Pd e gli altri. La teoria del suicidio assistito

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Pensa e ripensa, Bersani, D’Alema e soci di un club degli anziani ex Pci, hanno elaborato una presunta strategia del rinnovamento. L’idea: che la leadership del Mpd, di cui siamo fondatori, sia affidata all’estro giovanile di un neofita della politica con un passato di protagonista della magistratura. Chi se non Pietro Grasso? Acquisito il sì del presidente del Senato, gli hanno pazientemente spiegato che il viatico per l’investitura impone di abiurare alla fede dem e lui non ha esitato. Ciao Renzi e così sia.

Modi e tempi dell’esodo lascerebbero dubbi sulla normalità della decisione, ma gli esperti del caos politico che regna nel Bel Paese capiscono e inseriscono anche questo salto della quaglia nell’ampio capitolo dei cambi di casacca.

Al capezzale di quel che resta della sinistra, smembrata, rifondata a ripetizione, ondivaga per sovrapposizioni e mix ideologici, un illustre patologo, luminare convocato quando ogni terapia si è rivelata fallimentare, ha compiuto una visita accurata del paziente, ne ha esaminato il check-up e stilato il referto: “Il malato è in fase terminale. Sottoporlo a cure drastiche, inutilmente dolorose, è disumano. Si prescrive come estrema ratio il suicidio assistito, nella forma affidata al paziente”. La sentenza inappellabile mobilita chi assiste il candidato perché sia una morte “dolce”. Si consulta il manuale del suicidio perfetto e si scartano nell’ordine: arsenico nel tè, iperdose di sonniferi, raccordo del tubo di scappamento all’interno dell’auto, apertura casalinga contemporanea di tutte le manopole del gas, forno compreso, salto nel vuoto da un Jumbo senza paracadute da cinquemila metri, testa sul binario dove transita Italo a trecento all’ora. Ogni cosa appare indegna di una morte all’altezza della tradizione razionalista della sinistra italiana. Rimedia, illuminandosi d’immenso, il vertice dei saggi e non manca nessuno: folta la rappresentanza dem, consistente il nucleo dei dissidenti allo sua sinistra, presenti i cani sciolti. S’infiltra perfino un inviato di Verdini e tenta di dissuadere i “congiurati”, nell’evidente timore di intralciare il ritorno al protagonismo di Ala, fondamentale nel sostegno parlamentare al governo Pd-Alfano.

Prevale la volontà dei più, confortata dall’idea di spedire il morituro in Svizzera dove potrà spirare con tutti i comfort.

Se il racconto apparisse l’esercitazione enfatica della satira politica, uno sguardo alla cronaca politica indurrebbe a ricredersi. Nelle stagioni post belliche, attraversate con numerosi incidenti di percorso, la sinistra ha contratto tutte le patologie da competizioni interne e scontri conclusi con scissioni, adeguamenti, svolte, cambi di pelle e inevitabili effetti collaterali: sconfitte elettorali, marginalità politica, alti e bassi del consenso popolare. Eventi imparagonabili a quanto accade in questo scorcio di duemiladiciassette, che nella parte finale del numero dice tutto di quanto accade (per i superstiziosi, s’intende).

Prodi contro Renzi, Letta idem. Speranza, D’Alema, Bersani e compagni fuoriusciti, Cuperlo metà dentro, metà fuori, Civati e Fassina esuli in cerca di fortuna, Emiliano impresentabile auto candidato alla segreteria Pd, Veltroni un colpo al cerchio, uno alla botte, Franceschini ultimo della cordata, l’inedita belligeranza Gentiloni-Renzi, il clamoroso default della sinistra in Sicilia, il crac del Pd a Napoli e dintorni, il governo a tutti i costi condizionato dal centrodestrismo di Alfano, il compromesso schizofrenico del Rosatellum, le incursioni dell’ultranovantenne Napolitano nelle faccende, già ampiamente pasticciate, della legge elettorale, la baraonda sulla successione di Visco, “licenziato” da Renzi, promosso da Gentiloni nel consiglio dei ministri disertato da Boschi, Del Rio, Lotti e Martina.

A malattia grave, rimedio estremo, ovvero suicidio assistito. Peccato. Equivalente al folle masochismo di un marito che per far dispetto alla moglie si fa evirare.

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