STRAGI DI STATO / PROCESSO A DONADIO

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Cerchi dopo anni di indagini a vuoto di alzare il velo su alcuni misteri di stato? Sei un depistatore. Raccogli con enorme difficoltà tasselli di verità che provano presenze non solo mafiose su alcuni scenari bollenti? Fai inchieste “parallele” e disturbi gli altri pm. Sei lì lì per dimostrare che a Capaci non c’era solo la mafia? Non rispetti le regole ed esci dal recinto della legalità. Succede a quelle mosche bianche, a quei magistrati che cercano di squarciare muri di gomma, complicità e connivenze ormai cementate nei decenni, arrivando a scoprire in che modo altri colleghi non hanno fatto il loro dovere, anzi: e per questo tu vai espulso, messo al bando, cacciato come un appestato, crocifisso.

Gianfranco Donadio

Gianfranco Donadio

Un destino che oggi tocca a Gianfranco Donadio, un magistrato che ha investigato sulle piste del riciclaggio internazionale fin da quando Falcone e Borsellino, nella più totale solitudine, se ne occupavano. Un inquirente, Donadio, che per ben undici anni ha lavorato alla Procura Nazionale Antimafia per decifrare la stagione delle stragi, seguendo piste che andavano ben oltre le manovalanze mafiose per arrivare molto più in alto.

Ora Donadio è “braccato” dalla Legge, sotto inchiesta disciplinare del Csm, dopo “l’atto d’accusa” promosso dalla Procura Generale della Cassazione. Cassa di risonanza ad hoc il Corriere della Sera, che sbatte il mostro a tutta pagina (21) l’11 gennaio, con un titolo emblematico: “Quei 119 colloqui all’insaputa dei colleghi. Il pm antimafia faceva indagini parallele”. Tutto da leggere un incipit ai confini della realtà, e firmato da Giovanni Bianconi: “E’ andato in giro per carceri e ‘luoghi riservati’ a parlare con pentiti, inquisiti e testimoni, per sollecitare nuove letture sulle stragi di mafia, senza che i titolari delle inchieste ne sapessero nulla; raccoglieva dichiarazioni che non coincidevano con quelle rese all’autorità giudiziaria, finendo per rendere più difficile il lavoro degli inquirenti; chiedeva informazioni agli organi di polizia , dando vita ad una vera e propria ‘inchiesta parallela’, non prevista dalle legge. Per questo nei confronti di Donadio è stato avviato un procedimento disciplinare”.

L’iniziativa di un folle? Le indagini non autorizzate di uno studente di legge? Le vacanze spericolate di chi ha un mare di tempo da perdere? In servizio alla super procura antimafia dal 2002, fin dai tempi di Pierluigi Vigna, il salernitano Donadio venne incaricato non dal portiere della Direzione Nazionale Antimafia, ma dal suo procuratore Pietro Grasso, nel 2009, di svolgere indagini e ricerche sulle stragi, incarico portato avanti per quasi 5 anni, fino a tutto il 2013. Così riassume quell’immensa mole di lavoro per cercare tracce di verità giudiziaria e non dar la caccia alle marmotte, il solerte Bianconi: “Il magistrato della DNA ha inoltrato più di 600 richieste di informazioni alla polizia giudiziaria e utilizzato la procedura dei colloqui investigativi – ben 119, di cui 104 da solo – nei confronti di persone già sottoposte ad indagini, fra i quali 56 collaboratori di giustizia; redigendo verbali che – secondo l’accusa della Procura generale – non sempre corrispondevano alle dichiarazioni raccolte, mostrando fotografie in cerca di riconoscimenti. Dopodichè trasmetteva i risultati agli inquirenti ‘ufficiali’, non avvisati in precedenza, che si ritrovavano fra le mani risultati diversi da quelli acquisiti autonomamente, per esempio pentiti che a loro avevano detto una cosa e a Donadio risultava che avessero confessato altro. Con effetto di minarne la credibilità e pregiudicare l’esito delle inchieste. Un’interferenza al limite del depistaggio, seppur involontario, secondo l’accusa”. E accuse ai limiti della farneticazione.

Il falso pentito Vincenzo Scarantino

Il falso pentito Vincenzo Scarantino

Per chiarire, meglio un esempio concreto, visto che lo stesso Bianconi fa riferimento al pentito Gaspare Spatuzza, l’uomo chiave per la strage di via D’Amelio. Oggi siamo al “Borsellino quater”, ancora a caccia di verità, ma una sentenza di condanna è stata già pronunciata e una dozzina di innocenti si sono fatti 16 anni di galera. Come mai? La loro condanna si basava tutta sulle “rivelazioni” del superpentito Vincenzo Scarantino, raccolte dai pm Anna Maria Palma e Nino De Matteo. Solo due anni fa si scopre che Scarantino è un falso pentito, una gola profonda taroccata, e che ad insegnargli il copione erano stati alcuni vertici di polizia, su imput di Anna Maria Palma Garnier in Cardinale (ha infatti sposato in seconde nozze l’ex ministro della Sanità Elio Adelfio Cardinale, per anni al vertice del Centro studi “Cerisdi”. Il “ruolo” del pm Palma è stato documentato da alcuni testi nel corso del Borsellino quater: ha passato qualcosa? Il Csm ha avviato lo straccio di un’indagine? S’è beccata, Palma, l’ombra di un provvedimento? Non se ne hanno notizie. E invece è chiamato a pronunciarsi, il Csm, sulle colossali colpe di Donadio, responsabile – udite udite – di aver raccolto verbalizzazioni e testimonianze che facevano vivaddio a pugni con quelle rese a certi inquirenti. No, per “l’accusa” è lui ad aver manipolato “i verbali, che non corrispondevano alle dichiarazioni raccolte”.

 

 

ECCO ALCUNI FILI CHE DONADIO HA TOCCATO

Ma cerchiamo di capire le vere colpe di Donadio. Per farlo, riavvolgiamo il nastro e torniamo a settembre 2013. Ecco cosa scrive Roberto Galullo per il Sole 24 Ore. “Due giorni, il 19 e 27 giugno, per riassumere anni di lavoro sulle stragi siciliane del ’92. Una sola sede, quella della Dna di via Giulia a Roma, per trascriverne i contenuti. Da una parte della scrivania – a raccontare il filo logico delle attività fino ad allora svolte – il procuratore nazionale antimafia aggiunto Gianfranco Donadio, responsabile, fino all’arrivo del nuovo Procuratore Franco Roberti, del settore ‘stragi’ della Dna. Dall’altra parte del tavolo – ad ascoltare, domandare e trascrivere i verbali – sei sostituti procuratori della stessa Dna. Non deve essere stato semplice trovare il bandolo della matassa, svolto in gran parte attraverso colloqui investigativi, per capire cosa ci fosse dietro e oltre gli attentati di Capaci e via D’Amelio”. I famosi colloqui eversivi e fuorilegge…

Ecco cosa ricostruisce Galullo: “A muovere inizialmente le attività della Dna è stato il fascicolo della Dda di Palermo sull’omicidio, avvenuto il 5 agosto 1989, dell’agente di polizia Nino Agostino. Sette anni fa la Dna decise di ripartire da lì e da un colloquio (di esito negativo) con un operatore di un’impresa telefonica, Pietro Scotto, di casa sul Monte Pellegrino, dove sorge il Castel Utveggio, che domina Palermo fino a via D’Amelio, dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta e che secondo molti avrebbe ospitato una cellula del Sisde all’interno del Centro studi Cerisdi. Il Sisde ha sempre smentito. Pietro Scotto – condannato in primo grado e poi assolto per concorso nella strage di via D’Amelio con il ruolo di aver agevolato le intercettazioni sull’utenza in uso alla famiglia Fiore-Borsellino – è fratello di Gaetano, boss dell’Arenella. Secondo diverse fonti – riferisce Donadio ai colleghi della Dna – Pietro Scotto è ‘l’ufficiale di collegamento tra mafia e Servizi’ ma lui, interrogato, senza che nessuno glielo chieda, dichiara di non far parte dei Servizi”.

Altra vicenda bollente, il giallo di Luigi Ilardo, il pentito che fornisce informazioni basilari per la cattura di Bernardo Provenzano ma viene letteralmente ignorato dagli inquirenti: perchè non era ancora scattata l’ora per la cattura che avverrà solo anni più tardi. Intanto Ilardo verrà fatto tacere per sempre, ammazzato a Catania il 10 maggio 1996. Scrive Galullo: “C’è un altro filo controverso che Donadio tira per cercare di riavvolgere il nastro di quegli anni. E’ quello di Luigi Ilardo, vicino a Piddu Madonia, che a metà anni ’90 diventò confidente della Dia, gestito dal colonnello del Ros Michele Riccio (altro “delegittimato” per il suo servizio reso allo Stato, ndr). Nelle dichiarazioni confidenziali rese a Riccio, Ilardo parlò dell’omicidio di Claudio Domino, un undicenne ucciso a Palermo il 7 ottobre 1986, figlio di un gestore del servizio di pulizia dell’aula bunker del maxi processo. Ilardo avrebbe ricondotto l’omicidio al cosiddetto ‘Mostro’, che definisce un ‘killer di Stato’. Il collega Maurizio De Lucia ricorda a Donadio che gli autori di quell’omicidio sono stati individuati ma Donadio insiste: si tratta solo di capri espiatori”.

Il Castello Utveggio, sede del Cerisdi, che domina Palermo

Il Castello Utveggio, sede del Cerisdi, che domina Palermo

Sempre a settembre 2013, così veniva ricostruito sul sito “Affari italiani”. “Tra i protagonisti dell’attentato di via Capaci, secondo Donadio, anche un ex agente di polizia, ‘faccia di mostro’, un poliziotto sfigurato in viso per alcuni colpi d’arma da fuoco. Sarebbe lui il ‘killer di Stato’ del quale ha parlato il pentito Luigi Ilardo. Donadio tratteggia uno scenario inquietante nel quale l’omicidio Falcone rientra in una rinnovata ‘ strategia delle tensione’ portata avanti da Cosa Nostra e l’eversione di matrice nera con il coinvolgimento di ambienti para-istituzionali. Uno scenario non facile da digerire. Forse per tale motivo quello scenario è stato divulgato. Rivelazioni e riflessioni venute fuori durante le segretissime riunioni in procura sono state ‘vendute’. Il risultato di anni di lavoro è stato bruciato. La procura di Roma ha anche aperto un fascicolo per provare a capire chi è la ‘talpa’ responsabile della disastrosa fuga di notizie. E che alla fine ha portato alla rimozione della delega sulle stragi a Donadio”. E ancora: “fonti vicine all’Antimafia – scrive Affari italiani – legano la scelta di sollevare dall’incarico Donadio ad alcune diverse vedute con i colleghi. C’è chi sostiene che già in passato alcuni suoi atti erano stati accolti ‘con un certo scetticismo’. Ma sono anche molti quelli che, a microfoni spenti, esprimono preoccupazione, temendo che le inchieste sulle stragi possano fermarsi o essere insabbiate. ‘E’ la solita fine che fa chi indaga sull’eversione in Italia, viene messo a tacere’”. Come sono stati messi a tacere, per fare qualche esempio, Luigi de Magistris (ottimo inquirente, pessimo sindaco) e Clementina Forleo, colpevoli di aver toccato certi fili. O Agostino Cordova, il “minotauro” (secondo una epica definizione di Giorgio Bocca ne “L’Inferno”) acchiappa massoni.

Un flash su Capaci. Scrive ancora Affari Italiani: “Per Falcone la responsabilità è stata sempre attribuita solo a Cosa Nostra. Il lavoro di Donadio ha messo in discussione queste certezze: ha ipotizzato, infatti, un intervento di pezzi dei servizi segreti, italiani e/o stranieri, ed ex appartenenti alle forze di polizia. La convinzione di Donadio si basa soprattutto sull’esplosivo usato per uccidere Falcone. Impossibile che l’esplosivo della mafia possa aver provocato da solo quella devastazione. La scelta del sito, le carte clonate e tanti altri elementi hanno suggerito la netta diversità rispetto al fallito attentato dell’Addaura, così tipicamente mafioso nel modus operandi, e invece l’inquietante somiglianza con un’azione militare. Donadio ipotizzava un intervento esterno a Cosa Nostra, in qualche modo legato all’eversione di destra e probabilmente a Gladio, come ha paventato qualche mese fa Ferdinando Imposimato”.

E Ferdinando Imposimato parla esplicitamente di Gladio in un altro giallo che tanti hanno contribuito ad insabbiare, ossia l’eliminazione di Aldo Moro. “Doveva morire” è titolato il best seller scritto nel 2008 da Imposimato e Sandro Provvisionato, una montagna di prove sulla regia di Cia & Gladio (compresa la confessione ignorata dai media del super agente a stelle e strisce Steve Pieczenick), e la connivenza dei big Dc, Andreotti e Cossiga in cima alla hit.

Scherzi del destino: oggi l’inquisito Donadio, dopo aver lasciato le stragi, è consulente della nuova “Commissione Moro”. Avrà toccato altri “fulminanti” fili?

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