Per non dimenticare

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Il vento di guerra alle porte dell’Europa precede e non di poco la disputa armata in corso sulla collocazione geopolitica dell’Ucraina e specialmente delle aree confinanti con la Russia, del Donbass, terra di risorse naturali ambitissime, di città e territori fondamentali per il controllo dei porti strategici del Mar Nero. Il conflitto, aspro, ma limitato all’area contesa, deborda con esiti devastanti dall’ambito descritto, assume la dimensione di guerra russo-ucraina e degenera rapidamente in conflitto mondiale. Il tragico incipit dell’escalation bellica è datato con incontrovertibile precisione: nella notte tra il 23 e il 24 febbraio parte da Putin l’ordine di invadere i ‘fratelli’ del Paese secondo per grandezza dopo la Russia. Lo zar del Cremlino punta a inglobare nella Confederazione il Donbass e in pratica dichiara guerra all’Ucraina. La risposta del mondo occidentale, che ha ignorato per anni quanto accadeva nell’area del conflitto, ha spinto Biden ad assumere il protagonismo di difensore mondiale delle libertà democratiche, di uomo forte, non meno del rivale Trump. In vista di un secondo scontro elettorale per la presidenza degli Usa, l’atteggiamento di duro gli ha fatto intascare anche il determinante endorsement dei produttori americani di armi. Biden ha imposto all’Europa che si riparo sotto l’ombrello della Nato di contrapporsi con aiuti militari e umanitari all’aggressore e ha consacrato l’ex comico Zalenski, simbolo del Davide ‘terzo millennio’, opposto coraggiosamente al Golia del Cremlino.  Per motivi ancora tutti da indagare, il gigante cinese ha scelto di defilarsi, ma senza lesinare attestati di ‘santa’ alleanza con Mosca. Per ora se ne sta in vigile attesa, ma tende a gestire da posizioni di forza i rapporti economici con l’alleato indebolito dalla guerra. Sulle fasi avanzate del conflitto incombe la minaccia ripetutamente annunciata da Putin e dal suo alter ego Lavrov di aprire le porte blindate degli arsenali e nuclearizzare la guerra,  “Con nuove armi, che non conoscete, capaci di cancellare in pochi secondi una megalopoli come New York”. Il ‘cast’ di soggetti dominanti lo scenario contrapposto assalitori-assaliti, ha nella locandina dei ‘prossimamente’, figure sorprendentemente emergenti. Attor giovane è certamente Zelenski e non solo per il passato di attore. Efficace affabulatore, il presidente ucraino ha retto alla pari e talvolta con margini di vantaggio il dialogo con i potenti del mondo. Intuita la tendenza dell’Occidente a prolungare i tempi della guerra, ha chiesto e ricevuto armi a iosa, dalle tradizionali alle più sofisticate e innovative. In stato di euforia, per aver causato lo smacco di Putin (lo zar aveva azzardato un  “Vinceremo la guerra in tre giorni”) il presidente ucraino, forte di immensi aiuti militari, prova a imporre alla Russia clausole inaccettabili per farla finita con le armi e lavorare seriamente per la pace. Sul fronte opposto Putin risponde alle oggettive difficoltà di concludere vittoriosamente l’aggressione il deterrente del gas negato, che vede l’Europa allo stremo e con il blocco imposto alle navi cariche di grano, ‘prigioniere’ nel Mar Nero. La Russia sa di avere contro tre quarti del Pianeta, l’Occidente teme i rischi di una probabile recessione mondiale, esito di due eventi pericolosamente concomitanti: pandemia e venti di guerra. E noi? Crisi energetica, controverso invio di armi, ‘Signorsì’ a Biden e Nato, ma l’aggressione è aggressione e la difesa è difesa.  (Cronistoria di una guerra. 1, continua).  

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