Cose di Pazzi – Gli internati dei manicomi tornano oggi a parlarci

Si avverte la mano, la passione ed il rigore scientifico di Giuseppina Salomone, la neuropsichiatra che per anni ha guidato l’Archivio dell’ex Ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, nella mostra “Cose di pazzi – Storie di vite poi recluse”, allestita presso l’Archivio di Stato di Salerno. Le emozioni legate alle scoperte nell’ex manicomio di oggetti venuti fuori da un armadio, chiuso da chissà quanti anni, giungono intatte al visitatore nell’allestimento impeccabile di questa mostra. Una storia viva del nostro passato che torna oggi sotto i nostri occhi per sorprenderci, a cominciare come sempre dalle donne, che non avevano quasi mai documenti né foto, ma solo poveri anelli o orecchini, ricordi di una vita felice, che non sarebbe mai più tornata.

Attraverso questa incomparabile rassegna di oggetti custoditi nell’ex manicomio giungono a noi gli echi delle centinaia di vite trascorse dentro le mura del manicomio, uno spaccato severo sulla condizione umana di quegli anni, ma anche una preziosa testimonianza di come eravamo.

Nelle foto, alcuni fra i tanti oggetti ritrovati ed oggi in mostra. In apertura il classico “fagotto” in cui venivano rinchiusi gli effetti personali all’ingresso nel manicomio

Sono circa un migliaio le buste ritrovate in quell’armadio, molte ancora da aprire. Erano custodite in origine nell’ufficio denominato la “Fagotteria”, una sorta di accettazione dove venivano raccolti e schedati gli effetti personali dei pazienti al loro ingresso, con una ritualità che segnava il distacco netto dalla vita libera e l’inizio dell’internamento.

Oggi attraverso queste buste gli internati tornano a parlarci. «Ci parlano – viene spiegato in catalogo – di disperazione e decoro, di umiltà e lavoro, di affetti ed abbandono. Ritratti sbiaditi, immagini sacre, attrezzi di lavoro rimasti nella tasca di un operaio insieme ad orologi, anelli e orecchini, spesso povere “toppine” di oro falso; oggetti che aprono, insieme ai registri ed alle cartelle cliniche – spiragli sulle vicende che avevano vissuto i pazienti prima del ricovero, ma soprattutto ci raccontano dei luoghi di provenienza e dell’epoca che hanno attraversato». Il visitatore ha la netta sensazione di trovarsi immerso in un viaggio più che mai realistico nel tempo, un salto nella memoria collettiva di quel sistema sociale che emarginava e rinchiudeva, escludeva senza dare alcuna possibilità.

Organizzata presso l’Archivio di Stato di Salerno, dall’ASL Salerno-Centro Studi di Storia, Documentazione e Ricerca della Salute Mentale DSM, dal Museo diocesano San Prisco di Nocera Inferiore e dalla Società Salernitana di Storia Patria, la mostra presenta otto bacheche ricche di semplici oggetti quotidiani o piccoli grandi gioielli d’una minuta privatissima vanità negata cercano di attirare l’attenzione su uomini e donne che hanno attraversato oltre un secolo dagli scorci dell’Ottocento fino agli ultimi decenni del Novecento.

La neuropsichiatra Giuseppina Salomone

Insieme alla dottoressa Salomone hanno curato l’allestimento della mostra Salvatore Alfano, Salvatore Amato, Teobaldo Fortunato e Michela Sessa. «Non si tratta di una denuncia tout court o analisi a posteriori su terapie e metodologie adottate – spiegano i curatori – ma il tentativo è di porre l’accento sulle vite e sulle realtà dei manicomi d’Italia».

Gli oggetti in mostra, nelle vetrine della grande hall dell’Archivio di Stato salernitano testimoniano infatti «le esperienze di tanti internati, persone di estrazioni sociali eterogenee, molto spesso allontanate dalla società e dimenticate dai loro stessi familiari».

Inaugurata il 22 settembre, la mostra resterà aperta fino al 15 ottobre.


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