EDUARDO E MASSIMO TROISI, QUELLE AFFINITÀ ELETTIVE

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Ventisette anni fa, dopo l’ultimo ciak del Postino, Massimo Troisi ci lasciava per sempre, troppo presto, e subito entrò nella storia e nel mito. Nella storia del cinema, e nel mito positivo di Napoli.

Da allora la sua immagine ci accompagna ovunque (nelle botteghe, nei negozi, nei ritrovi pubblici, anche nelle case più umili), accanto, e con pari rilievo, a quelle dei grandi artisti che costituiscono un vero e proprio pantheon del popolo napoletano: Totò, Eduardo e Peppino, Sofia Loren, Vittorio De Sica, e da qualche anno Pino Daniele. Un fenomeno forse unico in Europa: come le divinità domestiche dell’antica Roma, queste figure amatissime in vita restano accanto a noi ogni giorno e per sempre, con una funzione protettiva, un riferimento identitario, un approdo etico nei momenti di difficoltà e incertezza.

Fra i protagonisti di questo particolarissimo Olimpo partenopeo è senz’altro Eduardo De Filippo a rivelare le maggiori affinità con la dimensione artistica di Massimo Troisi.

Sebbene l’attore e regista di San Giorgio a Cremano abbia sempre citato, tra i suoi modelli, anche e soprattutto Totò, è tuttavia evidente che la comicità e la cifra attoriale di Troisi sia piuttosto distante da quella di Totò, che fu attore estremamente versatile, e straordinario anche nei ruoli di maschera tragica o nell’esprimere una poetica malinconia, ma è stato prima di tutto il campione insuperabile di una comicità esplosiva, ipercinetica, fantasmagorica, in una parola travolgente, prima nelle riviste teatrali e poi sul grande schermo. L’opposto, insomma, della comicità di Troisi, che negli esordi teatrali e poi televisivi con il trio “La smorfia” si rivela senz’altro dinamica e spesso vibrante, ma nel prosieguo del suo percorso artistico, soprattutto nei film, si caratterizzerà sempre più in maniera soffusa, rarefatta, dimessa, talvolta persino “cerebrale”, come venne spesso definita da autorevoli studiosi la recitazione di Eduardo.

Proprio durante la lavorazione del Postino, per effetto della sofferenza che Troisi fu costretto ad affrontare negli ultimi giorni della malattia, alcuni critici e giornalisti rilevarono una somiglianza perfino fisica con Eduardo: “La sua magrezza ricorda Eduardo vecchio”, scrisse su “la Repubblica” Irene Bignardi. E a uno dei più quotati critici cinematografici di Napoli, Alberto Castellano, parve di scorgere nei tratti dolenti di Troisi “un volto eduardiano”, aggiungendo una considerazione tuttora inoppugnabile: “E con il grande drammaturgo l’ultimo Troisi condivideva la capacità di esprimere una filosofia artistica e una visione del mondo con le pause, i silenzi, la voce strascicata, le parole smozzicate”.

Ecco: la prima, e indiscutibile, analogia fra questi due straordinari artisti riguarda lo stile e il linguaggio, che in una parola potremmo definire “antiretorico”, e che nel Postino di Michael Radford raggiunge forse il suo livello più alto.

Commentando la “prima” di questo film, il “Giornale di Brescia” definì l’ironia di Troisi “dimessa” ma anche, addirittura, “masochista”. È una delle prove più palesi degli equivoci che spesso hanno accompagnato la comicità di Troisi, che può apparire “masochista” soltanto a chi non conosce l’arte e l’anima della civiltà napoletana. Quella dimensione umile e, appunto, dimessa che caratterizza i personaggi di Eduardo come di Troisi non implica un carattere di debolezza, di rinuncia, di ammissione di una inferiorità, ma al contrario è l’espressione di una saggezza antica, di una chiara consapevolezza della realtà, di una forza interiore, oggi si direbbe di una “resilienza” contro ogni forma di abuso e di prepotenza, di superficialità e di pregiudizio.

Pensiamo al personaggio di Gaetano in Ricomincio da tre (l’esordio cinematografico di Troisi, di cui ricorre quest’anno il quarantennale), in apparenza fragile e disorientato e invece molto più sicuro, moderno ed aperto rispetto ai napoletani della generazione precedente e anche a molti suoi coetanei e nuovi amici fiorentini. E a proposito di Firenze, ripensiamo anche alla mitica scena di Non ci resta che piangere in cui al frate fanatico che ripete ossessivamente il suo slogan di penitenza apocalittica (“Ricordati che devi morire!”), il bidello Mario risponde “Va bene, ho capito, mo’ me lo scrivo…”: quella risposta è tutt’altro che una resa, o un’accettazione masochistica di un messaggio che nella Firenze di Savonarola era, per così dire, mainstream. Al contrario, con quella reazione dimessa, con quell’eloquio a prima vista incerto e quasi balbettante, l’umile lavoratore napoletano interpretato da Troisi esprime in una sola battuta l’intelligenza, il garbo, la tolleranza ma anche le convinzioni laiche e il senso concreto della vita che sono patrimonio universalmente riconosciuto del popolo di Napoli e che erano stati già sublimati nei drammi di Eduardo e in alcune gag di Totò. Ci viene in mente una battuta altrettanto efficace, in una situazione analoga, nella celebre commedia eduardiana Non ti pago: al petulante vicino di casa, che a un certo punto sbotta “Volete sapere la verità? Voi non mi piacete proprio!”, il personaggio interpretato da Eduardo reagisce facendo un inchino e, quasi in tono di scusa, risponde: “E allora vuol dire che non ci sposiamo…”.

Ad accomunare Eduardo e Troisi è soprattutto questo linguaggio, peculiare della migliore cultura napoletana, che ricorre al basso profilo e all’ironia, anziché alla polemica e all’invettiva, per smontare l’interlocutore ottuso e molesto.

“Le parole sono pietre”, ci insegna Carlo Levi, e i due grandi artisti mostrano – ciascuno a modo suo – di averne compreso la portata straordinaria e al tempo stesso pericolosa. Pensiamo al personaggio eduardiano di Le voci di dentro, che ha volutamente rinunciato all’uso della parola per comunicare con gli altri uomini; e al personaggio troisiano di Scusate il ritardo, che nel memorabile dialogo sotto la pioggia con Lello Arena ricorre di continuo alle ellissi o al silenzio per non offendere la sensibilità dell’amico, anche quando avrebbe gioco facile nello spiegargli perché la sua ex fidanzata gli ha preferito uno svedese alto e biondo.

Per questo i loro pensieri, le emozioni, i sentimenti sono affidati non solo e non tanto alle parole, ma anche (e molto) ai gesti, agli sguardi, talvolta ai sospiri. E ai silenzi, all’afasia, termine ricorrente nelle analisi dell’arte interpretativa di Troisi. Con una differenza sostanziale, come osserva nel libro Per Massimo Troisi (edito da “Cinemasud” a cura di Salvatore Aulicino e Salvatore Iorio) lo studioso Mario Franco: “All’interno della drammaturgia di Eduardo i silenzi cominciano nel dopoguerra. Essi non appartengono al testo (…) ma alla sua rappresentazione. Nel senso che Eduardo con i suoi silenzi, spesso volgendo le spalle al pubblico, sottolineava il suo messaggio, la frase che è stata detta o che verrà. Sono silenzi di concentrazione estrema verso un enunciato. Cioè una parola che si estende in un’assenza prolungata. Al contrario l’afasia di Troisi è inclinata verso l’accidente, è fragile, frattale, confinante con l’inesprimibile. È essa stessa il testo. È metalinguistica ed è questo il motivo per cui di Troisi si è detto anche che è un iperrealista, un postmoderno”.

Ma le affinità tra i due grandi attori-registi non si fermano certo al linguaggio. Non meno importanti risultano, indicandole qui in estrema sintesi, le comuni vedute politiche, di segno chiaramente progressista; il respiro internazionale della loro arte, che resta indissolubilmente legata alle radici ma ha la forza di rendere universali situazioni e personaggi; la visione problematica e ambivalente dell’istituzione familiare, rappresentata al tempo stesso come luogo degli affetti ma anche, e più spesso, di sordi conflitti interpersonali (con Eduardo in Natale in casa Cupiello e Gli esami non finiscono mai; per Troisi, in maniera meno tragica e più ironica, in Ricomincio da tre); lo scetticismo nei confronti della religione, che ancor più che in Eduardo si riflette con evidente continuità in Troisi, dai memorabili sketch de “La Smorfia” sull’annunciazione e sull’arca di Noè fino a Le vie del signore sono finite e nello stesso Postino, con esiti comici quantomai efficaci e corrosivi.

Più di ogni altro aspetto, tuttavia, a illuminare il filo rosso che unisce Eduardo e Troisi è soprattutto il comune sistema di valori.

Come ha scritto uno dei maggiori studiosi italiani di teatro, Franco Carmelo Greco, con il suo sguardo in apparenza immobile e rassegnato Eduardo “tuttavia promuove valori come la solidarietà, l’uguaglianza, il valore degli affetti sinceri, laddove stavano predominando invece (pensiamo a Napoli milionaria, ndr) la furbizia, l’arrivismo, la competizione sociale”, e anche la superstizione, il perbenismo.

Questa considerazione si addice perfettamente anche alla dimensione artistica e umana di Massimo Troisi. E in questa nuova stagione di autoritarismi, di intolleranza, di incontinenza verbale, di fanatismi che risorgono anche in Italia e in Europa, e anche di evidente penuria di talento nel nostro cinema, l’eredità di Massimo Troisi, fatta di umiltà intelligente e di un uso sapiente di parole e messaggi, è più viva e importante che mai.

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