Sì, è proprio come temevamo. L’annunciata riforma della sanità territoriale frena e rischia seriamente di bloccarsi. Si trattava di far transitare i medici di famiglia nei ranghi del SSN. Non la vogliono i titolari della sanità privata, non la vogliono coloro che si arricchiscono sulla salute dei cittadini, non la vogliono gli stessi medici di base che, attivando i loro potenti sindacati corporativi hanno fermato il processo riformatore pur di difendere i loro privilegi, tra i quali il loro ben retribuito contratto privatistico. Questo tra l’altro gli consente di organizzare da soli i tempi di lavoro senza vincoli da SSN. E pensare che era stato proprio il governo a farsi carico della necessità di avviare una riforma territoriale della sanità portandola là dove nasce il bisogno di salute dei cittadini. Ma, con lo stop alla riforma dei medici di base, si rischia ora di non far partire le nuove strutture territoriali, ossia le case e gli ospedali di comunità, e con queste si perderanno anche i fondi europei già stanziati.
Tra i partiti del centro destra è scoppiata una indegna canea che, alla fine, ha costretto la premier a prendere atto dei contrasti nella sua maggioranza ed a bloccare tutto.
La riforma della medicina territoriale era stata voluta dal ministro Schillaci, poi attaccata da tutte le parti e, alla fine, è stata messa contestata anche dal sindacato più corporativo della Funzione Pubblica che è bellicosamente salito sulle barricate trovando terreno fertile tra le fila dei partiti della maggioranza. Allora la premier ha dovuto prendere atto dei contrasti interni al suo schieramento ed ha bloccato tutto. Ciò ha irritato molti presidenti di Regione, persino i suoi che, sulla riforma, avevano già cominciato a puntare. Così il decreto che prevedeva l’inserimento dei medici di base nelle Case di comunità, e il passaggio alla dipendenza pubblica di gran parte di loro, è tornato nuovamente in un cassetto. Ora, a pochi giorni dalla scadenza del PNRR, rimane ancora da capire chi lavorerà nelle nuove strutture sanitarie di prossimità e se si potrà evitare che rimangano degli edifici vuoti, incapaci di erogare le prestazioni attese ai cittadini.
Il fatto che il ministro Schillaci già da tempo non goda del supporto di tutte le anime dell’esecutivo è noto, era già accaduto con il comitato sui vaccini, che aveva spaccato la destra la scorsa estate costringendo il ministro a una frettolosa revoca. D’altronde, questo è il rischio che corre un tecnico quando viene nominato ministro in un governo politico. E questa “presa di distanza” avviene non casualmente quando le urne sono vicine e per i partiti diventa prioritario non scontentare il proprio elettorato. Il risultato è che le pressioni corporative dei camici bianchi sono riuscite ancora una volta a convincere Palazzo Chigi a fare un clamoroso dietrofront.
Ora, per riavere la presenza di medici nelle Case di comunità, servirebbero due condizioni.
- La prima, quella più gradita alle Regioni, di procedere con una norma, da mettere in un nuovo emendamento da inserire in un provvedimento all’esame del Parlamento. Oppure, ipotesi preferita dai sindacati, affidare tutto a un Atto di indirizzo e rinnovare la convenzione, passaggio preliminare che precede l’avvio formale delle trattative per un nuovo “Accordo collettivo nazionale dei medici di famiglia”. Qui si potrebbe inserire l’obbligo per i medici di famiglia di garantire almeno sei ore ogni settimana nelle Case o negli Ospedali di comunità. Naturalmente il tutto con una retribuzione aggiuntiva a carico del SSN. Peccato che i tempi per tale contrattazione non sono compatibili con la tempistica prevista dal PNRR che scade irrevocabilmente a fine giugno.
- Il secondo aspetto cardine della riforma Schillaci è introdurre un difficile rapporto di dipendenza per i medici di famiglia, ma questa evenienza sembra essere accantonata … e con essa è morto anche il tentativo di Schillaci. La motivazione sostenuta dalla FIMMG, è sostenere che il sistema così com’è già funziona bene “… perché fondato su un rapporto fiduciario medico-paziente”.
Per il ministro “… il lavoro per le Case di comunità andrà comunque avanti perché serve ai cittadini”. Ma non dice come si recluteranno i medici che mancano, se i concorsi sinora banditi per le aziende e i presidi ospedalieri sono andati in gran parte deserti a causa della inadeguata retribuzione prevista dal SSN. Fatto che, oggettivamente, favorisce la migrazione all’estero dei nostri migliori giovani professionisti, e non solo medici, ma anche infermieri professionali e altri profili sanitari carenti … che mancheranno anche in futuro, se il governo non deciderà di avviare una contrattazione sindacale per definire nuovi accordi per la sanità pubblica, continuando a lasciare al libero mercato (che poi significa alla sanità privata) anche la regolamentazione salariale.
La preoccupazione è che ora, senza una linea chiara, le Regioni procederanno in ordine sparso, acuendo le diseguaglianze territoriali. Secondo un ultimo rilevamento, le Case di comunità attivate sono solo il 4% del totale (66 su 1715). Queste nuove strutture, nate per alleggerire la pressione sugli ospedali, non hanno a disposizione personale medico sufficiente per erogare tutti i servizi dovuti. Ma giugno verrà presto e quello che doveva essere uno degli interventi più importanti per la sanità italiana dopo pandemia, rischia di rimanere incompiuto, nonostante i vincoli, i finanziamenti e le linee guida presenti e condivise da tutta la comunità scientifica. La decisione di fermare il decreto, ha riportato la “questione sanità” sul suo consueto binario morto. In questo scenario sembrerebbe dunque essere definitivamente tramontata, almeno in questa fase.
Il risultato finale è che di questa miniriforma, presentata come la più importante iniziativa in ambito sanitario di questo governo, resta oggi ben poco. Il tentativo di intervenire in modo organico sul ruolo dei medici di famiglia, sul loro rapporto con il servizio sanitario nazionale e sulla nuova organizzazione dell’assistenza territoriale sembra sia stato ridotto alla definizione di poche ore da garantire nelle Case della comunità.
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