TAIWAN ALLA GUERRA / IN ARRIVO DAGLI USA ARMI PER 11 MILIARDI DI DOLLARI

Come se non bastassero i tanti conflitti aperti nel mondo, ecco che l’amministrazione guidata dal sempre più eruttante Donald Trump getta ulteriore, pericolosissima benzina sul fuoco. Stavolta si tratta della più grande fornitura di armi mai inviata a Taiwan, per la bellezza di 11,1 miliardi di dollari.

E’ addirittura il secondo invio nel giro di due mesi appena: il precedente, una sorta di aperitivo, lo scorso novembre, giusto 330 milioni di dollari tanto per gradire.

I vertici di Taipei si genuflettono e ringraziano di cuore per il trattamento da veri alleati, a livello di paesi NATO.

Quelli di Pechino, ovviamente, sono furibondi per la miccia innescata e per l’ennesima, pesantissima frizione a livello geopolitico internazionale.

Partiamo dalle news che unite all’escalation di autentica, prossima guerra del petrolio per la folle aggressione al Venezuela deliberata dai vertici della Casa Bianca, fanno correre sul serio brividi lungo la schiena.

Donald Trump. Sopra, Taipei

Dettagliamo subito la super fornitura, che si articola in 8 ‘pacchetti’ di armamenti d’ogni tipo. 82 sistemi lanciarazzi ad alta mobilità  modello HIMARS; 420 sistemi missilistici tattici modello ATAMCS, simili a quelli forniti da Joe Biden all’Ucraina; 60 sistemi di obici semoventi; missili modello JAVELIN; pezzi di ricambio per elicotteri; software militare a mani basse; e un gigantesco quantitativo di droni (per oltre 1 miliardo di dollari) molto utili per rafforzare la capacità di guerra asimmetrica taiwanese.

Gongolano i vertici politici e militari di Taipei. Da una nota diramata dal ministero degli Esteri: “Questa è la seconda vendita di armi a Taiwan annunciata durante il secondo mandato dell’amministrazione Trump, a dimostrazione ancora una volta del fermo impegno degli Usa per la sicurezza di Taiwan”.

Ecco la risposta a muso duro in arrivo dal ministero degli Esteri di Pechino: “Gli Stati Uniti smettano immediatamente di armare Taiwan”.

E nel dettaglio: “L’iniziativa mina gravemente la pace e la stabilità nell’area e invia un segnale gravemente sbagliato alle forze separatiste. Queste cercano l’indipendenza con la forza e resistono alla riunificazione con la forza, sperperando i soldi guadagnati con grande fatica dalla gente comune e trasformando sconsideratamente Taiwan in una vera polveriera. Ciò non salverà il desiderio condannato dell’indipendenza di Taiwan e non farà altro che accelerare la spinta dello Stretto di Taiwan verso una maggior pericolo militare e il rischio di una guerra”.

Basta ora lo scontato ok (visto che c’è una forte maggioranza bipartisan favorevole) del Congresso Usa ed è fatta: con gran gioia, anche, delle casse Usa che ‘vendono’ (non regalano, come è successo soprattutto nell’era Biden, con l’Ucraina) il più grosso quantitativo mai ordinato da Taiwan nella sua storia. Taipei è ben lieta di essere ormai considerata dagli Usa allo stesso livello di alleati e partner, ossia come un ‘NATO PLUS’, al pari di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

Taiwan, a questo punto, è in pieno assetto di guerra. Visto anche il maxi entra-budget appena deciso dai vertici governativi e subito firmato dal presidente bellicoso presidente Lai Chin-te, in sella da maggio 2024: si tratta di un fondo da addirittura 40 miliardi di dollari per i prossimi otto anni, destinato a realizzare un sistema di difesa T-Drone, come quello adottato da Israele.

Lai Chin-Te

Ed infatti, nelle scorse settimane è volato a Tel Aviv, per una visita non ufficiale (quindi coperta dal più stretto riserbo) il vice ministro degli Esteri di Taiwan, Francois Wu (ex ambasciatore di Taipei a Parigi) per un summit con i vertici delle forze militari israeliane. Il Menù di Guerra, a questo punto è più che completo.

Un’isola in piena turbolenza, Taiwan, perché sta ha vivendo una lacerante crisi istituzionale che spacca il paese a metà, proprio in questo così caldo frangente. Con un dirompente scontro tra esecutivo e legislativo.

Il premier e leader del Partito Progressista Democratico (PPD) si è infatti rifiutato di firmare gli emendamenti votati dal Parlamento – dove l’opposizione del KMT (ossia il conservatore Kuomintang) ha la maggioranza – relativi alla legge annuale sulla ripartizione delle entrate fiscali. A quanto pare per evitare l’aumento dei sussidi ai governi locali dove il KMT è più forte.

Il presidente Lai si è schierato a fianco del PPD, mentre l’opposizione insorge denunciando una vera e propria “manipolazione” della Costituzione. La locale Corte Costituzionale è nell’impossibilità di esprimersi, visto che addirittura non ci sono 8 giudici sul totale di 15, per il mancato accordo parlamentare sulla nomina delle poltrone rimaste vacanti.

Secondo i j’accuse del KMT, “Lai vuole instaurare una monarchia costituzionale”. Mentre il PPD replica affermando che si tratta di una manovra per far saltare il governo e, soprattutto, i provvedimenti relativi alle spese per la difesa.

A ciò si aggiunge la richiesta di ‘impeachment’ del presidente Lai lanciata dal terzo partito in Parlamento.

Una bolgia davvero infernale.

E, soprattutto, una polveriera pronta ad esplodere: grazie alla miccia innescata dagli Usa. Tanto per cambiare…


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