Mondadori pigliatutto

Condividi questo articolo

Non è una buona notizia. Il gigante dell’editoria italiana che una per volta ha comprato storiche case editrici costrette a cedere perché vittime della crisi, agguanta l’ultima potenziale antagonista, la Rizzoli, e perfeziona il duopolio (relativo per differenza di dimensioni) con Feltrinelli, ma in posizione egemone. Con questa macro operazione la sofferenza di piccoli e medi editori è destinata a diventare patologia incurabile in danno dell’indispensabile pluralismo culturale, responsabile di probabili fallimenti, di perdite secche di posti di lavoro, ma soprattutto di un colpo alla diversificazione delle linee editoriali, alla difficoltà di autori estranei alla squadra del colosso di accedere a possibilità di pubblicazione. Un’aggravante non secondaria dell’operazione Mondadori è la gestione univoca della distribuzione nelle librerie e nelle edicole. Prima del gigantismo, che Mondadori ha realizzato assorbendo decine di case editrici, anche importanti, lo strapotere di mercato ha imposto ai rivenditori l’acquisto forzato di gran parte della produzione, non proprio da premio Goncourt, per ottenere la fornitura dei bestseller, non di rado favoriti da martellanti battage pubblicitari televisivi e sulla carta stampata. Un esempio? Gli infiniti passaggi nel popolare programma di Fazio “Che tempo che fa” di romanzi e saggi della Mondadori, presente con una consistente partecipazione nella “Endemol”, che produce il format di Rai Tre. Non è trascurabile il disagio di scrittori affermati, affiliati ad altre case editrici, in questo caso alla Rizzoli, che non condividono la linea editoriale e la gestione monopolista della Mondadori. L’unica, molto magra consolazione, è che almeno le case editrici restano italiane e per il momento è sventato il rischio di omologare l’importante comparto culturale al settore alimentare e dolciario, in gran parte fagocitato dalle multinazionali di mezzo mondo.

 

Oggi di destra, domani di sinistra

Un buco nero, nel pianeta divenuto luogo di scurrilità e risse, è certamente la facoltà di parlamentari eletti con un partito di abbandonarlo per un altro carro. Spesso il “salto della quaglia” avviene con cambi di casacca all’interno della stessa area politica, ma altrettanto spesso con   stupefacente disinvoltura senza farsi scrupolo di associarsi a formazioni partitiche collocate in posizione opposta dell’arco costituzionale. Il cinismo, in questa ipotesi non azzardata, è bivalente. Si addice a chi lascia e a chi accoglie. E’ noto il momento di caos interno al centrodestra, emblematica è la contrapposizione clamorosa tra Ncd e Forza Italia, entrambi di destra, sul rapporto con il governo di centro sinistra: il partito di Alfano è alleato di Renzi, Forza Italia di Berlusconi (ma è ancora il leader?) è all’opposizione. Altro motivo di sconcerto è il comportamento di Verdini, che “evaso” da Forza Italia con una decina di seguaci, vota in sintonia con il Pd e non meno quello di Renzi che loda l’alleanza di fatto con i fuoriusciti di Forza Italia e gratifica l’ex coordinatore di questo partito definendolo salvatore della Patria. Ovvia la domanda: ma gli italiani che ancora onorano il diritto al voto, sanno davvero dove e perché tracciare la ics?

 

Povero italiano

Abbiamo sottoscritto virtualmente l’impegno a difendere la lingua italiana e in questa circostanza lo rispettiamo da lettori di la Repubblica. Sulla copia di oggi, sfogliando le pagine anche superficialmente, catturiamo una serie di inglesismi che testimoniano la tendenza, in crescita, a immettere nel vocabolario dei giornalismo, e non solo, termini e frasi inglesi. La Lingua di Shakespeare, si deve ammettere, è universale, ma esagerare nel ricorrere al suo dizionario, come accade sempre più frequente, non si giustifica, specialmente se nella nostra lingua esiste un efficace corrispettivo. Cosa ho trovato: banking (servizi bancari), omosex, gay (omosessuale), coding (programmazione), cheating (copiare dai compagni a scuola), racket (taglieggiamento), storytelling (narrazione), parking (parcheggio), shatush (sciarpa), new entry (nuovo ingresso), austerity (austerità), export-import (esportazione-importazione), assist (passaggio smarcante), resort (albergo), open toe (aperte sul davanti), touch screen (schermo tattile), web designer (disegnatore internet), star (stella), cool (nel gergo giovanile, fico), spending review (revisione di spesa); bartender (barista); coming out (dichiarazione aperta del proprio orientamento sessuale), swipe (colpo), reality show (realtà spettacolare), per non parlare degli abusatissimi ok, ko, bye, bye. L’altra faccia della medaglia? Nel mondo del ricco patrimonio linguistico italiano si usano e non dovunque solo “ciao”, “bravo” e “pizza”.

Condividi questo articolo

Lascia un commento