E adesso la chiave per risolvere il rebus del dopo voto in Israele è tutta nella prossima guerra contro il nemico storico, l’Iran, in grado di ‘compattare’ la nazione.
In combutta con gli Stati Uniti del sempre più invasato Donald Trump, deciso, dopo il voto di medio termine, a “sterminare quel popolo di selvaggi”, come ha definito una delle più luminose civiltà millenarie: che il Tycoon, dall’alto della sua ignoranza crassa, non può minimamente capire of course.
Sarà infatti la guerra contro Teheran il cemento che – come era del resto prevedibile – consentirà di superare ogni lievissima divergenza tra i due schieramenti usciti praticamente ‘pari’ dalle elezioni farsa, come avevamo facilmente previsto: basta scorrere il nostro pezzo messo in rete il 20 ottobre scorso
VOTO TRUFFA IN ISRAELE / BIBI CONTRO BIBI
UN GOVERNO DI GUERRA A TEL AVIV
Addirittura, il ‘Jerusalem Post’ (che non è certo ‘Haaretz’, l’unico quotidiano progressista di Tel Aviv) aveva scritto che “in colloqui avuti prima del voto, Netanyahu avrebbe detto ai funzionari statunitensi di ritenere Eisenkot il partner migliore qualora le ostilità con l’Iran dovessero riprendere”. Soprattutto visto che Gadi Eisenkot, il rivale fantoccio ‘preparato’ per le elezioni, è stato per anni il capo dell’esercito criminale israeliano, IDF, che ha perpetrato il genocidio del popolo palestinese ubbidendo agli ordini dei vari esecutivi nazisti sempre guidati dal Kapò Bibi Netanyahu. Servo allora e servo oggi, Eisenkot, pronto ad unirsi nell’attacco finale contro Teheran.
La formula di governo da mettere ora in campo diventa quindi un optional, una autentica sceneggiata. Esecutivo di minoranza, grosse koalition o – molto più probabilmente – l’ennesimo governo di ‘emergenza nazionale’ proprio in vista della guerra. Nel quale caso, Bibi la fa ancora una volta franca e non va sotto processo – o meglio sotto processi – viste le tante maxi inchieste da anni a suo carico e sempre ‘evitati’ proprio per motivi di sicurezza nazionale.
Il grande successo delle liste arabe, che hanno addirittura ottenuto 18 seggi ( a fronte dei 27 del Likud griffato Bibi e dei 23 di Yashar made in Eisenkot), vanno abbondantemente sotto naftalina, in attesa di tempi migliori. Ma a quanto pare lontani anni luce, vista l’aria arci bellicosa che tira.
Ecco il commento di Danny Citrinowicz, analista dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University, certo non un covo di bolscevichi: “Il vicolo cieco politico di Netanyahu potrebbe essere l’anticipazione della prossima guerra contro l’Iran. Il primo ministro, infatti, può vedere un altro, decisivo confronto con Teheran come un’opportunità per cambiare radicalmente gli equilibri politici”. E continua nella sua diagnosi: “Un’emergenza di sicurezza nazionale può esercitare un’enorme pressione sui rivali politici affinché si uniscano ad un governo di unità nazionale sotto la sua guida”. Tutti (o quasi, i partiti arabi ovviamente no) uniti per la guerra.
Soprattutto se – come prevedibilissimo – condotta fianco a fianco dell’amico e partner di sempre, gli Usa. Che non vedono l’ora di chiudere la ‘pratica’ iraniana dopo il voto di medio termine tra pochi giorni.
Un gran daffare in questi giorni bollenti, quindi, per Marc Rubio, il potente Segretario di Stato che fiancheggia fedelmente il Tycoon in tutte le sue folli intraprese.
LA ROCAMBOLESCA FUGA DI BOLSONARO
Come del resto dimostra, proprio quale cartina di tornasole, l’incredibile Bolsonaro story di queste ore dopo il voto che lo ha visto soccombere sotto la valanga di suffragi che ha incoronato Ignazio Lula da Siva per la quarta volte presidente del Brasile.
State a sentire cosa è successo, un copione da thriller di stampo mafioso per la regia nientemeno che statunitense.
Immediatamente dopo il voto le autorità carioca ritirano il passaporto di Flavio Bolsonaro e gli notificano un divieto di espatrio, perché deve rispondere d’una serie di reati a base di maxi corruzioni. Lui se ne fotte e senza passaporto (o con un passaporto addirittura italiano, mistero nel mistero) fugge prima in Argentina (chi dice varcando addirittura il confine a piedi), poi passa in Ecuador, dove con un’areo privato vola in direzione Usa, meta la Florida.
Tutto ok, un piano studiato in modo scientifico e in tutti i dettagli, proprio da Nembo Rubio, che su ovvio input di ‘The Donald’ ha subito predisposto per tutta la famiglia Bolsonaro i visti di ingresso, un’ospitalità extralusso e la fanfara.
Così la Casa Bianca ha messo in atto, per il grande amico Flavio, il cosiddetto ‘Piano B’. Un piano che certo – nelle intenzioni dei suoi alti ideatori e promotori – non si ferma qui: e prevede come meta finale “l’abbattimento di Lula dall’esterno in caso di sconfitte alle elezioni”, come è dettagliato in alcuni documenti top secret del Dipartimento di Stato.
Come si vede, il golpismo è nel DNA della Bolsonaro dinasty, visto che il padre Jair è stato condannato a 27 anni per il tentato golpe del 2022 dopo la sconfitta alle presidenziali sempre contro Lula. Con un Rubio che già minacciava: “Risponderemo di conseguenza a questa condanna del tutto ingiusta”.
Ed è perfettamente nel DNA del Tycoon, che ha paragonato la sconfitta dell’amico Flavio alla sua sconfitta contro Biden. E sul voto di midterm ha così commentato: “Rispetterò l’esito del voto, se si svolgerà regolarmente”. Secondo le sue ‘regole’, of course. Altrimenti…
Sorge spontanea la domanda: ma come fa la nazione più potente al mondo ad avere un presidente del genere, che se ne fotte di norme e codici internazionali, di regole minime, accoglie a braccia aperte un corrotto golpista e ne combina ogni giorno una?
E come può esistere che la comunità internazionale, le Nazioni Unite, l’Europa, non dicano una sillaba su una dirty story come quella appena in scena con Bolsonaro protagonista?
Poco da stupirsi, del resto, se nessuno ha mai alzato un dito per fermare il genocidio del popolo palestinese e l’aggressione contro l’Iran…
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