VIA D’AMELIO / INDAGATO A CALTANISSETTA MAURIZIO AVOLA

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Il novello pentito Maurizio Avola, secondo cui la strage di via D’Amelio è solo ed esclusivamente opera di mafia, dice il falso, secondo la procura di Caltanissetta, che ora lo indaga per calunnia nei confronti del boss Aldo Ercolano ed anche per auto-calunnia.

Cerchiamo di capire i fatti.

Avola è al centro del fresco di stampa scritto da Michele Santoro con la collaborazione del suo storico braccio destro tivvù, Sandro Ruotolo. Si tratta di “Nient’altro che la verità”, edito da Marsilio.

Nel volume viene fornita la versione griffata Avola sull’organizzazione e l’esecuzione della strage di via D’Amelio, nella quale il neo pentito si attribuisce un ruolo chiave e tira in ballo altri boss, tra cui, appunto, Ercolano.

Una versione che fa totalmente a cazzotti non solo con le versioni fino ad oggi emerse dalle inchieste giudiziarie (ben poche per la verità) ma soprattutto con quelle ormai ‘storiche’, che parlano esplicitamente del più grande ‘Depistaggio di Stato’ della nostra storia.

Avola, in poche parole, demolisce quel depistaggio, e attribuisce le responsabilità per la tragica morte di Paolo Borsellino e della sua scorta solo ai mafiosi.

Va a farsi benedire ogni coinvolgimento politico, vanno in cavalleria le ‘menti raffinatissime’ che ordirono quella strage, come pure i ‘mandanti a volto coperto’, finisce sotto montagne di naftalina il taroccamento del pentito Vincenzo Scarantino, il cuore di tutto il depistaggio, come documentiamo nella nostra ultima inchiesta sui più clamorosi casi di giustizia negata, verità nascosta e memoria (delle vittime) calpestata nel nostro martoriato Paese.

Adesso, dopo trent’anni, spunta la nuova versione Avola. Il quale ora sostiene di essere stato sul luogo della strage, travestito da poliziotto. E così imbardato vide “Borsellino scendere dall’auto”. Quindi diede “il segnale a Graviano”. “Io, intanto, mi allontanavo, avevo in mano un borsone con la scritta polizia”.

Una versione subito smentita da uno dei superstiti della strage, Antonino Vullo, il quale ai sostituti procuratori di Caltanissetta che indagano sull’ennesimo depistaggio, Pasquale Pacifico e Matteo Campagnaro, ha dichiarato di non aver “mai visto nessuno in strada. Meno che mai un poliziotto con una borsa in mano”.

Maurizio Avola

Passiamo ad un’altra circostanza rammentata da Avola. Il quale afferma di aver partecipato al caricamento della Fiat 127 in un garage vicino alla Fiera. Un garage di cui aveva parlato nel 2008 Giuseppe Spatuzza, il pentito che ha smontato la pista del falso pentito, ossia Scarantino.

Secondo gli inquirenti nisseni, “Avola parla della luce fioca e delle dimensioni del box solo perché ha visto i filmati sul web, che riprendono il garage di via Ciprì e non quello di via Villasevaglios”.

Ancora. Avola afferma di essere stato a Palermo dal 17 luglio 1992: ma il giorno prima della strage venne fermato a Catania da una pattuglia della polizia, come viene confermato da un rapporto di servizio, poi ritrovato dalla Dia: “Al momento del controllo, in via De Caro, era a bordo di una Lancia Delta con un’altra persona, aveva il braccio sinistra ingessato”.

Non è finita. Perché Avola tira in ballo Ercolano, un boss legato a filo doppio con Nitto Santapaola. Sostiene di essere andato a Palermo proprio con lui: circostanza ben poco credibile, visto che all’epoca lo stesso Ercolano era sotto sorveglianza speciale. Da qui nasce l’imputazione, a carico di Avola, di calunnia.

Per decifrare questo depistaggio nel depistaggio, possono tornare utili alcune parole pronunciate un paio di mesi fa dall’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato: “Sulla strage di via D’Amelio c’è una filiera che parte dal 1992 e arriva fino ad oggi con tentativi di depistaggio attualissimi, come quello di Maurizio Avola. Una filiera di depistaggi che fanno sì che la strage di via D’Amelio sia ancora tra noi”.

 

 

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