LA DESTRA È ANCORA DOMINANTE?

Ci avviciniamo rapidamente alla conclusione di una decisiva tornata elettorale, forse la più importante. I primi risultati elettorali sono quelli di Israele ed hanno sostanzialmente confermato la leadership di Netanyahu, che ha perso le elezioni con la sua coalizione di ultradestra ma ha conservato il primato nel paese col suo partito. Gli elettori però gli hanno negato i numeri per governare come ha fatto sinora. Allora bisognerà che lui ed Eisenkot, che ricordiamo sono entrambi esponenti della destra, trovino il modo di allearsi per formare un governo di unità nazionale, o che uno dei due riesca a coinvolgere i partiti arabi che sono i veri vincitori di queste elezioni. È vero, potrebbero anche cercare (o comprare) i numeri che mancano con un’operazione di shopping parlamentare per arrivare ai necessari 61 seggi.

Ma per fortuna la storia non va così in tutto il mondo. La cronaca ci ha già mostrato che qualche volta la destra può anche perdere. Pare finalmente essersi esaurita la spinta propulsiva di masse di elettori spaventati da guerre e inflazione verso i partiti conservatori o, a volte, addirittura verso quelli di estrema destra. È accaduto in Brasile, dove un demagogo Bolsonaro è stato sconfitto da un signore ultraottantenne al suo quarto mandato; è accaduto in Serbia, dove ha stravinto un nuovo partito fondato e diretto da giovani e studenti. Sono questi i primi segnali di un cambiamento radicale nell’orientamento politico di massa o sono solo due episodi isolati e senza un valore generalizzabile?

Credo che, se pure l’onda lunga dei neofascismi tenda finalmente ad esaurirsi, anche se è innegabile che conservi intatta la sua carica sovversiva e antidemocratica, ma le sinistre, ovunque nel mondo, non sono mai state capaci di uscire dall’angolo della storia in cui sono state costrette.

Ora aspettiamo che nell’anno che verrà si compiano le elezioni in Europa (dove voteranno Spagna, Francia, Italia) e in America (le temute elezioni di midterm). Dopo questa tornata potremo finalmente fare una valutazione sul futuro dell’intera umanità. Sapremo allora con certezza se saranno state sconfitte le destre più estreme e se quell’ondata dell’ultradestra si sarà veramente esaurita oppure se il mondo sarà ancora destinato ad essere vittima di queste politiche. Ora c’è finalmente l’occasione per far rinascere una stagione all’insegna del progressismo.

Youssef Siher

Intanto in Italia continuano le ottuse politiche del governo in carica alla perenne ricerca di un capro espiatorio, per continuare a far discutere d’altro e coprire così le proprie responsabilità. Ma cominciano ad emergere dalla palude governativa dissidi insanabili tra gli alleati dalla Meloni, alimentati dai soliti egoismi di partito. Purtroppo anche le opposizioni non riescono a brillare per compattezza e per propensione unitaria. L’ultimo episodio a cui abbiamo assistito esterrefatti è stata l’invettiva della premier contro la magistratura milanese in occasione dell’episodio di Youssef Siher, quando ha respinto la richiesta di incriminazione. Non è stato quindi possibile per il governo scaricare su quel giovane la responsabilità di aver istigato le violenze nelle piazze il 17 ottobre a Milano. Eppure era il colpevole perfetto, italiano di origini marocchine, quindi un possibile migrante anche se di seconda o terza generazione, ma il giudice non ha potuto rinviarlo a giudizio e non solo perché la registrazione del suo account social era stato attivato il giorno successivo allo svolgimento delle manifestazioni ma, soprattutto, perché non si sono state evidenziate nelle sue parole quelle attese frasi di istigazione alla violenza che avrebbero potuto spingere migliaia di giovani in piazza a distruggere auto, cose e vetrine. Come si poteva ipotizzare leggendo le parole della GIP che ne faceva richiesta di rinvio a giudizio per “terrorismo e istigazione alla violenza”. Invece sembra si sia trattato di un legittimo esercizio del diritto di pensiero, un diritto garantito dalla nostra tanto odiata Costituzione.

Un vero peccato per Giorgia Meloni. Aveva finalmente trovato il perfetto profilo da indicare al suo popolo come l’untore responsabile, perché di origini nord africane e per di più musulmano; di idee marcatamente progressiste, quindi un potenziale elettore della sinistra; ma soprattutto un giovane di buona cultura, quindi facilmente etichettabile come radical chic, perché colto e progressista. Ma non ha funzionato. Anzi ha mostrato agli italiani – se qualcuno ne sentisse ancora il bisogno – cosa si intendeva fare proponendo quel referendum costituzionale sulla riforma della magistratura. Per fortuna, questa volta, tanti giovani sono scesi nell’agone elettorale e ci hanno salvati.


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