ILARIA ALPI / IL ATTESA DEL GIP, TORNA UNA DOMANDA SENZA RISPOSTA

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Giallo Alpi, tutti in attesa della nomina del gip che possa decidere sulla incredibile richiesta di archiviazione – come la Voce ha di recente dettagliato – avanzata dal pm Elisabetta Ceniccola, provvedimento controfirmato dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.

C’è da sperare che il tribunale capitolino non risprofondi in quelle nebbie che lo hanno caratterizzato per decenni.

Intanto, dalle nebbie del passato riemerge il testo di una interrogazione parlamentare presentata a tre mesi dall’omicidio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quell’interrogazione, rivolta alla presidenza del Consiglio e ai ministri della Difesa e degli Esteri, è sempre rimasta senza risposta.

A presentarla un parlamentare napoletano ed esponente, allora, della Rete, Francesco De Notaris. Cofirmatari i verdi Edo Ronchi e Giovanni Campo.

Un’interrogazione subito profetica. E molto più ‘avanzata’ rispetto alle acquisizioni della procura di Roma, dopo 23 anni di inutile lavoro: procura che ha del tutto ignorato quanto invece sentenziato 6 mesi fa al tribunale di Perugia, dove è stato scagionato il povero somalo che ha scontato 16 anni di galera da innocente, per via di un “depistaggio di Stato” come lo ha definito senza mezzi termini la sentenza di Perugia. Inventandosi a tavolino un teste taroccato, Gelle, poi comodamente fuggito prima del dibattimento in Inghilterra.

Ecco cosa chiedeva di sapere, inutilmente, De Notaris il 22 giugno 1994: “se vi sia stato o meno l’immediato invio sul luogo dell’uccisione di personale dei servizi segreti che operava al seguito dei reparti presenti in Somalia; quali direttive siano state impartite a questo personale e quali azioni questo personale abbia intrapreso; quali azioni siano state intraprese dal personale dell’ambasciata; se il personale medico e il personale investigativo che ha esaminato le salme e il luogo dell’assassinio abbia subito rilevato che si trattava non di un tentativo di rapimento ma di un’esecuzione; se vi sia qualche nesso tra l’uccisione dei giornalisti del TG3 e quella del maresciallo Vincenzo Li Causi (avvenuta a novembre 1993, ndr), appartenente ai servizi segreti; se fosse noto agli uomini dei servizi segreti italiani presenti in Somalia che Ilaria Alpi stava compiendo un’indagine giornalistica nei riguardi di enti di cooperazione, connessa con un possibile traffico di armi”.

Il maresciallo Li Causi “era stato coinvolto in una questione di traffico di armi col Perù, la cosiddetta ‘operazione Lima’ a favore dell’ex presidente Garcia”. L’ulteriore precisazione è contenuta in una successiva interrogazione parlamentare, presentata il 14 luglio dello stesso anno.

E ugualmente rimasta – incredibile ma vero – senza mai alcuna risposta. Stavolta il primo firmatario era Anna Maria Abramonte, sempre del movimento Progressiti-Verdi-Rete. E veniva firmata da altri 12 deputati del movimento, tra cui gli stessi De Notaris e Ronchi, Luigi Manconi, Carla Rocchi.

Altro elemento di attualità. In quelle due interrogazioni si parla di ‘ambasciata’ italiana a Mogadiscio. E ora, nella sentenza di Perugia, viene fatto esplicito cenno ad attività depistanti portate avanti dall’allora ambasciatore italiano Cassini.

Come mai la procura di Roma se ne frega di indagare sia su Cassini che, ad esempio, su quei vertici di polizia che hanno prima taroccato Gelle e poi aiutato a fuggire all’estero?

Un buco che più nero non si può.

 

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