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ALFREDO ROMEO AI RAGGI X / IL CERCHIO MAGICO E I MAXI APPALTI, DA INPS A CONSIP


22 dicembre 2016 autore: Andrea Cinquegrani



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Il mega affare delle gestioni di immensi patrimoni pubblici, quel “global service” o “facility management” che produce smisurate fortune. E il suo re, Alfredo Romeo, che oggi vacilla sul suo trono. Ma l’affare s’ingrossa, arriva a toccare il Giglio Magico, via casa Renzi oppure via Lotti, il discepolo più fedele di Matteo; e va a sbattere in pieno sulla centrale di tutte le fortune & gli appalti per la pubblica amministrazione, Consip, sul Consiglio di Stato e molte sue sentenze da brividi; e perfino sul vertice dei Carabinieri, Tullio Del Sette, nominato dal premier esattamente due anni fa, 24 dicembre 2014. Un gigantesca matassa che più intricata non si può, e che potrebbe portare a sviluppo clamorosi sul fronte di appalti pubblici pilotati per via politica verso le imprese “amiche” grazie a collusioni eccellenti. Di tutto e di più.

Luca Lotti e Matteo Renzi. In apertura Alfredo Romeo e, sullo sfondo, una seduta del Consiglio di Stato

Luca Lotti e Matteo Renzi. In apertura Alfredo Romeo e, sullo sfondo, una seduta del Consiglio di Stato

Partiamo dalle news. 22 dicembre. Il resoconto più completo arriva da il Fatto. “Il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette – scrive Marco Lillo – è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti Consip che lambisce il cosiddetto ‘Giglio Magico’ e il padre del leader Pd, Tiziano Renzi, che non è indagato ma il cui nome è tirato in ballo nelle carte” dei pm della procura di Napoli Henry John Woodcock, Enrica Parascandolo e Celeste Carrano, coordinati da Filippo Beatrice.

Al centro della story che coinvolge Romeo, accusato di aver corrotto un alto dirigente della Consip, Marco Gasparri, “c’è l’appalto cosiddetto FM4, la mega-gara di facility management, bandita nel 2014 e suddivisa in molti lotti, tre dei quali potrebbero essere aggiudicati alla società di Alfredo Romeo insieme ad altre. Le forniture pluriennali di tutti gli uffici per le pubbliche amministrazioni e delle università italiane valgono 2,7 miliardi di euro, pari a oltre l’11 per cento della spesa pubblica nel settore”.

Nei giorni scorsi hanno verbalizzato davanti ai pm partenopei i vertici Consip, prima l’amministratore delegato Luigi Marroni (altro prescelto dall’esecutivo Renzi nel 2015), poi il presidente, Luigi Ferrara, ex vicesegretario generale alla presidenza del Consiglio e già al vertice del Dipartimento del personale al Tesoro, una vita tra le poltrone che contano. E’ Marroni a fare il nome di un imprenditore di Scandicci, a un tiro di schioppo da Firenze, Carlo Russo, in ottimi e confidenziali rapporti con babbo Renzi. Mentre il secondo ammetterà l’avviso del Comandante: “Del Sette mi disse di stare attento agli incontri che facevo con gli imprenditori e in particolare con Alfredo Romeo”.

Un mese e mezzo fa, il 6 novembre, l’inviato della la Verità, Giacomo Amadori, scrive: “Babbo Renzi è agitato per un’inchiesta di una procura del Sud… dovrebbe essere Napoli”.

 

UN TERNO AL LOTTI

Esattamente un mese dopo, il 6 dicembre, a Napoli cominciano a circolare alcune notizie. Scrive il Corriere del Mezzogiorno: “Un appalto conteso, quello delle pulizie al Cardarelli, un’intercettazione apparentemente clamorosa nella quale spuntava il nome di Renzi, un’accusa che si sgonfia non appena gli inquirenti approfondiscono”. Si sgonfia che? Una difesa d’ufficio che fa il paio con quella targata Mattino del 22 dicembre. “Alfredo Romeo è pronto a ribaltare le accuse e a dimostrare la correttezza della propria condotta”, scrive il cronista del quotidiano, non il legale di Romeo; e aggiunge: “per tutti i soggetti coinvolti, vale il principio di innocenza fino a prova contraria”. E fino ad oggi lo ignoravamo.

Italo Bocchino

Italo Bocchino

Ma vediamo cosa c’è nel palloncino degli inquirenti che invece, a quanto pare, si sta gonfiando. Agli atti dell’inchiesta ci sono alcune verbalizzazioni e intercettazioni di Guido Esposito, titolare di un’impresa di pulizie, Florida 2000, che nel 2015 è stata sconfitta proprio dalla Romeo Gestioni nella gara d’appalto per il Cardarelli. In un resoconto redatto dalla polizia giudiziaria viene scritto che Esposito parlava con diversi interlocutori “di un intervento del presidente del Consiglio e, tra l’altro, di un generale, per favorire la Romeo in seno al Consiglio di Stato e in relazione alla sentenza del 2 luglio del 2015”; poi del “cambiamento da parte del collegio giudicante”; quindi di un pranzo romano alla Taverna di Sant’Ignazio a maggio 2015, pochi giorni prima delle elezioni regionali, quando “erano stati visti a tavola il Romeo, il Bocchino e il Lotti”. Fresco ministro dello Sport e braccio destro dell’ex premier, Luca Lotti, mentre Italo Bocchino, originario del casertano come Romeo (da Frignano il geometra ex An, da Cesa l’imprenditore-avvocato) dopo anni di militanza al calore della Fiamma prima e di Gianfranco Fini poi, è ora il responsabile per le “relazioni esterne” del gruppo Romeo.

Nelle bollenti carte fa capolino un’altra conversazione (12 febbraio 2015), intercorsa stavolta tra l’immobiliarista e un

professionista di area Pd, Alfredo Mazzeo, in cui quest’ultimo – osserva la polizia giudiziaria – “indica di aver parlato con Matteo e Luca, lasciando degli appunti non meglio precisati, in numero di due copie. In particolare Mazzei rimane d’accordo con Romeo che l’indomani a Roma chiederà ai due se sono intenzionati a prendere contatti con lo stesso Alfredo Romeo”. Un paio di settimane dopo Mazzei gli comunica di aver inviato una mail a tale Bianchi (con ogni probabilità Alberto Bianchi, membro del cda di Enel) e allo stesso Renzi “anche a tutela del suo onore e a tutela di una persona perbene quale è Alfredo Romeo” e aggiunge “di aver parlato a lungo con Bianchi e con Matteo e che Bianchi gli aveva risposto dicendo di portare i saluti a Romeo”. Scenari dai più fitti e oscuri sottoboschi di prima repubblica.

Luigi de Magistris e Raffaele Del Giudice

Luigi de Magistris e Raffaele Del Giudice

E proprio all’ombra del Vesuvio seguiamo le tracce del consolidato rapporto tra Consip e gruppo Romeo. Metà 2015: uscita dal portone di palazzo San Giacomo dopo i “contenziosi” con il sindaco arancione Luigi de Magistris, la Romeo Gestioni rientra dalle finestre, aggiudicandosi la gara per il “servizio raccolta cartoni” davanti a negozi e esercizi commerciali partenopei, un appalto da 9 milioni di euro. Poche settimane prima la municipalizzata per i servizi di raccolta dei rifiuti, Asia, aveva sbandierato ai quattro venti: “mai più i privati in Comune”. Detto fatto. Il presidente di Asia e anche vice sindaco, l’ambientalista Raffaele Del Giudice, sistema una pezza a colori: “si tratta di un appalto Consip su base multiregionale, vinto dalla società dell’imprenditore casertano e rispetto al quale il Comune è obbligato ad acquisire servizi e forniture da quell’azienda”. Un altro ramo dell’odierna maxi inchiesta della procura di Napoli riguarda i presunti “dossieraggi” ordinati dal gruppo Romeo ad un funzionario di palazzo San Giacomo, proprio in vista delle ultime elezioni amministrative (19 giugno).

 

MAXI APPALTI PUBBLICI, DA CONSIP A INPS

Scriveva la Voce in un servizio titolato “il gruppo Romeo torna a Napoli e pulisce nell’azienda di pulizia” del 5 settembre 2015: “possibile mai che l’azienda pubblica di pulizia non solo ora appalti ai privati certi servizi, ma addirittura si faccia pulire la sua stessa sede pagando con soldi pubblici? Ai confini della realtà”. Poi la constatazione: “Romeo è nato davvero con la camicia. E sotto una buona stella. Anzi due. Una si chiama Consiglio di Stato, che gli ha fatto vincere, talvolta in maniera rocambolesca, non pochi appalti milionari. Di uno, in particolare, raccontò la Voce a novembre 2013: arrivi secondo ad una gara, fai ricorso al Tar, perdi, passi al Consiglio di Stato, vinci e – incredibile ma vero – lo stesso Consiglio ti consegna l’appalto arcimilionario ben infiocchettato. L’altra si chiama proprio Consip, ossia la cassaforte che gestisce i servizi per tutti gli immobili pubblici, cioè di proprietà dello Stato: magicamente svariati appalti Consip, nel corso degli anni, sono finiti nell’orbita del gruppo Romeo. Quando la dea è veramente bendata”.

La sede Consip

La sede Consip

Passiamo ai fasti romani e alle irresistibile ascesa del gruppo Romeo. Amministrazione Rutelli: è la Romeo Holding ad aggiudicarsi l’appalto per gestire l’intero patrimonio abitativo della capitale, 93 milioni di euro all’anno per un totale di 45 mila unità abitative da tenere sotto controllo. Sul ventennio di gestione Romeo ha appena acceso i riflettori la magistratura contabile e ha lanciato strali perfino il sindaco Virginia Raggi, che parla di “totale malagestione”; e Romeo, in cambio, la cita per milioni di euro.

Con la giunta Veltroni il piatto si fa più ricco, perchè si tratta anche della manutenzione delle strade cittadine. Un bando di gara non poco anomalo, in cui non veniva richiesta una specifica competenza nel settore; e dentro un conflitto d’interessi da non poco, per la presenza – tra i partner del gruppo Romeo – di Luigi Bardelli, ex consigliere della partecipata Risorse per Roma. Contro l’aggiudicazione dell’appalto tuona l’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici che diffida il Campidoglio; la seconda classificata fa ricorso, vince al Tar ma – come al solito – interviene il Consiglio di Stato che ribalta e aggiudica a Romeo.

Come avverrà, in modo clamoroso, con il maxi appalto da 44 milioni di euro per la gestione dello sterminato patrimonio immobiliare che fa capo all’Inps, al quale la Voce dedicò la sua cover story di novembre 2013, “Romeo e il buon Consiglio”. Un caso più unico che raro nelle cronache giudiziarie di casa nostra: con un Consiglio di Stato che capovolge del tutto la sentenza del Tar e automaticamente, senza ri-bandire la gara, assegna al secondo classificato, Romeo of course. “Lo stesso – osserva un magistrato della procura di Roma – che era successo incredibilmente con la condanna penale a carico di Romeo per il Global service di Napoli, due anni in primo grado aumentati a tre in appello e l’annullamento senza rinvio pronunciato dalla sesta sezione penale della Cassazione. Mai visto. Come del tutto inedito quanto successo con il Consiglio di Stato che affida direttamente un appalto così grosso al secondo classificato!”.

Quella magica sentenza pro Romeo è stata firmata il 15 ottobre 2013 dalle toghe della sesta sezione del Consiglio di Stato, presidente Maurizio Baccarini, relatore Bernhard Lageder, consiglieri Vincenzo Lopilato, Maurizio Meschino e Roberta Vigotti.

 

QUEL GRAN CONSIGLIO

Il Campidoglio

Il Campidoglio

Fitto e istruttivo il curriculum del giudice Meschino. A cominciare dalle prime incoronazioni. 11 dicembre 1998, battono le agenzie: “il consigliere della Camera dei deputati, Maurizio Meschino, è stato nominato consigliere di Stato dal Consiglio dei ministri su proposta del presidente del Consiglio Massimo D’Alema”. Un’altra agenzia: “il giudice Meschino, tornato in servizio al Consiglio di Stato, è stato per anni capo di Gabinetto di Walter Veltroni dopo aver svolto analoghe, alte mansioni, con Francesco Rutelli sindaco”. Porte girevoli, sempre dorate. Senza contare le serate di gala. Come quella, immortalata dai paparazzi di Dagospia, con i vertici del Pd impegnati al Teatro Quirinetta di Roma, il 10 aprile 2013, per la presentazione del libro “Una città aperta” dell’ideologo Gianni Borgna. Tra gli ospiti d’onore, accanto agli immancabili ex sindaci Veltroni e Rutelli, e all’eterno plenipotenziario Pd al Senato Luigi Zanda, non può mancare il giudice-compagno Maurizio Meschino.

Da Roma a Milano il copione non cambia. Ed eccoci ad un’altra gara da non buttare, quella per il global service imbandita dalla SEA, la società che gestisce gli scali di Linate e Malpensa, 48 milioni. Ricorsi, contro ricorsi, sentenze del Tar, l’interminabile contenzioso fra le tre sigle in gara (oltre a Romeo, il Consorzio Nazionale Servizi e Dussmann Service) poi ovviamente vince la prima: così decide la solita sesta sezione del consiglio di Stato, presidente Baccarini, fra i tre giudici Meschino. Ma c’è anche una ciliegina sulla torta: la sentenza minimizza un rischio paventato dai concorrenti, e cioè che Romeo potesse utilizzare poi i lavoratori per altre mansioni: “l’esame della documentazione – scrivono le toghe – mostra che l’affermazione che viene contestata alla Romeo Gestioni fa riferimento semplicemente all’intenzione di spostare verso ulteriori e diverse commesse ricevute da Consip il personale assunto al primo livello e inizialmente destinato ai servizi di pulizia”. Arieccoci alla Consip

 

LA PAROLA A MONTESQUIEU

Marco Travaglio

Marco Travaglio

Per tirarci un po’ su di morale non resta che affidarci alle alte, “istituzionali” riflessioni del nuovo Montesquieu. E’ tornato: non ce ne eravamo accorti fino ad una illuminante intervista fiume in cui il Vate di Cesa illustra la sua filosofia giuridica. A raccoglierla Marco Travaglio, sulle colonne del Fatto.

Una radiosa giornata di maggio, il 16 per la precisione, dell’anno di grazia 2015.

Si parte da alcuni pensieri sul tribolato nodo della responsabilità civile dei giudici. “Il vero problema – riflette “l’avvocato” – è quello della loro competenza e della loro onestà intellettuale. Il principio di responsabilità, in una società matura, non faziosa, deve vale in egual misura per tutti. (…) Personalmente mi limiterei a chiedere nei modi di legge il risarcimento del danno subito, da devolvere naturalmente a finalità assistenziali”.

Senza trasparenza tra concorrenti – domanda Travaglio – è inutile fare le gare: nulla da rimproverarsi?

“Nel mio caso, nessuna norma vietava rapporti e scambi di vedute tra imprenditori e pubblici funzionari o politici fino alla pubblicazione del bando di gara. Solo successivamente alla mia vicenda è stata introdotta una norma, a mio avviso pericolosa, l’articolo 353 bis Cp, che di fatto consente di criminalizzare ogni rapporto tra cittadini e PA anche prima del bando della gara d’appalto. Così si impedisce qualunque confronto tra politica e imprenditoria, con forte danno collettivo. La Pubblica Amministrazione arranca, non conosce i nuovi modelli gestionali, non elabora progetti di lungo periodo. E’ quindi indispensabile nell’interesse pubblico che l’amministratore, prima di decidere, recepisca dall’esterno – e valuti – ogni competente argomentazione tecnica”.

Con i giudici che rischiano di più – chiede il direttore de il Fatto – molte inchieste sui grandi gruppi finanziari potrebbero non farsi più. Lei è un imprenditore, ma anche un cittadino. Non la preoccupa questo rischio?

“In astratto no, perchè con le dovute competenze unite a prudenza, equilibrio e onestà intellettuale, i magistrati possono indagare sui grandi gruppi, senza rischiare nulla. E la corruzione, ne ha parlato anche il dottor Cantone, si vince con la certezza delle regole, non con gli infiltrati e l’aggravamento delle pene che rischiano di paralizzare ancor di più l’economia”.

Ritiene che in Italia si faccia abbastanza contro la corruzione, o avrebbe soluzioni da suggerire al governo o al Parlamento?

“Un suggerimento lo do: porre un’attenzione normativa al tema della concussione, che è fisiologica ovunque ci sia un rapporto dominante di una parte a sfavore dell’altra, come appunto nei rapporti con la PA”.

Lei ha sostenuto Renzi anche finanziariamente. E’ soddisfatto della sua linea sulla giustizia?

“Renzi fa bene ad andare per la sua strada, che è quella dell’esercizio del potere esecutivo. Il nostro ordinamento – notavano 40 anni fa giuristi di sinistra come Barcellona e Cotturri – è un Diritto borghese del primo 800: dunque per pochi, nel cui ambito i nostri giuristi pretendono, ancor oggi, di ricondurre società e situazioni totalmente differenti e che andrebbe totalmente ripensato alla luce della natura e della velocità della società contemporanea. Un disegno epocale che richiederebbe un sapere nuovo. Al presidente Renzi suggerirei di lanciare questa sfida, per lasciare un segno nella storia d’Italia”.

Nelle città in cui lavora – è la domanda finale – qual è quella con le gare meno trasparenti e il rischio di corruzione più alto?

“In estrema sintesi, il vero mostro che divora ogni speranza è quello della ‘legalità diseguale’ del capitale finanziario e delle caste che con esso convivono, ma in posizione subalterna. Per affrontarlo servirebbero pensiero e azione politica di alto profilo. Ci vorrebbe un Mazzini, non le manette”.

 

Ma basterebbe anche un Pomicino, secondo cui “la politica deve sempre volare alto”. E’ possibile leggere l’intervista completa di Travaglio a Romeo cliccando in uno dei link in basso.

 

http://alfredoromeo.it/intervista-al-fatto-quotidiano-del-16-05-2015/

 

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