BORSELLINO / OSCURATI PROCESSI E INCHIESTE SICILIANE, DIMENTICATA L’AGENDA ROSSA

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Bagarre mediatica sulle parole pronunciate da Paolo Borsellino nel 1984 in commissione antimafia e ora pubbliche. “Scorta solo al mattino, così la sera sono libero di essere ucciso”, sottolineava il giudice trucidato con la sua scorta esattamente 37 anni fa in via D’Amelio.

Finalmente è possibile ascoltare dalla sua viva voce quei possenti j’accuse nei confronti di uno Stato del tutto assente nel contrasto alle mafie.

Ma fa scalpore l’assordante silenzio, altrettanto mediatico, che circonda un processo e un’inchiesta in corso di svolgimento a Caltanissetta e a Messina, sui clamorosi depistaggi di Stato che si sono verificati nei vari processi Borsellino e soprattutto per taroccare il teste chiave, il falso pentito Vincenzo Scarantino.

Anna Maria Palma

Sorge a questo punto spontanea la domanda. Come mai i media di palazzo sbandierano un po’ di sentimenti e nascondono a lettori e cittadini quanto sta succedendo sul fronte di un depistaggio di Stato che non conosce eguali nella storia del nostro calpestato Paese? Come mai solo ogni tanto un po’ di core e niente sostanza?

E ancora una volta ci tocca sottolineare il totale, omertoso silenzio delle istituzioni. Di tutte le forze politiche, nessuna esclusa, tutte complici nell’ammazzare per la seconda, la terza volta il giudice coraggio. E il silenzio del Colle, che non dice neanche una sillaba sulla tragedia di via D’Amelio. Vediamo se dirà qualcosa, e soprattutto cosa dirà, il Capo della Stato in occasione dell’anniversario, il 19 luglio.

Ma procediamo con ordine.

 

QUELLO STATO CHE DI NOTTE DORME

Finalmente resi pubblici i verbali della commissione antimafia che vanno dal 1984 al 1991. Nei materiali ci sono oltre 1600 documenti mai esaminati, che in linea teorica potrebbero contenere alcune significative piste investigative, allora seguite da Falcone e Borsellino.

Nei faldoni sono contenute anche molte cassette audio registrate, alcune delle quali con la voce di Paolo Borsellino. Pezzi di storia, di toghe mandate allo sbaraglio, di una lotta impari al crimine organizzato. Di interi pezzi del territorio controllati dalla mafia che già allora si era fatta soprattutto una potente holding economico-finanziaria, in grado di riciclare montagne di capitali sporchi.

Il fratello di Paolo, Salvatore Borsellino, non ha voluto partecipare alla conferenza stampa indetta dal presidente dell’antimafia, il grillino Nicola Morra.

Fiammetta Borsellino

Non gli bastano certo questi verbali ufficiali dell’antimafia. Chiede che vengano “aperti tutti gli archivi di Stato”, perché – aggiunge – “qualche funzionario di uno Stato deviato ha rubato l’agenda rossa di Paolo. Anche quella ci devono restituire”.

E sempre in prima linea Fiammetta Borsellino, la figlia, per tenere accesi i riflettori sulle inchieste aperte in Sicilia, per individuare i nomi di chi ha depistato le inchieste prima e i processi Borsellino poi.

 

PROCESSI & INCHIESTE BOLLENTI

Eccoci quindi al clou, il processo e l’inchiesta in corso di svolgimento – nel totale silenzio mediatico – a Caltanissetta e a Messina. Due procedimenti che s’incrociano, e riguardano sempre il vergognoso depistaggio.

Dal momento che il primo, avviato circa un anno fa, riguarda i tre funzionari di polizia che facevano parte, all’epoca delle prime indagini, del team guidato dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, deceduto oltre 15 anni fa. Si tratta del funzionario di polizia Mario Bo e dei due sottufficiali Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Mentre il secondo filone messinese è teso ad individuare le responsabilità dei magistrati che hanno portato avanti la prima inchiesta. Molti, per la verità, ma solo due sono oggi sotto i riflettori, ossia Anna Maria Palma e Carmelo Petralia. Nessuna imputazione a carico di Nino Di Matteo, il terzo che è poi entrato nelle indagini.

 

L’ULTIMA UDIENZA A CALTANISSETTA

Ecco cosa è successo nel corso dell’ultima udienza del processo di Caltanissetta, il 12 luglio, mentre la prossima si svolgerà il 9 settembre.

Nicola Morra

Partiamo dalle parole di Giuseppe Scozzola, uno dei legali delle parti civili, ossia coloro i quali hanno subito l’incredibile condanna scontata per 16 anni in galera da innocenti, proprio a causa delle false testimonianze di Scarantino per la strage di via D’Amelio.

Dice Scozzola: “Come sicuramente si è saputo la Procura di Messina, che procede nei confronti di due magistrati che si interessarono al processo, sta svolgendo delle attività sulle bobine telefoniche ed i brogliacci che riguardavano le intercettazioni telefoniche fatte sull’utenza di Scarantino quando si trovava a San Bartolomeo a Mare. A me sembra opportuno che questo tribunale quantomeno acquisisca il file audio e il brogliaccio delle intercettazioni”.

Un interesse ovvio, visto l’importanza strategica di ricostruire tutte le fasi del taroccamento dello stesso Scarantino al fine di individuarne tutti i responsabili.

Continua Scozzola: “A noi interessano in questo processo quelle intercettazioni che riguardano le telefonate che Scarantino faceva verso i familiari o verso la Questura e la Procura. Perché possiamo capire da cosa si sono detti se c’era la consapevolezza che Scarantino stava o meno dicendo il falso. Dentro quelle numerose intercettazioni probabilmente ci saranno fatti e circostanze utili per verificare ciò che ha detto Scarantino e quindi se è vero o meno che è stato indotto ad accusare degli innocenti”. Per “salvare”, di tutta evidenza, chi era protetto nelle alte sfere.

Salvatore Borsellino

Ad associarsi alle richieste di Scozzola anche le altre parti civili presenti, mentre per il momento si sono opposti la Procura e le difese dei poliziotti.

Così argomenta il procuratore aggiunto Gabriele Paci: “Capisco lo spirito della rilevanza, ma non si può procedere a tentoni nella ricerca della prova”. A tentoni?

E prosegue: “In questo momento ci sono esigenze di un altro ufficio giudiziario (la procura di Messina, ndr) che agisce parallelamente e quindi non è che si possa assumere la rilevanza su base astratta. C’è una Procura che sta procedendo e si ritiene che nell’ambito delle sue competenze vi sarà anche una collaborazione tra gli uffici pubblici”.

Commenta Antimafia Duemila: “Il materiale è attualmente in possesso della procura di Messina, che ha aperto un’indagine nei confronti dei magistrati Carmelo Petralia e Annamaria Palma, indagati per concorso in calunnia, aggravato dall’aver favorito Cosa nostra. Era stata la procura di Caltanissetta, dopo la sentenza del Borsellino quater, a spedire gli atti a Messina”.

 

UNO SCARANTINO TERRORIZZATO

Nell’udienza del 12 luglio è proseguito l’interrogatorio proprio di Scarantino, che ha precisato: “Io ero terrorizzato al pensiero di andare al carcere di Pianosa, io non ci volevo andare. Prima della mia collaborazione, quando parlavo, avevo dei fogli scritti. Qualche appunto lo prendevo io e altri appunti, mentre ero al carcere di Pianosa, me li avevano consegnati. Quando ho deciso di collaborare avevo degli appunti scritti”.

Ilda Boccassini

Sentito in udienza anche l’ispettore Giovanni Guerrera, oggi alla Mobile di Catania e all’epoca nel team di La Barbera. Nella sua verbalizzazione racconta del trasporto di Scarantino a Pianosa.

Dichiara Guerrera. “Scarantino aveva paura del carcere di Pianosa. Facevamo di tutto per non farlo innervosire e tentavamo sempre di calmarlo. Non si fidava di quell’ambiente. Scarantino era confusionario, si esprimeva male. Lo consideravo inaffidabile”.

Per gli altri componenti del team e per i magistrati, invece, era del tutto affidabile e attendibile.

Solo Ilda Boccassini ne diffidava. E prima di essere trasferita dalla Sicilia alla procura di Milano, inviò una missiva a tutti i colleghi che “trattavano” Scarantino e l’inchiesta su via D’Amelio, di diffidare in modo assoluto di Scarantino.

Parole consegnate al vento.

 

E QUELL’AGENDA ROSSA

Un ultimo elemento. Salvatore Borsellino anche in questa occasione fa riferimento all’agenda rossa di Paolo, un vero cruccio. Un’inchiesta a tal proposito ha portato al nulla, con un carabiniere accusato e subito prosciolto da ogni accusa.

Ma una traccia, per individuare il misterioso percorso dell’agenda rossa, l’ha fornita la giornalista d’inchiesta Roberta Ruscica, autrice di un pregevole volume su mafie & dintorni, “I Boss di Stato”.

In occasione della presentazione a Napoli, Ruscica ne ha parlato: “All’epoca lavoravo in Sicilia e seguivo il caso. Frequentai Anna Maria Palma, ed entrammo in una certa confidenza. E lei mi raccontò di aver avuto per le mani l’agenda rossa di Borsellino”.

Se Paolo Borsellino vuol saperne qualcosa, sa quindi a chi può rivolgersi.

E torna l’interrogativo: come mai i gradi media di regime, dal Corsera a Repubblica, eclissano totalmente ogni notizia sui due procedimenti siciliani, quelli di Caltanissetta e Messina, e oscurano regolarmente l’agenda rossa? Misteri.

 

leggi anche l’inchiesta della Voce di luglio 2017

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