TRAFFICI DI RIFIUTI E TRUFFE MILIONARIE. “BOMBE” MILANESI E ESORDI VESUVIANI…

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25 anni di business sulla monnezza. Con la ciliegina, ora, di un “traffico illecito di rifiuti” da 200 mila tonnellate e una “truffa aggravata” per 37 milioni di euro ai danni della commissione europea e della Regione Lombardia.

Parte dal Vesuvio e arriva alla bomba ecologica dell’area chimica ex Sisas di Pioltello-Rodano, a Milano, il percorso d’affari di una dinasty, quella dei Colucci da San Giorgio a Cremano, salita anni fa alla ribalta internazionale con l’acquisizione di Waste Italia, diramazione del colosso statunitense.

L’ultima vicenda è approdata alla procura di Roma, dopo che la Cassazione ha trasferito gli atti da Milano. Non pochi gli imputati eccellenti, per l’inchiesta su maxi traffici di rifiuti e bonifiche taroccate. In prima fila il commissario di quella bonifica nel biennio 2010-2011, Luigi Pelaggi, due manager della Sogesid (l’azienda parastale per la “salvaguardia” – sic – ambientale), e poi i rappresentanti delle imprese baciate dalla fortuna nel maxi appalto, Francesco Colucci, per Unendo, e Bernardino Filipponi, per Daneco. Sigle che si sono poi fuse, sotto il potente ombrello di casa Colucci.

Per Pelaggi, comunque, anche le accuse di “abuso d’ufficio” per aver procurato un “ingiusto profitto” alle due società, e di “turbata libertà del procedimento di scelta del contraente”. Poi una terza imputazione: “falso in atto pubblico” per le irregolarità nei collaudi: tanto per chiudere il cerchio. E pensare che quattro anni fa, primavera 2011, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, descrivevano la bonifica dell’area di Pioltello come “un esempio da prendere a modello”. Si è visto.

Ma torniamo ai Colucci, la cui dinasty nel frattempo ha diviso i suoi destini, con il solo Francesco rimasto sul ponte di comando, dopo aver liquidato le quote dei fratelli Nicola e Pietro. Il decollo, per l’impresa, ha una data precisa, estate 1990, quando a palazzo San Giacomo, sede del comune di Napoli, va in onda una delle più incredibili sceneggiate: ossia la privatizzazione delle nettezza urbana, per la regia dell’assessore socialista Antonio Cigliano (il figlio, poi, ne seguirà le orme candidandosi con successo alle amministrative). “Vogliamo pulire la città e rendere efficiente il servizio di raccolta”, suonavano le grancasse. Il risultato si è visto: una città sempre più al collasso e sempre più sommersa dalla monnezza. Ma un altro risultato, comunque, venne raggiunto, in quel settembre nero del ’90: la camorra entrò a vele spiegate negli appalti comunali dei servizi. Ad aggiudicarsi la maxi torta già allora miliardaria, infatti, furono sigle di riferimento della malavita organizzata o dei capibastone dei partiti, del resto già in fase di forte crescita dopo la manna dei fondi pubblici post terremoto.

Inarrestabile, da allora in poi, l’escalation del gruppo Colucci. Intese locali, ad esempio, con la famiglia La Marca da Ottaviano (il paese natale di don Raffaele Cutolo), che si è poi riconvertita al green e ai nuovi business delle rinnovabili. Oppure nazionali, in prima fila la dinasty pugliese dei Pisante. E la Techint dei Pisante, proprio in quell’inizio anni ’90, spicca il volo: verso i miliardi della cooperazione internazionale, fondi Fai. Sul ponte di comando, all’epoca, Gianfelice Rocca, oggi numero uno degli industriali lumbard (e in pole position per la poltronissima di Confindustria) e Paolo Scaroni (cugino della psi tutto esteri Margherita Boniver), poi al vertice Eni. Grandi affari idrici, per Techint, soprattutto in Somalia. Ma anche rifiuti tossici. Una pista sulla quale stava indagando Ilaria Alpi…

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