VEDI OMAR QUANTO E’ BELLO / SU REPUBBLICA PARLA L’AMICO DEL CAPITANO ULTIMO

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Ecco il Verbo di Omar. Il commilitone di tante imprese condivise con il mitico capitano Ultimo e con Arciere, i protagonisti della cattura del secolo, quella di Totò Riina.

Repubblica del 7 giugno dedica una mega intervista, una pagina intera, ai ricordi di Roberto Longu, “54 anni portati atleticamente, oggi fa il security manager”, secondo la prima pennellata di Piero Colaprico.

Ecco un paio di passaggi che trasudano storia: “Noi eravamo un gruppo d’eccellenza, non di schiavi al comando di un capo, non esiste eccellenza tra gli schiavi, ognuno diceva e dice ancora la sua. In trasparenza”. Boh.

Dopo la morte di Giovanni Falcone, ecco la reciproca promessa: “Andiamo a catturare Riina, era l’unica risposta sulla bara dei morti. Ci siamo fatti autorizzare e siamo scesi, ma come Crimor di Milano avevamo già studiato molte inchieste e carte giudiziarie. Ma se scrive l’operazione nasce dal capitano Sergio De Caprio e da altri quattro straccioni di carabinieri di strada non vorranno crederci”.

Piero Colaprico ci mette la mano sul fuoco, senza tema di scottature: “da giornalista ho la certezza, basata su fonti affidabili e risalenti a quell’epoca, che la cattura di Riina sia stata un’operazione pulita”.

Bene. Molti altri non la pensano così e parlano di una vera e propria imbeccata arrivata ai carabinieri sulla localizzazione del covo pochi giorni prima (altro che ricerche per sette-otto mesi) con tanto di mappa dettagliata dei luoghi. C’è chi ipotizza addirittura il nome dell’autore della soffiata, Bernardo Provenzano, che in questo modo sarebbe riuscito a garantirsi parecchi anni di felice latitanza.

Poi. Come mai nessuno, né Colaprico né Omar, fanno riferimento al responsabile dell’operazione per la cattura del super boss, ovvero l’allora colonnello Mario Mori?

E soprattutto, perchè neanche una parola sulla clamorosa storia del covo lasciato del tutto incustodito per due settimane, tutto il tempo per svuotarlo del prezioso tesoro che custodiva, ossia l’archivio da 3 mila nomi? Una vicenda che la Voce ha più volte raccontato, e che nasce da un processo milanese intentato dallo stesso Ultimo a due giornalisti proprio sul fronte dell’operazione-covo. “Non ho mai detto che nel covo ci fosse un archivio da 3 mila nomi”, sbotta De Caprio nel corso di un’udienza. Excusatio non petita. Nel volume dei due giornalisti, infatti, non veniva fatto alcun cenno a quella circostanza.

Della quale invece parlano alcuni collaboratori di giustizia, come Giusy Vitale, che dichiara: “se prendevano quella lista di nomi saltava l’Italia”. Per fortuna così non è stato, l’archivio è volato via, il covo ritinteggiato, la cassaforte asportata, rifatti perfino i bagni.

Tutto perchè – così giustificò il colonnello Mori al processo scaturito per la mancata perquisizione e controllo del covo – “la truppa dopo tanti mesi di lavoro era stanca”. E Ultimo precisò: “preferimmo non controllarlo e lasciare campo libero per vedere cosa succedeva”. Si è visto.

Coma mai nessuna domanda di Colaprico al mitico Omar su quella oscura storia, una delle ombre più pesanti sulle vicende di Casa e di Cosa nostra?

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