti e acquirenti.

Hunter Biden alla tavolozza

Al tirar delle somme, alla Casa Bianca sostengono con vigore che non sanno né sapranno mai chi sono i novelli mecenate, i danarosi fans del neo artista presidenziale: in tal mondo, non potranno mai subire alcun condizionamento.

La cosa viene presa come una autentica gag, una boutade in piena regola da non pochi. Ecco alcuni autorevoli commenti.

Walter Shaub, direttore dell’Ufficio per l’etica del governo Usa sotto il presidente Barack Obama: “Hunter Biden dovrebbe annullare queste vendite d’arte perché sa che i prezzi si basano sul lavoro che fa suo padre. Vergogna su Joe Biden se non chiede al figlio di fermarsi”.

Richard Palmer, avvocato, consulente di etica con George W. Bush: “Trattandosi del figlio di un presidente, la trasparenza sull’identità di chi compra dovrebbe essere piena. Hunter e i suoi incaricati dovrebbero anche firmare impegni per garantire che queste persone non possano accedere alla Casa Bianca”.

Kathleen Clark

Kathleen Clark, docente alla ‘Washington University School of Law’: “La trovata di Hunter Biden di vendere a prezzi così alti i suoi dipinti è folle. E l’idea dell’anonimato lascia l’amministrazione oggetto dell’accusa che le persone compreranno influenza su Joe comprando i dipinti di Hunter Biden a prezzi che potrebbero essere gonfiati. Mantenere segreti i prezzi e l’identità degli acquirenti non è la via per dare alla gente fiducia che non sia in corso una corruzione. E’ bizzarro che sia questa la soluzione che hanno trovato alla Casa Bianca”.

Dove la portavoce di Joe Biden, Jen Pask, minimizza con un giornalista nel corso dell’ultima conferenza stampa: “L’amministrazione Biden non sa chi acquista i dipinti. E’ una decisione della George Berges. Hai un’altra domanda? Succedono tante cose nel mondo”.

E del resto siamo ormai a Natale.

Dove tanti Babbo Natale fanno regali che più generosi non si può…

 

 

Nelle immagini qui sotto, due quadri di Hunter Biden

 

 

 

 

 

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3 pensieri riguardo “HUNTER BIDEN / I MAXI BUSINESS DEL RAMPOLLO PRESIDENZIALE, DALLA CINA AI QUADRI MILIONARI   ”

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