L’errore/Il libro che mette a nudo l’universale caos della giustizia italiana

Ci voleva un avvocato di lungo corso, libero da timori reverenziali, come il penalista Gennaro De Falco, per mettere a nudo i mali del pianeta giustizia in Italia in un modo del tutto insolito.

Differentemente da famosi giuristi-scrittori come Gianrico Carofiglio o Diego De Silva (“per puro caso” tutti ideologicamente vicini alla sinistra), De Falco non racconta storie in cui alla fine il buono trionfa sempre sul cattivo e le cose in un modo o nell’altro prima o poi si aggiustano. La realtà nuda e cruda, così come lui l’ha incrociata e vissuta per oltre quattro decenni di professione forense, è la vera ed unica protagonista dei suoi libri.

Prima con “Il processo dietro le quinte” (Edizioni La Bussola 2025), oggi con L’Errore (Guida Edtori), Gennaro De Falco riesce a dimostrarci che il caotico universo del sistema giudiziario nostrano travalica anche le più ardite immaginazioni, fino a trasformare la brutale epopea di un cittadino in attesa di giudizio in un romanzo a tinte forti, prelevato direttamente dalle esperienze personali di tanti fra i suoi assistiti.

Per comprendere a fondo la portata di questo libro, però, bisogna mandare a mente un po’ di dati, anche questi tremendamente veri.

Gennaro De Falco. In alto, la copertina del suo libro

Sono più di trentaduemila le persone innocenti finite nelle patrie galere nostrane dal 1992 al 2025, con una media di quasi mille innocenti dietro le sbarre ogni anno. Per questi “errori giudiziari” – gli italiani ormai lo sanno – a pagare non è mai la toga che ha commesso l’errore, bensì i contribuenti. Per la legge italiana è lo Stato tenuto a risarcire i pochi, fortunatissimi che, dopo aver visto riconosciuta la loro estraneità ai fatti per i quali erano stati condotti in manette,  riescono per miracolo, dopo aver superato una autentica giungla di cavilli, ad ottenere il cosiddetto risarcimento per ingiusta detenzione. Che resta comunque una cifra pesante per le casse dello Stato: circa 27 milioni di euro nel solo anno 2024, quasi un miliardo di euro dal ’92 ai giorni nostri. Somme ampiamente risparmiate nei Paesi d’Europa dove la legislazione funziona ben diversamente, tanto che in Francia o in Spagna e Germania questo genere di “errori” sono in numero risibile rispetto alla drammatica situazione italiana.

«Si chiama indennizzo e non risarcimento – si legge nel libro di De Falco – perché è una specie di mancetta che lo stato a volte, e solo a volte, dopo anni ed anni, elargisce ai poveretti che stritola sbattendoli in galera senza una ragione e che non ha nulla a che vedere con il danno che lo sventurato patisce. Quelli sono e rimangono cazzi tuoi, se un privato ti fa una causa, che sarebbe a dire ti aggredisce a cazzo e perde, spesso, ma non sempre, paga le spese legali (almeno in parte). Invece se lo Stato ti mette sotto processo e ti arresta pure e poi, dopo anni ed anni, hai la fortuna di essere assolto (in genere perché sei del ceto piccolo medio borghese come i magistrati), allora sono cazzi tuoi e solo tuoi. L’avvocato te lo paghi tu e solo tu, angosce, insonnie e patimenti sono i tuoi, la carriera stroncata, le foto ed il tuo nome sul giornale, la gente che ti addita e ti mormora dietro quando ti incontra, sono e rimangono un problema tuo e solo tuo, la gente non dice che è vero che sei stato in galera ma che poi ti hanno assolto, per loro sei stato in galera e basta, è un marchio che ti metti addosso e non ti levi mai più, né tu né la tua famiglia».

 

KAFKA DOCET

Ma una critica sferzante De Falco la riserva anche alla sua categoria. «Nella maggior parte dei casi – scrive – gli avvocati sono nella stessa medesima condizione dell’avvocato del signor K nel processo di Kafka: parlano, parlano, parlano della loro carriera, dei politici che conoscono, dei giudici con cui giocano a carte e che lasciano sempre e comunque vincere, dei cancellieri e dei funzionari cui fanno i regali, di come sta andando la causa, solo che, il più delle volte, della causa dicono e sanno poco o nulla. Sorridono apparendo sicuri di sé, si aggirano per gli ambulacri ormai semivuoti del tribunale, ma in realtà non se ne fregano assolutamente nulla».

La storia raccontata nel libro, inventata ma non troppo, è quella di un avvocato che, ahilui, incappa nella ghigliottina del sistema penale italiano. Per non dire – ma in fondo implicitamente lo si capisce – che il male peggiore che possa capitale ad un avvocato (e anche ad un magistrato), quel fantasma che appare implacabile nelle loro notti insonni, è proprio l’incubo di doversi trovare dall’altra parte della sbarra, nella veste di imputato.

Francesca Nanni con Matteo Renzi oggi alla Leopolda

«Devo anche dire – rincara poi la dose De Falco nel libro – che la mia categoria, vale a dire quella degli avvocati, quanto a viltà è davvero unica, se nei guai finisce qualcuno di noi i colleghi gongolano sempre, se lo accusano di aver trafficato pochi spiccioli è un miserabile e tutti lo abbandonano dopo averlo spremuto come un limone, se per grosse cose, allora “eh, ma si vedeva che rubava, che millantava, troppi soldi”, ecc. ecc. Che poi in questi casi si dice sempre che millantava, mai che magari corrompeva davvero, perché non si sa mai. Se invece nei guai ci finisce un magistrato è quasi sempre un santo, una vittima dell’invidia e della cattiveria dei suoi colleghi, è sempre un galantuomo, un “grande magistrato”»…

Questi passaggi aiutano a comprendere la natura davvero unica del libro, l’ironia sferzante che gronda da ogni pagina mentre l’autore descrive fatti realmente accaduti, miserie umane e cadute dello Stato, che ogni giorno vedono nelle aule dei Tribunali uomini e donne piegati da un dolore privo di senso, eppure destinato ancora a ripetersi, chissà per quanto tempo.

Certo, esistono anche magistrati come la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni che oggi, nel suo lungo, rigoroso intervento alla Leopolda di Matteo Renzi, ha ricordato come, prima di intraprendere la sua attività di pubblico ministero, fosse andata a visitare le carceri, per comprendere fino in fondo cosa significhi privare qualcuno della libertà personale. Ha aggiunto che secondo lei questa dovrebbe diventare una prassi per i tirocinanti, lasciando tutta la vasta platea di giovani giuristi a bocca aperta.

E’ vero, esistono magistrati come la dottoressa Nanni, che ha avuto il coraggio di liberare l’innocente Beniamino Zuncheddu con un processo di revisione dopo 33 anni di carcere ingiusto. Ma la domanda allora è: quanti sono, in Italia, i magistrati come Francesca Nanni?

“L’Errore” sarà presentato a Napoli venerdì 9 ottobre alle ore 17:30 nella Saletta Rossa dello Spazio Guida,  in via Bisignano 11.  Qui la locandina.

 


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