11 SETTEMBRE / OBAMA DESECRETA LE COMPLICITA’ DI CIA E FBI ?

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11 settembre 2001: quasi 15 anni fa la tragedia delle Torri Gemelle. 1 maggio 2011: 5 anni fa l’eliminazione del ricercato numero uno, Osama bin Laden. Due gialli ancora avvolti nelle nebbie. Potrà far luce il dossier che Barack Obama sta per desecretare, prima di lasciare la Casa bianca? Sono vere alcune indiscrezioni, secondo le quali alcuni “pezzi” di verità potrebbero emergere in modo clamoroso, svelando le complicità di pezzi da novanta dell’establishment Usa, in primis vertici di Cia, Fbi e super apparati della sicurezza a stelle e strisce? Staremo a vedere. Intanto dagli States rimbalza una notizia clamorosa: dietro il “terrorismo” islamico e gli attentati, una Gladio B, gemmazione di quello “Stay Behind” che ha insanguinato l’Italia e contrassegnato la “strategia della tensione” di casa nostra.

Osama bin Laden

Osama bin Laden

Cominciamo da oggi. Le news a stelle e strisce aggiornano su un Donald Trump in vena di capriole prevoto: tra le ultime sparate, la promessa del magnate di liberare, appena eletto, il medico pakistano – un eroe per tantissimi negli Usa – che con la scusa di un vaccino avrebbe portato al nascondiglio del suo illustre paziente, bin Laden: si tratta di Shakil Afridi, condannato a ben 33 anni di galera in patria con l’accusa di far parte di un gruppo terroristico. Per festeggiare l’uccisione di Osama, comunque, la Cia l’ha pensata e fatta grossa: un diluvio di messaggi video via Twitter, dal 1 maggio, per mostrare al popolo yankee dei flash sull’operazione, “come se tutto stesse succedendo in tempo reale”, hanno commentato le menti Cia illustrando l’originale iniziativa. La Cnn, dal canto suo, ha intervistato Obama nella “situation room” nella Casa Bianca, dove il presidente potè seguire in diretta, con i suoi più stretti collaboratori, il mitico blitz. Potete leggere tutti i dettagli di quell’operazione taroccata – bin Laden non venne catturato e ucciso dopo una rocambolesca ricerca, ma semplicemente venduto per milioni di dollari (pare una dozzina) dal capo dei servizi segreti pakistani, Mohamoud Ahamad, che ritroveremo fra poco – nell’inchiesta della Voce messa in rete esattamente un anno fa, il 15 maggio 2015.

Ma il “nodo”, ora, per Obama, resta uno: desecretazione sì, desecretazione no. Spiega un esperto di intelligence Usa: “Prima della fine del suo mandato il presidente ci terrebbe a fare due cose che gli pesano non poco sullo stomaco: la questione Guantanamo, che non è riuscito a risolvere dopo le tante promesse di chiudere quel lager; e la vera storia delle Torri Gemelle, un problema gigantesco, perchè se si inizia a scalfire il muro di gomma fino ad oggi innalzato sono guai per tutti ai vertici del potere Usa, con deflagranti effetti a catena ora del tutto inimmaginabili”.

In un’intervista alla Cbs rilasciata da Obama il 19 aprile, il numero uno della Casa Bianca ha ammesso che la decisione sulla desecretazione è ad un punto di svolta. Lo ha fatto prima di partire per un viaggio in Arabia Saudita. “Circostanza significativa – viene sottolineato – perchè certe rivelazioni riguarderebbero proprio il ruolo svolto dall’Arabia Saudita nel fiancheggiare il terrorismo islamico e un possibile ruolo anche per la vicenda dell’11 settembre”. Ecco alcune parole di Obama, a proposito del dossier sulle Torri Gemelle fino ad oggi top secret, 28 pagine dense di nomi & circostanze bollenti: “ho un’idea di cosa ci possa essere scritto, ma la nostra intelligence, guidata da Jim Clapper, ha dovuto assicurarsi che le informazioni, una volta rilasciate, non compromettessero la sicurezza del Paese. Credo che Clapper abbia finito questo lavoro”.

Che verità, a questo punto, salteranno fuori? Brandelli, per non “compromettere” i destini dei Palazzi Usa, o almeno mezze verità? Perchè fino ad oggi la macchina della “disinformazione” e del più totale “insabbiamento” ha avuto sempre la meglio.

 

2012, L’ATTA D’ACCUSA DI FERDINANDO IMPOSIMATO

Ferdinando Imposimato. In apertura, Barack Obama

Ferdinando Imposimato. In apertura, Barack Obama

Ad effettuare una minuziosa ricostruzione di quel tragico 11 settembre, delineando soprattutto un identikit dei protagonisti dell’attentato che cambiato le sorti del mondo, s’è attivato, cinque anni fa, un team di studiosi internazionali, al quale la Corte dell’Aja ha chiesto un contributo scientifico (e anche giuridico) per cercare di comporre le tessere del complesso mosaico. In prima fila, i nostri Ferdinando Imposimato e Giulietto Chiesa. A marzo 2012 Imposimato – storico “giudice istruttore” ai tempi del rapimento Moro e dell’attentato a papa Woytila – scrisse per la Voce un ampio reportage che titolammo “Atta d’Accusa”: una profetica ricostruzione consegnata alla Corte dell’Aja. Alcuni suoi cardini – secondo indiscrezioni – potrebbero trovare una clamorosa conferma nel dossier che Obama starebbe per desecretare.

Accanto a Mohamed Atta – il capo dei kamikaze per l’attacco alle Twin Towers – il personaggio chiave della story è Mohamoud Ahmad, il capo dei potenti servizi segreti pakistani (ISI) a inizio 2000: l’uomo che commissionò, per conto della Cia, ad Atta & C. l’attacco alla Torri, e che dopo dieci anni esatti “venderà” per una barca milionaria di dollari bin Laden alla stessa, generosa Cia. Leggere per credere.

Ecco cosa scriveva Imposimato più di 4 anni fa, marzo 2012 (in basso il link dell’inchiesta pubblicata dalla Voce). “Vi è la prova che a novembre del 1999 Mohammed Atta, pedinato dalla Cia, lasciò Amburgo e andò prima a Karaci, in Pakistan, poi a Kandahar, in Afghanistan. Qui Atta incontrò Osama Bin Laden e lo sceicco Omar Saeed. Saeed era colui che avrebbe finanziato, per conto del capo dei Sevizi segreti pakistani (ISI), Mahmoud Ahmad, l’egiziano Atta e i suoi kamikaze. Secondo il Times India, che ebbe le intercettazioni dei colloqui di Saeed con Ahmad, questi nel giugno 2000 inviò dal Pakistan 109 mila dollari ad Atta, tramite una banca di Dubai. E ciò mentre Atta era appena arrivato in Florida”. Ricostruì ancora Imposimato: “L’amministrazione Usa dal 1999 aveva la prova dell’incontro di Atta con Saeed. Ma non accadde nulla. Perchè? La ragione è evidente: Ahmad, che si trovava a Washington dal 4 all’11 settembre, cioè nella fase cruciale della preparazione ed esecuzione degli attacchi, e si era incontrato con il capo della Cia George Tenet, aveva la possibilità di ricattare l’amministrazione Bush. E di dimostrare che l’esecutivo sapeva dell’attacco e lo aveva lasciato eseguire per giustificare le guerre successive. La presenza di Ahmad alla Casa Bianca, e poi al Pentagono, venne scoperta dal professor Michel Chossudovsky, che non è stato mai smentito”. Un altro componente, Chossudovsky, del gruppo di esperti incaricati dall’Aja di redigere la “controinchiesta” sull’11 settembre. “Ho avuto modo di sentire Chossudovsky al Toronto Hearing, nel settembre 2011: un grande ricercatore di verità”, scriveva ancora l’ex magistrato, che nella sua minuziosa ricostruzione dei mesi precedenti (quel tragico 11 settembre) di Atta, ne scopre delle belle, libero come un fringuello – il capo dellla band – di girare per mezzo mondo. Viaggi senza tregua, nonostante visti illegali e, soprattutto, nonostante “formalmente” il suo nome risultasse nella super lista dei ricercati per terrorismo stilata dal dipartimento di Stato fin dal 1986.

Sottolinea soprattutto due clamorose circostanze, Imposimato, nel suo reportage. Bush era al corrente di tutto, possibili attentati imminenti compresi, perchè la Cia ad agosto 2001 inviò

Mohammed Atta

Mohammed Atta

alla Casa Bianca una lettera top secret che testualmente, fra l’altro, diceva: “Osama bin Laden determined to strike Us” e faceva riferimento all’attentato del 1993 al World Trade Center, il tutto con l’obiettivo di “bring the fighting to America”, portare il conflitto nel cuore degli States. E tutto sapevano,

Mahmoud Ahmad

Mahmoud Ahmad

ovviamente, i vertici dei Servizi a stelle e strisce. In particolare Tom Wilshire, il cui comportamento “attivo e omissivo” Imposimato ha denunciato davanti alla Corte dell’Aja: “quando nell’agosto 2001 passò dalla direzione della Cia al vertice dell’Fbi, egli sapeva perfettamente che Atta aveva fatto azione di reclutamento di terroristi in Germania e aveva acquistato polvere per esplosivi a Francoforte. E’ un probabile complice dei terroristi per aver consentito gli spostamenti negli Usa e aver omesso di informare l’Fbi circa questi spostamenti. Non fornì – scrisse ancora Imposimato – all’Fbi le notizie che aveva raccolto sul conto di Atta e degli altri, fin dall’incontro di Kuala Lampur nel dicembre 1999”.

Scrive Laura Ferrari sui “misteri irrisolti” dell’11 settembre: “Tra gli altri misteri che i 19 dirottatori si sono portati nella tomba, ci sono visite rimaste inspiegabili a Las Vegas nei mesi prima dell’attentato, uno strano incontro in Malaysia nel 2000 (con ogni probabilità il summit di Kuala Lampur a dicembre, ndr) tra esponenti di Al Qaeda e due terroristi poi morti sull’aereo finito al Pentagono e il bizzarro itinerario seguito la mattina dell’11 settembre da altri due dirottatori. Nessuno ha capito – scrive ancora – perchè Mohamed Atta e Abdulaziz Alomari quella mattina compirono un complesso viaggio fino a Portland, nel Maine, prima di trasferirsi a Boston e imbarcarsi sugli aerei poi finiti sulle Torri Gemelle”.

 

MAXI TRAFFICI ILLEGALI & COPERTURE DELLA GLADIO B

Ma un’altra investigatrice – per anni in servizio all’Fbi come traduttrice – ha scritto un esplosivo dossier-verità sulle Torri Gemelle e la fitta rete di complicità ad altissimo livello. Si tratta di Sibel Edmond, che è riuscita a raccogliere una sterminata mole di materiali, ha poi inutilmente cercato un editore, non lo ha evidentemente trovato e alla fine ha deciso di autopubblicare “Classified Woman – the Sibel Edmond Story” proprio nella primavera 2012: subito eclissato dai media e ignorato dai mezzi d’informazione, pochi stralci a vagare nell’etere del web alternativo. Ecco, di seguito, alcuni illuminanti passaggi tratti da un report del Sunday Times.

“La Edmonds descrive gli stretti legami di Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato con i militanti di Al Qaeda fin dal 2001. Il suo libro accusa esplicitamente gli allora vertici governativi e militari di negligenza, corruzione e collaborazione con Al Qaeda in traffici di armi e droga nell’Asia Centrale. Edmond sostiene che l’allora braccio destro di bin Laden, Ayman al-Zawahiri, ha avuto numerosi incontri presso l’ambasciata Usa a Baku, in Azerbaijan, con gli uomini dell’intelligence statunitense dal 1997 al 2001, all’interno di un’operazione conosciuta come Gladio B. Secondo Edmonds, al-Zawahiri, così come diversi membri della famiglia bin Laden e altri importanti mujahideen, sono stati trasportati dagli aerei militari della Nato in diverse parti dell’Asia Centrale e sui Balcani per partecipare a operazioni di destabilizzazione decise dal Pentagono”.

Sibel Edmond

Sibel Edmond

Parole che pesano come macigni. Sui proficui rapporti tra bin Laden e la famiglia Bush, del resto, la Voce a inizio 2000 pubblicò alcune dichiarazioni dell’avvocato Carlo Taormina, all’epoca legale di Loredana Bertè, la quale gli aveva raccontato di “un pranzo con l’ex marito, il tennista Bijorn Borg, a casa Bush: al tavolo c’era un certo Osama bin Laden”.

Continuiamo col report. “Sibel Edmonds, che ha studiato legge e psicologia criminale alle università George Washington e George Mason, ha descritto come la Cia e il Pentagono hanno condotto una serie di operazioni coperte supportando la rete di milizie islamiste legate a bin Laden subito dopo l’11 settembre, in Asia Centrale, nei Balcani e nel Caucaso. Mentre i legami sono ben noti e ammessi dagli Usa durante la guerra russa in Afghanistan, i legami successivi sono stati sempre falsamente negati”.

Ecco, più in dettaglio, la Gladio B secondo la ricostruzione della investigatrice-traduttrice. La quale fa un nome, quello del maggiore Douglas Dickerson, un militare che conosceva personalmente, essendo il marito della sua collega Melek negli uffici della stessa Fbi. Dickerson “diresse specificamente l’operazione Gladio in Kazakhstan e in Turkmenistan, contemporaneamente”. Veri Rambo. In particolare, il maggiore lavorava per la DIA (Defence Intelligence Agency), organismo controllato dal Pentagono, nonché per l’OSP (Office of Special Plans), impegnati sul fronte della fornitura di armi alle divisioni logistiche in Turchia e Asia Centrale. Sintetizza il report del Sunday Times: “Se l’Italia era l’epicentro delle manovre della vecchia Gladio, secondo la Edmonds i paesi di riferimento per le operazioni della nuova Gladio B sono Turchia e Azerbaijan”. E per quanto riguarda gli obiettivi strategici: “progettare le nuove strategie energetiche per gli Usa, attraverso nuove influenze sui paesi dell’ex impero sovietico; respingere il potere crescente di Russia e Cina; espandere il raggio delle azioni criminali, soprattutto per quanto concerne i traffici di droga e armi”. Obiettivi da autentico Stato canaglia: quegli stati che gli Usa – in teoria – avrebbero dovuto contrastare…

“Non è un caso – dichiara Edmonds al Sunday – che i traffici internazionali di oppio siano cresciuti a dismisura sotto la tutela Nato in Afghanistan. Le rotte previste dai piani della Nato si basavano su trasporti dall’Asia, a bordo di navi, la destinazione preferita per i carichi di eroina è stata il Belgio, da dove poi veniva smistata in tutta Europa e in Gran Bretagna. Altri approdi dei traffici, sempre via mare, erano il New Jersey e Chicago, negli Usa. Il controspionaggio dell’Fbi e la Dea (Drug Enforcement Agency, ndr) sono riusciti a monitorare queste operazioni, che vedevano implicati i vertici del Pentagono, della Cia e del Dipartimento di Stato, con un ruolo di primo piano svolto da Dickerson. Tutti i traffici di droga, denaro e terrore nell’Asia Centrale erano diretti da questi ufficiali”. Più chiari di così.

L’attendibilità e veridicità delle affermazioni e ricostruzioni effettuate da Sibil Edmonds ha trovato conferma nelle dichiarazioni di non pochi ufficiali non implicati in quei traffici e non timorosi di parlare, sia all’interno dell’Fbi che dei servizi britannici, l’M16. Per fare un solo esempio, l’agente speciale dell’Fbi Dennis Sacher s’è lasciato sfuggire un significativo “è uno scandalo più grande del Watergate”: dopo di che è stato rimosso dal suo ufficio, in Colorado.

Come mai fino ad oggi la “bomba” non è scoppiata? Perchè il Watergate post 11 settembre non è esploso? “Per via delle gigantesche manovre corruttive che hanno inquinato gli Usa”, è l’amaro commento della Edmonds. “L’altissimo livello di corruzione ha compromesso ogni capacità di accertamento della verità da parte di chi avrebbe dovuto investigare su quello che è accaduto, su quanto hanno fatto coloro che hanno pianificato l’11 settembre. La corruzione ha comprato il silenzio del Congresso. Il controspionaggio dell’Fbi ha comprato i voti di molti repubblicani e democratici in pari tempo”.

Un pesantissimo silenzio, costato non solo in termini di dollari ma soprattutto in termini di vite umane. E di maxi traffici illegali portati avanti negli arcidemocratici States.

Potrà infrangerlo l’ultimo colpo di coda dell’uscente Obama?

 

Leggi anche:

LE GRANDI BUFALE DI OBAMA SULLA CATTURA DI OSAMA –  15 maggio 2015

 

Qui l’inchiesta di Ferdinando Imposimato per la Voce di marzo 2012

articolo Voce-Imposimato marzo 2012

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