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DAVID ROSSI / ENNESIMA ARCHIVIAZIONE SU QUEL “GROVIGLIO” TRA MONTE PASCHI, AFFARI & MASSONI


16 luglio 2017 autore: Andrea Cinquegrani



ROSSI--

Un muro di gomma. Come è appena successo per l’assassinio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Come mesi fa è accaduto per la morte del campione di ciclismo Marco Pantani. Stesso copione adesso, per il giallo sulla fine di David Rossi, il responsabile della comunicazione per il Monte dei Paschi di Siena, volato il 6 marzo 2013 giù dal quinto (o sesto) piano di palazzo Salimbeni, storica sede di Mps.

Ora il gip del tribunale di Siena, Roberta Malavasi, ordina l’archiviazione del caso, sostenendo che non v’è altra ipotesi che quella del suicidio e minimizzando sulla montagna di prove prodotte dagli avvocati della famiglia Rossi per dimostrare che si trattò, invece, di omicidio, per la presenza di altri individui sulla scena del crimine e per tutta una serie di altre circostanze buttate, invece, nel dimenticatoio. E nell’ordinanza di archiviazione non fa una sola volta capolino la pista massonica. Ma cerchiamo di ricostruire il caso, del quale la Voce si è più volte occupata (vedi i link in basso), facendo notare che sulla odierna archiviazione è calato un silenzio mediatico altrettanto tombale.

LA PRIMA ARCHIVIAZIONE LAMPO

6 marzo 2013. Muore precipitando da palazzo Salimbeni David Rossi. Sono i giorni bollenti del crac, con un’inchiesta giudiziaria in pieno, clamoroso svolgimento. E proprio Rossi, dopo alcuni colloqui con i vertici dell’istituto, in quei giorni avrebbe nuovamente verbalizzato con i pm che indagavano su Mps, per sua espressa volontà. E’ fitto, ad esempio, lo scambio di mail con il super manager Fabrizio Viola.

Il pm Aldo Natalini. In apertura David Rossi e sullo sfondo il Tribunale di Siena

Il pm Aldo Natalini. In apertura David Rossi e sullo sfondo il Tribunale di Siena

L’inchiesta sulla fine di David è affidata al pm senese Aldo Natalini, il quale in pochi mesi capisce tutto – nonostante le prime indagini siano fatte dagli investigatori con i piedi, omettendo tutta una serie di rilevazioni e sottovalutandone altre – e non vede altra pista che quella del suicidio.

Una mole di sciocchezze che condurranno, esattamente un anno dopo, a chiedere l’archiviazione, poi avallata dal gip, Monica Gaggelli, che scrive senza alcun dubbio “nessun punto oscuro può ritenersi sussistere e nessun dubbio” sulla tragica fine di Rossi che si gettò “volontariamente” e “non è stato spinto con violenza da terze persone dalla finestra”. Tutto per “un sovraccarico emotivo”, “una sorta di ossessione”, per via dell’inchiesta giudiziaria e di poterne subire conseguenze sotto il profilo professionale.

Da tener presenti due date. Proprio nel 2013 Natalini viene intercettato dagli inquirenti della procura di Viterbo che indagano su una serie di appalti truccati nel Lazio. In realtà controllano l’utenza di un docente universitario suo amico, Samuele De Santis,  nel corso delle conversazioni salta fuori l’inchiesta sul Monte dei Paschi. E Natalini si fa sfuggire alcune frasi bollenti circa una sua premura nel tenere informati dei fatti alcuni pezzi grossi del Pd senese, nonché i vertici dell’istituto di credito, a partire dallo stesso Viola e dal boss, Giuseppe Mussari, ora sotto processo a Milano.

IL NUOVO GRAN MAESTRO BISI & QUEL GROVIGLIO ARMONIOSO

La seconda data fa riferimento all’anno seguente, marzo 2014, perchè contestualmente alla prima archiviazione del caso Rossi, quella decisa dal tandem Natalini-Gaggelli, va in scena l’ascesa al potere massonico targato Grande Oriente d’Italia del nuovo Gran Maestro, Stefano Bisi: un giornalista senese che, guarda caso, si occupa in prevalenza di finanza e soprattutto del fratello Monte, in quel perfetto “Groviglio Armonioso” che vede politica, affari & massoneria uniti nella lotta.

E Bisi lavora a stretto contatto di gomito con David Rossi. Tutto sempre ok? Tutto in ordine?

Il Gran Maestro Stefano Bisi

Il Gran Maestro Stefano Bisi

La magistratura – a quanto pare e fino a prova di smentita – non ha mai osato mettere il naso in quelle faccende; né una sola pagina della monumentale para-inchiesta condotta dalla procura di Siena ha mai nemmeno sfiorato la massoneria, i suoi affiliati, i suoi affari & i suoi segreti.

Ma veniamo all’oggi. E alle fresche motivazioni firmate dal gip Roberta Malavasi nelle 57 pagine della sua ordinanza che dispone l’archiviazione. L’ennesima pietra tombale sul caso.

Motivazioni che ricalcano quelle della collega Gaggelli, più volte riprese. Le conclusioni, poi, si fanno filosofiche: come del resto di stampo sociologico sono le motivazioni del pm romano Elisabetta Ceniccola sul caso Alpi. Visto che dalla giustizia, forse, è meglio tenersi alla larga…

“Negli atti degli opponenti – rileva Malavasi – vi è frequente riferimento alla insussistenza di prova certa oltre ogni ragionevole dubbio della ricostruzione offerta dai consulenti del pubblico ministero e, più in generale, dei fatti che sostengono la richiesta di archiviazione”. E’ vero invece il contrario, argomenta il gip, secondo cui se non c’è prova concreta, materiale, effettiva di altri soggetti sulla scena del crimine non può esservi che suicidio. Per ovvia esclusione.

Aggiunge infatti: “quand’anche non si ritenesse congruamente dimostrata la causalità suicidiaria della morte – che a parere di chi scrive emerge invece con ragionevole certezza dal complesso delle attività investigative – non potrebbe comunque che prendersi atto del vuoto probatorio che permane in ordine alla causalità alternativa prospettata dagli opponenti”. Questione di vuoto…

Quindi: “poichè nessuna delle nuove indagini prospettate dagli opponenti appare lontanamente capace di condurre ad un tale risultato probatorio, appaiono superflui anche gli altri approfondimenti volti alla ricerca dei potenziali autori del delitto indimostrato”.

Scordammoce ‘o passato.

AVVOCATI AL CONTRATTACCO 

Partendo proprio dal “ragionevole dubbio”, i legali della famiglia Rossi – Luca Goracci e Paolo Pirani – sottolineano la gravità di indagini deficitarie nelle ore e nei giorni bollenti del giallo. “Le indicazioni medico-legali che avrebbero potuto darsi allora, con ogni probabilità avrebbero potuto andare oltre il ragionevole dubbio che può ammettersi oggi e la ricostruzione degli eventi avrebbe potuto (immodificati gli ambienti e tempestivamente esaminati e campionati tutti i siti di reperti biologicamente utili) risultare ossia più convincente e realistica di quanto, in realtà, è stato oggi consentito”.

L'avvocato Luca Goracci

L’avvocato Luca Goracci

Come mai, incredibile ma vero, la prova del DNA non ha dato alcun esito? Come mai nessuna traccia di presenza umana, neanche quella di David? Del resto, è lo stesso gip a dover ammettere come gli accertamenti svolti dal RIS dopo le riapertura delle indagini siano “affetti da limiti tecnici” e da “inevitabili approssimazioni nei dati base” tali da renderli “scientificamente opinabili”. E allora?

Ma è la stessa impalcatura dell’inchiesta a fare acqua da tutte le parti, proprio come è successo nel caso Pantani e sulla scena del crimine, il residente Le Rose di Rimini. Accertamenti approssimativi, estemporanea valutazione di fatti & situazioni.

Partiamo dalle lesioni sul corpo della vittima. Scrivono i legali: “diversamente da quanto si era dedotto all’esito della prima istruttoria, si è confermato come i segni rilevati sul cadavere siano ben lontani dall’escludere la possibilità di intervento di persona o persone diverse dal Rossi e che le lesioni agli arti non avevano le caratteristiche del tentativo di azione autosopressiva”.

Una molteplicità di lesioni ed ecchimosi, dal viso alle braccia, all’avambraccio e perfino all’inguine. Nota l’esperto della famiglia, Gian Aristide Norelli: “Appare evidente come le aree ecchimotiche o abraso-escoriate agli arti mal si attengano alle conseguenze della caduta e come risulti ancor meno giustificabile la loro genesi con il meccanismo di precipitazione”.

E proprio sulla parabola del volo si concentrano palesi difformità fra le tesi della procura e quelle della famiglia Rossi, suffragate da una serie di perizie.

Senza lasciar scampo a dubbi, nota Norelli: “appare indubbio che una dinamica di precipitazione del tipo di quella osservata nella specie può solo giustificarsi con un corpo inerte che sia lasciato andare, in posizione ventrale tangenziale alla parete. In modo dunque assolutamente incompatibile con un evento suicidiario”.

Continua l’esperto: “E’ da rilevare, dunque, contrariamente a quanto sostenuto, come molteplici possono essere gli elementi che depongono per l’intervento di terzi nello svolgimento dei fatti che portò alla morte il Rossi, sia per quanto attiene la dinamica considerata in sé (precipitazione del tutto anomala), sia per la lesività presentata”.

Ma se non si hanno prove certe circa la presenza di terzi – secondo la solerte gip – quei terzi non possono esistere. Nè val la pena cercarli!

DA UN MISTERO ALL’ALTRO

Quanto alle ferite sul volto – evidente segno di una colluttazione pre volo – scrivono i legali: “è incontestabile che il Rossi non presentasse sul volto, parte sicuramente visibile del corpo, alcun segno evidente di lesioni almeno sino alle 18 di pomeriggio del 6 marzo 2013; le lesioni quindi devono essere state prodotte nel lasso di tempo che corre dalle 18 circa all’ora della precipitazione, 19 e 43”.

Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi

Antonella Tognazzi, moglie di David Rossi

C’è poi il mistero dei fazzolettini. “Sequestrati, rinvenuti nella scatola di cartone posta dietro la scrivania del Rossi, inopinatamente distrutti senza alcun avviso della parte offesa e senza alcuna necessità; se sottoposti ad esame genetico, avrebbero potuto dirimere alcuni dubbi”.

C’erano tracce ematiche? Non potremo mai saperlo. Come del resto poco o nulla potremo sapere delle tracce sui pantaloni e di una probabile operazione di trascinamento del corpo sul pavimento dell’ufficio prima dell’issamento per il volo a piombo. O dell’orologio, a quanto pare volato giù una frazione di secondo prima del corpo, e poi posizionato in modo anomalo rispetto allo stesso corpo. Oppure del piano dal quale è caduto, o meglio è stato buttato: potrebbe anche essere il sesto (non quindi il suo ufficio al quinto) e questo spiegherebbe l’altro giallo, quello di tracce di calcinacci sotto le suole delle scarpe.

Gli avvocati, quindi, fanno una lunga disamina sui video (due) che documenterebbero la caduta. Video manipolati, in buona parte, tagliati, e del tutto inaffidabili per tutta una serie di motivi tecnici. Come del resto per quanto riguarda i tabulati telefonici, altro elemento – fra i tantissimi – di contrasto tra la procura e i legali della famiglia Rossi.

Che così concludono: “Poichè a tutt’oggi, nonostante ripetute sollecitazioni da parte di questo collegio difensivo, non risultano essere state sentite alcune persone che il 6 marzo si trovavano negli uffici di Rocca Salimbeni, così come non è stata fornita una convincente e logica spiegazione a tutte le domande poste dalle parti offese, queste hanno ritenuto necessario conferire mandato all’intero collegio difensivo (legali e consulenti tutti) di effettuare tutte le attività d’indagine difensiva necessarie. La famiglia, inoltre, si riserva di segnalare alle competenti autorità giudiziarie eventuali ipotesi di reato già emerse o che dovessero emergere nel corso dell’ulteriore attività di indagine che proseguirà senza soluzione di continuità”.

Quando non può – o non vuole – arrivare la giustizia di casa nostra…

 

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