QUELL’ABORTO DI VESPA

Che la qualità dei programmi RAI sia precipitata è ormai cosa ampiamente acclarata. Ma questa volta Bruno Vespa ha veramente passato il segno. In una recente puntata della sua trasmissione, volendo trattare il tema dell’aborto, ha invitato a parlarne sei interlocutori, tutti rigorosamente maschi, senza la presenza di una sola donna. L’aborto è per lui un tema da maschi, come se non ce i fossero medici, ricercatrici, politiche donne degne di confrontarsi o dando per scontato che il tema non riguardi innanzitutto il loro corpo.

La verità è tutta in quel corto circuito che determina la convergenza di due atteggiamenti. Quello arrogante, tipico di un conduttore che pensa di poter affermare sempre ciò che vuole, sentendosi un intoccabile. Il secondo quello compiacente, che porta ad assecondare il potente di turno per arrivare alle conclusioni più gradite al potere. Spesso andando anche oltre talmente tanto esageratamente da creare evidenti danni d’immagine, proprio come in questo caso.

L’obiettivo della sua trasmissione che vuole essere di “approfondimento”, è diventato ora contribuire a spostare il ragionamento dal tema dei diritti a quello della colpa. Ciò per rendere accettabili persino le più radicali posizioni antiabortiste.

Per tutti questi motivi si continua a tentare di mettere in risalto l’aspetto etico-religioso su quello dei diritti, nello specifico quello di decidere consapevolmente cosa fare sul proprio corpo. È dovuta intervenire la presidente della RAI Marinella Soldi, che inusualmente ha richiamato ufficialmente il conduttore sottolineando l’inopportunità delle sue scelte, persino dal punto di vista puramente giornalistico.

Non potevano certo mancare le reazioni della politica ufficiale. Secondo il capogruppo AVS al Senato, Peppe De Cristofaro, componente della Commissione di vigilanza Rai, si è trattato di “una cosa gravissima, di una violazione del codice etico dell’azienda, su cui presenteremo un’interrogazione in Commissione di vigilanza Rai e chiederemo alla presidente Floridia di convocare l’amministratore delegato Sergio e il direttore generale Rossi”.

Inevitabilmente la polemica è poi rimbalzata nelle sedi di partito. La prima a commentare l’accaduto è stata la senatrice Annamaria Furlan a nome del PD, che ha dichiarato “… prende forma l’Italia del governo Meloni, un paese in cui c’è posto solo per una donna, la presidente del Consiglio. A tutte le altre sono preferiti gli uomini”. Di seguito rilancia Ilenia Malavasi, altra deputata del PD “… sette azzimati uomini a parlare di aborto e consultori a Porta a Porta. Sul primo canale della tv pubblica, è andata in onda la rappresentazione precisa dell’ideologia del Governo (e non solo), nessuna donna coinvolta su un tema che riguarda la salute riproduttiva femminile e la libertà di scelta”. Il fermo immagine di rito a fine trasmissione è diventato virale e circola su tutti i social, mostra lo studio Rai di Porta a Porta dopo la discussione sull’aborto con un Bruno Vespa circondato dai cinque interlocutori presenti in studio. È un’immagine che arriva al culmine di un’ambigua battaglia governativa finalizzata a giustificare l’apertura dei consultori alla più radicale delle associazioni pro-vita. Ma, cosa più grave, quest’associazione intende agire un odioso ricatto psicologico, mascherato da una campagna di informazione verso le donne, verso quelle già provate da una scelta dolorosa e certamente difficile da portare a compimento.

Pronta e poco credibile è stata anche la piccata replica del conduttore alle polemiche che lui stesso aveva sollevato “… non può essere considerato insensibile alle presenze femminili chi, da direttore del Tg1 ha, a suo tempo, affidato a tre donne la conduzione del seguitissimo telegiornale delle 13,30”.Poi continua facendo un incomprensibile riferimento al duro comunicato censorio della presidente della Rai “… al di là della circostanza specifica, che credo di aver ampiamente chiarito, ho ricordato che la reputazione di Porta a Porta nasce dall’ospitare politici molto rappresentativi. Ebbene ci sono tra Pd e M5S soltanto 5 donne su 18 presidenti, vicepresidenti e presidenti dei gruppi parlamentari dei primi 5 partiti. In ogni caso faremo il possibile per garantire alle donne il ruolo che meritano”. Risposta insensata che ha solo peggiorato le cose e, se necessario, la sua posizione pregiudiziale.

Contemporaneamente, a costante riprova della deriva che investe oggi l’informazione televisiva pubblica su RAI3, in un’altra trasmissione condotta da Serena Bortone sullo stesso argomento, è stata espressa dalla ministra Roccella la stessa idea. Ha candidamente affermato “le donne non sono mai felici di abortire”. Certo! è ovvio, cara ministra, è un po’ come dire che gli uomini non sono felici di subire le conseguenze di un tumore alla prostata, soprattutto se si parla delle conseguenze per la loro vita sessuale. In quest’ultimo caso, ci chiediamo, il nostro buon Vespa, avrebbe mai pensato di organizzare un parterre di sole donne? Pensiamo no, non si può parlare, tra donne, di problemi di sessualità maschile.

Stessa storia, seconda puntata: un anno fa 93 donne intervistate dal periodico femminile Amica hanno raccontato di una loro esperienza di interruzione di gravidanza. Tra queste c’era anche l’on. Roccella, l’attuale ministra per la famiglia e la natalità. È la stessa persona che alla domanda della Bortone che le chiedeva se l’aborto è una delle libertà delle donne ha risposto “… purtroppo sì”. Il programma era “Oggi è un altro giorno” di Rai1 e in qu3lla sede la ministra ha anche detto “… le donne non sono felici di abortire”, a questa affermazione la Bortone ha precisato “Ma questo non lo ha mai detto nessuno, che c’entra?”. Appunto, che c’entra? Forse c’entra solo per non dire che i nostri governanti preferiscono parlare di sentimenti e non di diritti, di emozioni e non di diritti, tentano di suscitare bisogni singoli e non provano a rispondere a istanze collettive, a loro interessa che ciascuno parli di sé stesso e non di questioni che riguardano l’intera collettività. Manifestano così la loro sfiducia nei confronti della gente, a cui continuano a raccontare che il diritto di uno sottrae diritti agli altri. E giustificano così il fatto che osteggiano ancora l’aborto.

Liliana Ingargiola, attivista del Movimento di Liberazione della Donna, sulla stessa rivista che ha intervistato la futura ministra, ha detto “… potrebbero processarci tutte, ma non lo fanno perché l’aborto è stato l’unico contraccettivo ammesso prima dell’approvazione della 194. Una legge concepita a difesa della salute delle donne, non certo per favorire pratiche abortive”. Questa considerazione è stata confermata anche dai dati epidemiologici ufficiali che, chi fa il ministro, dovrebbe conoscere a menadito prima di avventurarsi in discutibili affermazioni. I dati mostrano una tendenza in forte calo del numero ufficiale di interruzioni di gravidanza dopo la 194, sono passate dal 253.976 del 1983 a 63.653 nel 2021, con una chiara tendenza fino al 2024, di una riduzione ulteriore 71,5 %. È la prova che, chi governa, preferisce far abortire le donne nell’illegalità. È per questo che si Continua ad accostare, spesso nella stessa frase, i concetti di felicità e di aborto. Ciò ci dice della confusione che questo governo tenta di indurre sistematicamente sul tema dei diritti. E ci fa capire perché invece di fare appello al senso di responsabilità dei cittadini, si continua a stimolare sensi di colpa. La colpa lasciamola agli ambiti morale e penale, non a quello civile. Una donna che decide di praticare una interruzione volontaria di gravidanza e che si reca in un consultorio per ricevere aiuto pratico e psicologico non dovrebbe trovarsi di fronte l’esponente di un’associazione che prova a suscitare in lei vergogna e sensi di colpa.

È troppo fragile e indifesa per tollerare una ulteriore violenza psicologica.

 


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