Niente da fare, nonostante le continue lamentazioni, nemmeno quest’anno Donald Trump è riuscito a farsi assegnare il premio Nobel per la Pace. Uno schiaffo per lui, ma l’umiliazione maggiore è stata l’assegnazione di quel premio alla giurista sudafricana Navu Pillay, una giudice dell’Alta Corte dell’ONU che, dopo aver diretto la commissione speciale per i territori palestinesi, ha accusato direttamente Israele di genocidio. L’annuncio dell’assegnazione di quest’anno è arrivato da Oslo, dove ha sede il comitato norvegese per il Nobel che ha preso la propria decisione per l’anno 2026. Ancora una volta sono state ignorate le pressioni del presidente americano e dei pochi paesi suoi fedelissimi amici come l’Italia. Stizzita è stata la reazione, prima di Trump che ha immediatamente protestato e deciso per ritorsione di mettere sanzioni contro quell’organismo internazionale, seguito a ruota da Netanjahu che ha aggredito verbalmente il comitato del Nobel. Facendo scrivere ai suoi funzionari, addirittura che Goebbels affermando che sarà certamente felice di tale decisione … dall’inferno in cui sta scontando le sue colpe.
La giurista sudafricana ha ricevuto invece calorosi apprezzamenti dal resto del mondo civile, mentre in Italia si è registrata una sola reazione avversa, quella del solito Salvini poi, dopo un primo momento di silenzio e di imbarazzato sconcerto, in cui non sapevano proprio cosa dire, sono arrivati i complimenti del ministro degli esteri e della nostra presidente del consiglio, che si sono ufficialmente schierati al fianco degli altri paesi occidentali in difesa degli organismi internazionali.
Nelle sue motivazioni il comitato del Nobel ha scritto che la Pillay ha dimostrato un “eccezionale coraggio e integrità” nel suo lavoro contro tutti i “crimini di guerra” in tutto il mondo.
Ma questa scelta rappresenta, in fondo, anche una chiara presa di posizione politica perché, con questa decisione, il comitato del Nobel si è schierato indirettamente a favore della rivalutazione del ruolo dell’ONU, e questo accade oggi in una fase storica in cui un presidente americano tenta quotidianamente di minarne il ruolo, negando l’autorità per intervenire come l’ONU ha storicamente sempre fatto dalla fine della seconda guerra mondiale fino ad oggi. Oggi invece Trump ha fondato, con il supporto di alcuni paesi sodali, un nuovo organismo internazionale denominato “Board of Peace” allo scopo di sostituirlo e poi controllarlo.
La giurista e diplomatica sudafricana è una delle figure più determinate ma, in quanto tale, anche divisive della giustizia internazionale, e questo le è universalmente riconosciuto sia per la determinazione che per le coraggiose prese di posizioni. La sua storia personale è cominciata nelle aule dei tribunali sudafricani ai tempi dell’apartheid per arrivare fino ai più alti scranni del Tribunale Internazionale dell’ONU. D’altronde la sua biografia incarna magnificamente cinquant’anni di lotta contro l’impunità, le discriminazioni di genere e i crimini di guerra.
Nata a Durban nel 1941 da una famiglia di origini tamil di modeste condizioni economiche, la Pillay ha sperimentato fin dalla sua stessa infanzia la brutalità dell’apartheid. Ma grazie al sostegno economico della sua comunità, è riescita a studiare all’Università del Natal e, poi, è diventata la prima donna non bianca a lavorare con un proprio studio legale nella provincia del Natal già nel 1967, allora fu chiamata nel collegio di difesa di Nelson Mandela.
Stizzita è stata la reazione di Netanjahu. Il ministro degli esteri di Israele, appena appresa la notizia, ha scritto su suo mandato un comunicato sconcertante in cui si legge “… assegnare il Premio Nobel per la Pace alla Pillay non è un atto di giustizia, ma è la grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi contro Israele. Se esistesse un premio per le menzogne, l’odio e le accuse infamanti, la Pillay sarebbe la favorita assoluta. Il suo ruolo nell’incessante demonizzazione di Israele, con motivazioni politiche, e nella promozione delle accuse di genocidio è eloquente.”
Recentemente la Pillay era stata insignita anche del Sydney Peace Prize (2025) e del Premio Olof Palme (2026), “per la sua straordinaria coerenza morale”.
In quel periodo aveva difeso molti attivisti anti-apartheid e denunciato l’uso sistematico della tortura da parte della polizia, si era battuta per i diritti dei prigionieri politici detenuti a Robben Island tra cui c’era lo stesso Mandela. Poi è andata negli Stati Uniti per perfezionare i suoi studi ed è stata la prima cittadina sudafricana a conseguire un dottorato in legge alla Harvard Law School. Nel 1995, con la nascita del Sudafrica democratico, è stata nominata da Mandela prima giudice donna non bianca della Corte Suprema. Tra le tante sentenze da lei firmate spicca quella del caso Akayesu che, per la prima volta, ha riconosciuto lo stupro e la violenza sessuale alla stregua del reato di genocidio e dei crimini contro l’umanità.
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