‘Prima la Russia?’. ‘Prima gli Usa?’. Prima l’Ucraina!

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Immettersi nel delicato, faticoso percorso della comunicazione, asseconda due motivazioni: la vocazione, spesso coincidente con la risposta “sì da grande voglio fare il giornalista” alla domanda che i ‘grandi’ a corto di idee più intelligenti rivolgono a bambini e ragazzi; o la scelta amorfa di quanti ritengono ‘Scienze della comunicazione’ una facile alternativa a facoltà più impegnative, in assenza di preventive tendenze. L’evidente vantaggio di esercitare la professione in un Paese democratico, qual è l’Italia, che protegge la libertà di pensiero, è in buona parte ostacolato dalla prassi di zittire il giornalismo d’indagine. Strumenti della repressione sono l’accaparramento delle testate, controllate direttamente dalla proprietà di chi ha molto da sottrarre alla conoscenza pubblica; la querela (quasi sempre giudiziariamente immotivata) di chi denuncia fatti e misfatti e deve affrontare oneri insostenibili per le spese legali di difesa, anche se viene assolto. Resistere a questa violenza è una missione quasi impossibile e l’esito della resa è la sconfitta dell’obiettivo primario di una corretta informazione. L’approccio alla professione richiede in alternativa di imboccare il percorso che offre cospicui premi professionali a chi accetta di anteporre l’interesse dell’editore alla libertà di opinione o la sofferta marginalità di chi rispetta a qualunque prezzo il diritto etico all’indipendenza.  Un esempio concreto: sofisticate, quanto arzigogolate elucubrazioni, tendono a parificare le ‘ragioni’di Putin e Zelensky, fino a ritenere ‘normale’ l’aggressione all’Ucraina per “impedire l’espansione occidentale e la pressione della Nato sulla Russia”. Questo particolare punto di vista, risente dell’incomprensibile, non dismessa empatia ideologica per la Rivoluzione d’Ottobre e ignora l’attualità della Russia inquinata dall’oligarchia totalmente subordinata a Putin, dall’antidemocrazia che uccide o incarcera il dissenso, che in nome di un anacronistico riferimento storico (Urss) ricorre alla guerra e con cinismo di potenza militare fa strage di civili, bombarda indiscriminatamente il Paese che difende autonomia e sovranità.

A proposito di percorsi alternativi, il racconto coraggioso, di giornalisti di Paesi ‘liberi’ e ancor più di regimi dittatoriali, che sfidano i cosiddetti poteri forti per non tradire la scelta di stare dalla parte dei deboli, degli indifesi, deli oppressi. Giornalisti che nel contesto di quanto accade in Ucraina si schierano con il popolo aggredito, costretto all’esodo di massa per non soccombere alla pioggia di missili, bombe, in città irriconoscibili, come investite da un terremoto della massima potenza.

Viva Biden e chi specula sul commercio di armi? Mai. L’America, di Biden o di Trump, usurpa per inerzia critica dell’umanità la definizione di Paese più democratico del mondo, pur essendo per oltre metà in preda a sovranismo, violenze, razzismo. Ma la tragedia della guerra d’aggressione russa ai ‘fratelli’ ucraini cancella ogni parallelismo tra mondi da sempre in conflitto. Anche questa è una scelta professionale e nasce dalla vocazione a raccontare senza condizionamenti di alcun genere.

Certo, l’orribile evento della guerra, così prossima all’Europa, racconta altro, di là delle motivazioni geopolitiche all’origine dell’aggressione: la partita ha come posta in palio l’egemonia di giganti quali sono la Russia e gli Stati Uniti. Tesi autorevolmente certificate, non di fantapolitica, definiscono l’Ucraina l’agnello sacrificale della violenta competizione Est-Ovest, mai interrotta e ora all’attenzione interessata della Cina. Terzo incomodo, candidata a leader mondiale, assiste con pericolosa pazienza allo scontro in corso. È la questione nodale del futuro prossimo e a farne le spese non può, non deve essere l’Ucraina.

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