Laura, la pasionaria

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Laura Boldrini, viva le donne, è un esempio di coraggio, coerenza politica. Non a caso i beceri gli antagonisti della democrazia, dell’antifascismo, della tolleranza, del rispetto che prescinde dal colore della pelle, dell’adesione a molteplici religioni, dell’accoglienza, l’hanno insultata dentro e fuori del Parlamento, sui social, nei giornali servilmente complici della destra xenofoba, razzista, anti europea. Nel bel mezzo dell’orgia para fascista del valpadano “ce l’ho duro”, l’ex presidentessa della Camera dei deputati non riesce a trattenere un eloquente “Salvini è un bullo indegno e anti italiano”. L’attacco è frontale, mira a colpire dell’indegno ministro degli Interni l’impossibile autostima, il rozzo imitatorie di tiranni del buio passato italiano. Manca solo che dichiari guerra ai Paesi di dove con la fuga a rischio mortale provano a sopravvivere donne, uomini, bambini vittime di guerre sanguinose, dittature feroci, violenze e miseria. La Boldrini al ministro leghista: “Spero che ai suoi figli non capiti quello che sta infliggendo a tanti bambini”, e boccia il patto con l’Ungheria sul tema dell’immigrazione, contrario agli interessi dell’Italia”. Giudica l’intero esecutivo del governo e il presidente del Consiglio Conte soggetti di contorno che in subordine a Salvini contribuiscono alla disgregazione della Comunità e all’isolamento del nostro Paese sullo scenario internazionale”.

Il compare di nozze di Salvini, lo sbarbatello Di Maio emette una sentenza che sa di nepotismo in chiave dittatoriale. “Le Olimpiadi del 2026? O vince la candidatura di Torino o non se ne fa niente”. Il diktat è forse motivato dalla migliore qualità dell’offerta del capoluogo piemontese? Magari! No, la motivazione è in chiave partitica, essendo pentastellata la sindaca di Torino. La scelta di candidare una o l’altra città italiana spetta al Coni, ma con l’aria di epurazioni che tira il presidente Malagò oserà mai contraddire Il governo? Il retroscena del tifo pentastellato per l’Appendino nasconde un ricatto. I 5Stelle contrasterebbero la candidatura dell’Italia sei Giochi fossero affidati a un’altra città. Dov’è finito il no alla candidatura di Roma? Certo la presenza in Campidoglio della Raggi ha scoraggiato perfino i grillini, ma il principio generale delle priorità, delle emergenze più impellenti delle Olimpiadi, dov’è finito?

E’ arduo spiantare un albero se ha radici in profondità. L’ovvietà di questo postulato si affidata a meraviglia al furbetto di casa 5Stelle Di Battista. Il compagno-rivale di Di Maio, facendosene vanto, dichiarò a sorpresa di sganciarsi dalla politica attiva, per dedicarsi ai piaceri della famiglia. Voci di dentro avanzarono l’attendibile ipotesi di una furbata del Diba. Convinto che la Raggi non avrebbe completato il mandato di sindaca, puntava a scalzarla, a candidarsi come primo cittadino della capitale. Sfumata la promessa di eclisse politica, il giovanotto è entrato in azione con il piede a martello, come dicono i cronisti del calcio, a far male. Insulti, in linea con la truculenza del linguaggio del Ventennio, mutuato dal padre “orgogliosamente fascista”. L’ultima esternazione insulta su Facebook l’iniziativa degli associati a Libera, che in piazza sono apparsi con indosso una maglietta rossa, per solidarizzare con gli emigranti, a favore dell’accoglienza. Di Battista li ha insultati: “Ehi tu, che indossi una maglietta rossa sei lo stesso lacchè di Napolitano, colui che convinse il governo a dare via libera ai bombardamenti in Libia, preludio di una delle crisi migratorie più gravi della storia …Tu, che indossi la maglietta rossa, quando eri al governo del Paese non hai fatto nulla per contrastare l’ignobile business sulla pelle dei migranti. …Tu, annoiato da un’esistenza troppo comoda, organizzi un festino tra lussuose mura domestiche alimentando quel mercato della droga che è una delle ragioni di fuga della povera gente”.

Coltellate fratricide, guerriglia all’arma bianca, incroci esasperati ed esasperanti di “je accuse”, vendette, rivincite, aggressioni: neanche uno straccio di autoanalisi espresso in coraggiosa sincerità, un’idea guida. Zero spaccato alla ricerca dell’uomo giusto al posto giusto, all’inerzia da apatia strutturale. Stati di depressione e di illecita euforia, nemesi punitiva, default di proiezioni a corto, medio e lungo raggio, schermaglie futili. Il nulla, laddove l’emergenza invocherebbe concretezza operativa. De profundis, per i tasselli spaiati della defunta sinistra.

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