VENEZIA 2026, UN SUCCESSO SENZA HOLLYWOOD (E NONOSTANTE IL DECLINO DEL CINEMA ITALIANO)

È stato un bilancio positivo, nonostante l’assenza del cinema made in Hollywood, ha commentato il direttore della Mostra Cinematografica di Venezia Alberto Barbera all’indomani dell’assegnazione dei Leoni d’Oro. E oggettivamente non si può dargli torto, considerando gli aspetti positivi emersi in questa edizione del Festival cinematografico più importante d’Italia, e ancora tra i primi nel mondo: i numeri, con le presenze stabili nelle sale e al Lido; il glamour divistico, che almeno a Venezia con conosce crisi; la fiducia mostrata dagli sponsor. E, meno evidente ma non scontata, la solida convivenza artistica tra una direzione indipendente e di riconosciuta competenza, quella di Barbera (la sua stagione resterà tra le più felici della lunga storia della Biennale Cinema), e la presidenza marcatamente politica di Pietrangelo Buttafuoco, targata Fdi, gestita con senso della misura e rispetto della tradizione cinematografica della Mostra, doti piuttosto rare nel partito della Meloni, caratterizzato da un  settarismo persino imbarazzante per un Paese come l’Italia, che ha origine nell’incultura diffusa e nello nostalgia mai davvero sopita per il Fascismo. Da questo punto di vista, le prese di posizione di registi ed attori per la difesa dei valori progressisti (pensiamo alla dichiarazioni di Clooney contro Trump, o alla testimonianza della nostra Greta Scarano contro il femminicidio, per citare due esempi) risultano vitali in un contesto storico segnato, come mai da decenni, da guerre diffuse e dal proliferare – anche nell’Occidente – di dittatori e aspiranti tali.

Certo, poi ci sono i film, che dovrebbero costituire l’asset più importante, e di per sé sufficiente a decretare il successo della Mostra; ma in realtà non sono tutto, in una manifestazione così importante, popolare e ricca. Soprattutto di questi tempi, dove  risultano davvero poche le industrie cinematografiche in buona salute, e l’intero mondo del cinema, anche a Hollywood, si trova ad affrontare emergenze impreviste come l’Intelligenza Artificiale, competitor ormai affermati come le piattaforme tv o il costante trend negativo del numero di spettatori in sala.

Parliamo di cinema, dunque (o, come avrebbe detto il moderatore del leggendario cineforum in C’eravamo tanto amati, dello “specifico filmico”).

 

LA PRODUZIONE ITALIANA

Inevitabile partire dal risultato della produzione italiana, che si è presentata a Venezia con molti titoli e inconfessate aspirazioni per i premi più ambiti. E invece, per l’Italia, dei cinque “piccoli indiani” in concorso non ne è rimasto nessuno nella serata dei Leoni d’Oro. Neanche per Nanni Moretti, che tornava dopo decenni a Venezia con un film molto atteso, Succederà questa notte, tratto dal romanzo di successo di Eshkol Nevo, interpretato da una coppia di protagonisti di fama internazionale come Jasmine Trinca e Louis Garrel, e – non ultimo – con il vento a favore della critica italiana e del consueto stuolo di fan che accompagna gli eventi legati al regista romano.

È utile soffermarsi sull’avventura veneziana di questo film per comprendere meglio lo stato dell’arte del cinema italiano e il suo posto nel mondo.

Una scena da “Il fuoco che ti porti dentro”. In apertura May el-Toukhy, premiata per Unknown Woman

Succederà questa notte non è stato un flop, e tutto fa pensare che sarà accolto con favore nelle sale. Ed è indubbio che si tratti di un film di qualità, anche se forse non fra i più memorabili di Moretti. La questione cruciale – che riguarda in genere il cinema italiano – è il gap tra le aspettative della vigilia e le valutazioni della Giuria. O, per essere più chiari, tra gli entusiasmi preventivi della critica nostrana e le reazioni piuttosto fredde di quella internazionale. Per non dire del divario sempre più profondo in Italia, forse ormai incolmabile, tra i critici e i cinéphiles più agguerriti (principale segno di riconoscimento: la predilezione per i registi francesi, meglio –  secondo loro – se noiosi), e dall’altra gli spettatori “normali”, che dal cinema si aspettano pellicole coraggiose e politicamente impegnate ma – al tempo stesso – emozioni profonde, scene d’azione, finali a sorpresa, e addirittura parentesi di evasione e divertimento. Questi ultimi, gli “spettatori tipo”, vedranno con piacere il film di Moretti ma certo non gli tributeranno l’ovazione che lo ha accolto a Venezia in Sala Grande, dove una quota significativa del pubblico è tradizionalmente composta da addetti ai lavori, critici “amici”, ammiratori “storici”, titolari di accredito inebriati dalla nuova esperienza e, come si diceva, cinefili incalliti che parteggiano acriticamente per alcuni registi cult.

I critici più indipendenti ed attenti (per fortuna ce ne sono ancora, soprattutto tra gli over 50), interpellati lontano dai microfoni non avevano nascosto – a differenza degli inviati della “grande stampa” – una sostanziale delusione per il film di Moretti, di cui nessuno mette in dubbio rigore e talento ma tutti dovremmo considerarlo con “la giusta distanza”, ossia il criterio che distingue i critici dai tifosi.

Il paradosso, rivedendo la rassegna stampa, è che dopo gli “zero tituli” dei film italiani in concorso, ma anche nelle altre sezioni del Festival (con l’eccezione del premio a Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia, di Tommaso Landucci, nella sezione Orizzonti), le lodi della vigilia si sono trasformate quasi in un senso di liberazione, della serie “che cosa vi avevamo detto?”.

 

“LAVORANO SEMPRE GLI STESSI”

Proviamo allora a superare certi atteggiamenti superficiali e schizofrenici e a valutare sine ira et studio la contingenza che vive oggi il cinema italiano, partendo da un dato sempre più acclarato: la produzione italiana è molto “romana” (“Lavorano sempre gli stessi”, ha dichiarato nei giorni scorsi Laura Morante), troppo dipendente dai contributi pubblici e dalla burocrazia che governa il settore, è generalmente autoreferenziale, lontana dalla realtà sociale, carente sul piano della scrittura. Non a caso uno dei film più apprezzati dal pubblico è stato Il fuoco che ti porti dentro, del regista napoletano Edoardo De Angelis, che dopo la parentesi infelice di Comandante è tornato a Venezia con un film tratto da un romanzo di spessore letterario, scritto da Antonio Franchini, ridotto in maniera efficace per il grande schermo da uno scrittore e sceneggiatore di talento come Francesco Piccolo, che è riuscito a condensare una materia narrativa ampia e complessa in un “film da camera” che restituisce bene lo spirito del romanzo. Più di un critico lo ha definito (rispettosamente) come una sorta di Natale in casa Cupiello in versione moderna, tra Napoli e Milano, per il suo stile tragicomico, dove le situazioni divertenti, i colpi di scena e i dialoghi (perfetti() preludono a un epilogo drammatico. Vanessa Scalera, vera mattatrice nel film, avrebbe avuto tutti i titoli per meritare la Coppa Volpi, ma il film avrebbe avuto ben altra accoglienza da parte della critica se fosse stato presentato in un’altra sezione anziché nel Concorso: dove l’Italia, da decenni, non presenta un film in grado di competere per i Leoni, con l’eccezione (rivelatasi poi irrilevante) del film Sacro Grà, di un ottimo regista di documentari come Gianfranco Rosi, che forse non avrebbe mai ottenuto il riconoscimento più prestigioso senza il sostegno decisivo di un presidente di giuria del calibro di Bernardo Bertolucci.

Venezia 2026, in fondo, ha confermato un trend che è in atto da tempo: il cinema italiano non è in crisi irreversibile, come è stato scritto da molti a Festival concluso, e produce anzi molte opere di media e anche buona qualità artistica, con giovani registi interessanti e attori validi, ma sconta un problema vistoso di ispirazione e di mancanza di appeal internazionale. Mancano, in altre parole, il respiro epico del Neorealismo (che sapeva creare storie avvincenti, per il pubblico di tutto il mondo, dalla vita quotidiana degli ultimi nella scala sociale), l’ironia corrosiva della Commedia all’italiana, il grande mestiere del cinema di genere.

 

LA VOCE DI NAZA

Si pensi, per fare un altro esempio, all’esordio alla regia di Anna Foglietta, attrice versatile e colta: Una storia, presentato fuori concorso a Venezia. Un film ben girato, con soluzioni tecniche interessanti, coerente con le intenzioni dell’autrice e interpretato con la giusta misura e sensibilità da Alba Rohrwacher e Guido Caprino. Il suo limite è la storia che racconta: una coppia affiatata di coniugi di mezza età che va in crisi quando l’unica figlia, per frequentare l’Università, si trasferisce in una città lontana. Una condizione frequente nella realtà, narrata con delicato realismo, ma come può competere un film su questo tema con le numerose pellicole internazionali, presentate da anni a Venezia, che trattano coraggiosamente di guerre, discriminazioni sociali e di genere, persecuzioni politiche, cambiamenti di costume epocali? Come può competere la commessa di periferia di Una storia, o le inquiete signore borghesi di tanto cinema italiano d’oggi, con la guerrigliera curda (ispirata a una storia vera) che insieme ai Peshmerga rischia ogni giorno la vita sul fronte iracheno per combattere contro l’Isis,  protagonista del vibrante No Paradise if you are killed by a woman, coproduzione internazionale diretta da Halkawt Mustafa, applaudito per venti minuti dal pubblico in Sala Grande?

I registi di “NAZA”

E come meravigliarsi se il pubblico del Festival, anche e soprattutto italiano, segue da anni in maniera partecipe i film dei registi iraniani in esilio e, nelle ultimi due edizioni veneziane, ha provato le emozioni e i sentimenti più forti per due film dedicati al martirio di Gaza, come gli applauditissimi Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, quest’anno, e nel 2025 The Voice of Hind Rajab, che ancor più del documentario israeliano anti-Idf di quest’anno meritava il Leone d’Oro? La sua regista, Kawthar Ibn Haniyya, è di nazionalità tunisina come la vincitrice di quest’anno, May el-Toukhy, premiata per Unknown Woman: l’ennesima conferma della vitalità e del coraggio del cinema arabo indipendente, soprattutto delle autrici, evidenziate da chi scrive nei primi saggi in Italia sulle registe afghane (la più importante, Sharbanoo Sadat, era quest’anno in giuria a Venezia) e su quelle palestinesi, pubblicati nel 2023 e nel 2025 su “CineCritica”, la rivista nazionale del SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani).

Ha vinto dunque l’unica regista in concorso, ed è un’ottima notizia. Ma anche la conferma che, per valorizzare il cinema “al femminile”, non conta la quantità delle autrici in gara (argomento che ha monopolizzato sulla stampa la vigilia della Mostra) bensì l’originalità delle loro proposte cinematografiche, il valore delle storie che raccontano, lo sguardo differente e inedito sulla vita quotidiana e sulle storie collettive. Il movimento delle registe italiane (chi scrive lo ha ribadito in un recente saggio per la rivista “Kino-Ikòn”, edita a Bratislava) è il fenomeno più interessante e significativo del cinema italiano di oggi, e sarebbe lungo l’elenco delle importanti opere prime prodotte in questi anni – ma almeno due è doveroso citarle: Gloria, di Margherita Vicario, e Gioia mia, di Margherita Spampinato – oltre che di documentari e lungometraggi, come La ragazza con la Leica, di Alina Marazzi, molto apprezzato a Venezia e dotato di quel respiro politico e internazionale che occorre al cinema italiano. La tentazione più deleteria è quella di cullarsi sulle prime recensioni positive, o accontentarsi di qualche premio nei festival. Per le registe e i registi delle nuove generazioni la strada da percorrere è libera quanto lunga, e nel percorso da compiere saranno fondamentali, al tempo stesso, la coerenza artistica e la capacità di mettersi in discussione. E in tema di coerenza, proprio guardando all’ultima Mostra, una conferma importante è venuta da due registi italiani in concorso: Paolo Strippoli, che con L’estranea ha raccolto molti consensi, consolidando la sua particolare e rarissima (per l’Italia) vena psico-horror; e Marco Bechis, non abbastanza apprezzato dalla critica per il coraggio civile – sul tema della feroce dittatura militare argentina – che lo rivelò con Garage Olimpo e lo ha riportato a Venezia per Ritorno a Buenos Aires. Due esempi incoraggianti e virtuosi, come il citato I figli della scimmia e l’interessante Prima della guerra, esordio nel lungometraggio di fiction per Tommaso Usberti, presentato nella Settimana Internazionale della Critica.

“Col cuore in gola”

Per il cinema italiano, del resto, una risorsa inesauribile e ancora vitale è la sua grande storia. Anche a Venezia 2026, dai riscontri presso pubblico e critica, i titoli con il maggiore indice di gradimento sono risultati il film di apertura della Mostra, Col cuore in gola (1967), del “primo” Tinto Brass, anarchico e sperimentale, e un classico come Brutti, sporchi e cattivi (1976), di Ettore Scola. Un cinema che ha fatto scuola nel mondo, ed è oggetto di riscoperta nelle Università e nei cineforum.

La vera sfida del futuro, per la produzione italiana, è quella che a Venezia è già in atto, con successo: aprirsi alle novità che vengono da ogni parte del mondo, senza spocchia e pregiudizi. Per questo Hollywood resta sempre importante, ma non più decisiva come un tempo, e l’Italia cinematografica deve rinnovarsi (nelle idee e nella struttura produttiva), per non restare in mezzo al guado. Gli USA, la Francia, l’Italia sono il grande passato del cinema, e un pezzo ancora importante del suo presente. Ma le ultime edizioni della Mostra di Venezia rivelano che il futuro del cinema non potrà più prescindere dai Sud del mondo e dall’Oriente: dove ci sono più povertà, più conflitti, ma anche più speranze e più lotte. In una parola: più sete di vita e di futuro.

 


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