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La voglia matta di buttarla in satira si dilegua rapidamente a favore di un’esplorazione impietosa. Descrive a dimensione reale, senza i filtri della benevolenza omertosa, i sintomi dell’epidemia perniciosa contratta dal Pd renzista a contatto con virus resistenti a ogni antidoto: scaltri, per tradizione e stato di necessità, gli irriducibili della defunta Dc hanno esemplarmente interpretato i canoni del riciclo. Una quota ha scelto la destra moderata, un nucleo ha originato frange di neofascismo manganellatore, la terza mission ha puntato, temporaneamente in stand by d’attesa, sul bersaglio del dopo Pci, favorito da presenze interne certificate esemplarmente dalla genesi politica del capo di governo, dalla più che sospetta anomalia di Renzi alla guida contemporanea del Pd, con la tutela ossequiosa di docili “signorsì” e dell’esecutivo di Palazzo Chigi. Chiaro, l’oracolo anticipatore di eventi imprevedibili solo dieci anni fa, ha emesso la sentenza, pollice verso a carico delle minoranze, della loro fragilità, titubanti, sparpagliate in una disordinata opposizione. La “quinta colonna” degli ex di piazza del Gesù, di contro ha lavorato coesa su tutti i fronti per sabotare, uno a uno, i fondamentali di un partito di sinistra. E così, freno pigiato a fondo a bloccare il percorso della parità di diritti tra famiglia tradizionale e coppie di fatto, silenzio assordante sul bluff dei medici antiabortisti, finti obiettori di coscienza ma alacri abortisti nel privato, morte ingloriosa dello statuto dei lavoratori, ostilità antisindacale (specialmente anti Cgil, storicamente caposaldo di difesa dei lavoratori), sintonia senza la minima prudenza con il pianeta confindustriale.

Non è il peggio. La pandemia della corruzione ha diffuso tra uomini del Pd il disconoscimento dell’etica che ha autorizzato la sinistra storica a mostrare mani pulite al mondo della politica. Il conflitto ideologico su giustizialismo e garantismo ha incendiato il botta e risposta Davigo-Renzi. Il neo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati non ha messo i guanti bianchi nell’ammonire la politica dei politici corrotti, Renzi ha riesumato accuse berlusconiane al giustizialismo, i lai del centrodestra contro le cosiddette toghe rosse e le indagini a orologeria mirate a colpire uomini di Forza Italia (ora del Pd?) in prossimità di consultazioni elettorali. Cosa ha fatto ribaltare le convinzioni colpevoliste di Renzi e di contro quelle innocentiste della destra? Una sola ragione. La torbida successione di indagati e condannati del Pd ha ormai dimensioni da sud America degli anni bui e le ripercussioni sull’opinione pubblica mostrano la tendenza a penalizzazioni del maggior partito di governo in termini percentuali (benché da sondaggio, suscettibile di ampie variazioni). Il caso Graziano, accusato di contiguità con il clan camorristica degli Zagaria, ha fatto traboccare il vaso riempito dalla cronaca giudiziaria con un impressionante numero di indagati e condannati dem. Quotidiani e periodici di sponda opposta hanno esercitato lo strumento della vendetta e pubblicato l’elenco di esponenti Pd indagati o condannati. La statistica è ferma al 2011 e aggiornata sarebbe ancora più eclatante ma basta già numero di 140 per far tremare i polsi a Renzi e ai residui di sinistra che sopravvivono all’erosione permanente della propria identità. Un dato specifico è palesemente peggiorativo: vede in cima alla classifica dei “cattivi” regioni tradizionalmente rosse quali sono l’Emilia Romagna e la Toscana con 15 e 8 casi. Dalle Alpi all’Etna, il “non c’è più religione” dei cosiddetti vetero comunisti è da tempo coro di sottofondo per la ribalta mediatica di amministratori, manager e parlamentari dem alle prese con accuse e condanne delle Procure. I mali da cattiva compagnia hanno radici lontane quando in un PCI logoro per astinenza da posizioni leader negli enti locali e soprattutto nel governo del Paese, si delineò la strategia berlingueriana del “compromesso storico”, benché lontana dalla degenerazione di interpreti successivi, ingolositi dall’approccio al mondo remunerativo della corruzione. Anni che cominciavano a perdere il rigore ideologico dell’etica, sopraffatti da procedure a tappe forzate in direzione della promiscuità tra anime diverse approdata al renzismo, al sodalizio con Alfano, al patto del Nazareno con il “nemico” Berlusconi, ai sì di Ala per volontà dell’ex Forza Italia Verdini, ai i “no” al referendum sulle trivellazioni e al “sì” al TAV, al “nì” al ponte sullo stretto bocciato dagli economisti e dagli stessi siciliani punti dall’inerzia statale con ferrovie da western, disastri ambientali ignorati e acquedotti minacciati in permanenza da frane. Prodromi di approssimazione al “tutti dentro” del partito della Nazione? Altre domande senza risposta, o peggio driblate con arzigogoli elusivi: perché prosegue l’acquisto dei bombardieri f35, unicamente progettati per attacchi aerei; perché autorizziamo il decollo da Sigonella di droni americani da guerra; perché non è guerra, questa lecita, ai grandi evasori che scoperti consentirebbero di ridurre le tasse a chi le paga oltre il lecito? E direttamente a Renzi: perché come molti altri esponenti del centrosinistra frequenta il salotto di “Porta a Porta”, simbolo di faziosità di destra: il no dei dem cancellerebbe il programma, per assenza sistematica della par condicio. Venti di destra soffiano sull’Europa e in casa nostra Eolo è nientemeno che Salvini, voce moralizzatrice è appannaggio di Fratelli d’Italia, i grillini sguazzano nel pantano del Pd salva corrotti: usque tandem, dem?

Post scriptum. Uomini del pd indagati, arrestati, condannati per regioni: Piemonte 8, Liguria 8, Lombardia 2, Emilia Romagna 9, Toscana 15, Umbria 7, Marche 1, Puglia 7, Calabria 4, Veneto 2, Lazio 5, Campania 13, Sardegna 3, Abruzzo 6, Basilicata 4, Sicilia 7. Citati per difetto, perché riferiti al 2011, inutile dire, sono in buona compagnia di Forza Italia, Lega Nord e di recente dei Cinquestelle. Ingiustificata consolazione il “mal comune, mezzo gaudio” se solo torna in mente l’etica rigorosa di personalità (una per tutte) come Pietro Ingrao.

Nella foto Renzi

 

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