L’AFFAIRE TOR DI VALLE / SPECULATORI IN GOL CON L’ASSIST RAGGI-LOMBARDI. IN EUROPA INVECE…

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Primo tempo della sceneggiata a Tor di Valle. Raggiunto magicamente in due ore lo storico accordo sulle cubature del nuovo Stadio & dintorni tra la finanza mattonara a stelle e strisce e la giunta pentastellata. Felici e contenti i grillini che – base a  parte – festeggiano un altro storico accordo, quello tra la sindaca Virginia Raggi e la nemica giurata Roberta Lombardi, dopo il sanguinoso scontro a botte di Marra-Romeo. Esulta chi voleva una gigantesca colata di cemento selvaggio e ora si deve accontentare di metà bottino, ma gli utili restano identificio addirittura aumentano visto il forte risparmio su quelle opere pubbliche che rappresentavano la giustificazione-paravento.

Sullo sfondo resta un interrogativo pesante come un macigno: quanto soldi, alla fine, verranno spesi? A quale tributo dovrà ancora una volta essere sottoposto il popolo bue che viene preso per le corna del tifo e si fa fottere sempre sotto il naso, scempi ambientali compresi? Partendo da Roma, facciamo un breve giro per l’Italia e soprattutto per l’Europa, a curiosare se quel miliardo e 700 milioni in prima battuta, ora ricalcolato, e comunque destinato a lievitare in modo esponenziale come per tutte le “opere” di casa nostra, sia in linea o no con i parametri comunitari. Per le serie, se il prezzo è giusto o taroccato.

 

SE CHIEDI 1 MILIONE E CHIUDI A MEZZO, COSA C’E’ SOTTO ?

Oliviero Beha. In apertura Beppe Grillo e Virginia Raggi. Sullo sfondo il progetto del nuovo stadio a Tor di Valle

Oliviero Beha. In apertura Beppe Grillo e Virginia Raggi. Sullo sfondo il progetto del nuovo stadio a Tor di Valle

Centra il problema nella sua rubrica per il FattoOgni maledetta domenicaOliviero Beha: “come sia andata a finire, con un compromesso che prevede mezza cubatura ma nello stesso luogo, lo sapete. Vedremo che ci metteranno dentro. Ma se chiedi un milione di metri cubi e poi scendi alla metà, non dimostri ‘senso civico’ ma fai pensare che comunque, in quei terreni, ci guadagni e molto lo stesso. Chi aveva accettato il primo progetto forse ha qualche responsabilità grossa, che dite?”.

Proprio come quel venditore abusivo che ti chiede 20 euro per un paio di scarpe a piazza Garibaldi, Napoli, per poi chiudere l’affare a 10. Con qualche sfilza, stavolta, di zeri in più al seguito…

Cerchiamo di entrare in cubature, cifre e maxi speculazioni in vista, alla faccia delle conclamate trasparenze sbandierate come il vessillo giallorosso da lady Raggi e dalla banda dei 4, ossia James Pallotta per gli yankee, Luca Parnasi per i mattonari, Jean Pierre Mustier al vertice di Unicredit (che deve rientare negli 800 milioni prestati a Parsitalia), Massimo Caputi come capocordata del fondo che Prelios creerà ad hoc per l’operazione Tor di Valle.

Lo facciamo sulla scorta di un’ampia ricognizione sul campo effettuata dal sito il cui nome è già tutto un programma, ‘romafaischifo’, buona bussola per navigare nelle future colate di cemento fuorilegge, perchè fino ad oggi non previsto da alcun piano regolatore vigente. Ma tanto il ‘pacco‘, in un paio di comode conferenze di servizio, verrà presto confezionato e infioccato. Ecco alcuni passaggi salienti.

Luca Parnasi

Luca Parnasi

“L’amministrazione grillina porta lo scalpo delle torri tagliate, il costruttore esulta perchè può realizzare un quartiere di uffici e commerci in deroga al Piano Regolatore praticamente a gratis o comunque con molte meno spese in termini di oneri: un’altra Bufalotta, con lo stadio al posto di Ikea e il Roma Village al posto di Leroy Marlin. Realizzando un quartiere direzionale in una zona scarsamente collegata, potrà sfruttare anche anche il flop commerciale dell’operazione: dopo alcuni anni, con uffici invenduti, potrà spingere per tarsformarli in case”.

A proposito del taglio torri e degli “edifici bassi integrati nel panorama”, come pennella Raggi, così scrive romafaischifo: “forse qualcuno dovrebbe spiegarle che distribuire le cubature in altezza permette di consumare meno suolo rispetto a spalmarle in larghezza”; suolo, del resto, che idrogeologicamente a rischio era ed è, con tutti gli ‘abbassamenti’ che però fanno più superficie. “Ma di quale panorama parliamo? Raggi è mai stata a Tor di Valle? L’unico skyline è quello delle palazzine iperabusive abbarbicate sul costone della Magliana: una foto di Kisinau del 1973 in confronto a quella immondizia urbanistica è Cortina d’Ampezzo”. Capito sindaca? Ma non volevano scegliere – secondo l’ultimo Verbo di Beppe Grillo calato a Roma – un’altra ubicazione per lo stadio, giudicando fino a una settimana prima del tutto inadeguata Tor di Valle? Boh.

Diminuiranno, poi, soprattutto i servizi, l’unica cosa che caso mai sarebbe servita per collegare quel deserto al resto del mondo, con la concreta previsione di futuri ingorghi selvaggi e autentici camel trophy per raggiungere il futuro Maracanà de noantri. “Quelle opere pubbliche non ci saranno più, ce ne saranno forse la metà, forse molto meno della metà. Già si parla di opere da fare ‘successivamente’. Ecco come ritorna il lessico degli sviluppi immobiliari ‘alla romana’. Prima aprimo, famo, vendemo, affittamo e poi le opere pubbliche…”.

IN GIRO PER L’ITALIA 

Partiamo dai bianconeri torinesi e friulani, gli unici fino ad oggi ad aver coronato il sogno dello stadio di proprietà, unica strada per veder impennare fatturati & utili, raddrizzando gli opachi bilanci.

Beppe Sala tra Erick Thohir e  Zhang Jindong

Beppe Sala tra Erick Thohir e Zhang Jindong

Nato per sostituire lo storico delle Alpi, lo Juventus Stadium (41 mila posti a sedere) è costato per casa Agnelli 155 milioni di euro, cifra stratosfericamente lontana dai quasi 2 miliardi previsti come base iniziale per Tor di Valle. Nella cifra, oltre alla realizzazione dell’impianto, affidata all’archistar nostrana in tema, Gino Zavanella, affiancato da Hernando Suarez, è compreso il fitto novantanovennale – in pratica un acquisto – del terreno dal Comune di Torino. Nessun contorno, nessuna quintuplicazone delle superfici, nessuna sopresa dall’uovo, almeno fino alla prossima Pasqua.

Un vero gioiello, non a caso battezzato il Diamante, il Dacia Arena voluto dalla famiglia Pozzo per l’Udinese, oggi comunque la seconda squadra, visti i mega investimenti per il Watford allenato da Walter Mazzarri. 25 mila posti, 250 telecamere come circuito di vigilanza a circuito chiuso, è considerato dagli esperti un modello per le città di medie dimensioni: qualità e non quantità, 10 mila ‘scandole’ di acciaio inox, rispetto dell’habitat, servizi e comfort di ogni tipo, utilizzato per eventi, meeting e inizitive a 360 gradi (non di calore, ma nel fresco friulano).

Tutti in attesa del closing cinese per il Milan, con la data fatidica del 3 marzo, crocevia per capire le intenzioni a mandorla: capitali veri o cosa? Dopo di che, mano allo stadio, con un primo cittadino, l’interista Beppe Sala, scalpitante ai nastri di partenza, forse per mandare in soffitta l’inchiesta che lo vede coinvolto, altri quattro mesi di indagine per la patata bollente, è il caso di dirlo, chiamata Expo e i miliardi spesi allegramente a pro di imprese amiche, come l’inquisita Mantovani per la Piastra e non solo. Secondo il sindaco la proprietà interista di Suning aspetta solo lo start. Ma sulle spese fa l’austero, Sala, e minimizza: “Molto meno di un centinaio di milioni”. Boh. E, con la palla di cristallo tra le mani, vaticina: “le due strutture esterne che immaginiamo sono light”. Immaginiamo chi? Intanto il fresco ad rossonero, Marco Fassone, che occuperà la poltrona lasciata dopo 31 anni da Adriano Galliani, è al lavoro con la China State Costruction Engineering Corporation per progettare il nuovo impianto. Ma una telefonatina a Fassone non ha pensato bene di farla, Sala, tra una palma e un banano davanti alla Madunina?

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e a destra Aurelio de Laurentiis

Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e a destra Aurelio de Laurentiis

Bufera tra il Che vesuviano, il sindaco arancione Luigi de Magistris, e il sempre eruttante presidente del Napoli calcio Aurelio De Laurentiis per il futuro dello stadio. “Abbiamo già sostenuto lavori per 25 milioni di euro, non proprio bruscolini”, sbotta il primo cittadino zapatista, soldi che ha prestato il Credito Sportivo. E attacca: “L’idea di uno stadio da 20 mila spettatori non mi piace. Per quanto mi riguarda, il comunicato stampa del Calcio Napoli, così come l’ho letto, va nel cestino”.

Spallottolandolo, quel chilometrico comunicato così recitava in un passaggio-base: “La vulgata del primo cittadino ‘difensore delle masse’, oltre a palesare una scarsa conoscenza delle dinamiche di riempimento (testuale, ndr) degli stadi, trascura di rappresentare correttamente e in modo compiuto la posizione del Presidente del Club, il quale ha ripetutamente assicurato che, anche con uno stadio di 20 mila posti, avrebbe messo gratuitamente a disposizione dei cittadini meno abbienti e con impeccabili requisiti di moralità, nonché di quelli segnalatisi per particolari meriti sociali, civici o scolastici, ben 5.000 biglietti a partita”. Grazie, buana Aurelio. Che via comunicato precisa: “Tenuto conto del fatto che il Napoli, in media, gioca una trentina di partite in casa (tra campionato, amichevoli e coppe varie) fanno circa 150.000 biglietti assicurati gratuitamente, secondo criteri di premialità meritocratica, a un’ampissima fascia di popolazione”. Un nuovo reddito di cittadinanza per il popolo bue partenopeo? O un vaucher annuale per i circenses, pur se ‘o pane manca e ‘a fatica scarseggia?

Il Dacia Arena dell'Udinese

Il Dacia Arena dell’Udinese

Tempi medi a Bologna e Firenze. Il numero uno felsineo, l’italo americano Joey Saputo, si affida al compasso di Zavanella per il restyling da 70-80 milioni di euro, meno del costo di Higuain. Un saldo. Simil Dacia Arena, il nuovo Dall’Ara sarà rosso mattone, un ritorno alle origini, e potrà ospitare 24 mila spettatori, con una sensibile riduzione rispetto al numero attuale, 36 mila.

Già deciso il cronoprogramma da Diego e Andrea Della Valle, al timone della Fiorentina, per il nuovo impianto che prenderà il posto dell’Artemio Franchi: 2017 per completare l’iter burocaratico, 2018 per il bando di gara, 2019 inizio dei lavori. Scelto il partner finanziario, Unipol, sempre più tuffato anche in business del tempo libero (è ormai primo operatore italiano nel settore alberghiero), è stata individuata l’area: basta sloggiare, con l’ok del sindaco iper renziano Dario Nardella e del suo esecutivo, il mercato polivalente lì insediato da anni, Mercafer.

 

DALLE LUCI DELL’ALLIANZ AL BLACK OUT DEL MARACANA’

Vediamo adesso come va nei paesi europei, certo in migliori condizioni economiche rispetto al nostro e con risorse di sicuro più cospicue.

Mezzo milione di sterline (570 milioni di euro) è disposto a sborsare il magnate russo Roman Abramovich, patròn del Chelsea, cifra che può solo scendere e non salire, secondo i bookmaker londinesi, anche se lo scudetto cucito sulle maglie da Antonio Conte è ormai in cassaforte con largo anticipo. Nascerà sulle ceneri di Stamford Bridge, accoglierà 60 mila e passa tifosi per l’inaugurazione prevista per il 2021.

Una spanna più in su i rivali storici dell’Arsenal, che con l’imponente Emirates riescono a incassare la bellezza di 100 milioni di euro a partita, contro i 70 del Chelsea.

Ecco il White Hart Lane

Ecco il White Hart Lane

Non sta a guardare il Tottenham che procede nei lavori da 600 milioni di sterline per la sua nuova casa a White Hart Lane, un mini (ma non poi tanto, 60 mila posti, quasi il doppio di quelli attuali, 36 mila) Maracanà nel cuore della capitale: secondo la Bbc, il più grande progetto di impiantastica sportiva mai realizzato a Londra.

In dirittura d’arrivo i lavori a Liverpool, per un restyling dello storico Anfield Road: potrà ospitare 55 mila reds, attenzione forte a servizi, comfort e amenità interne, attività commerciali nelle adiacenze e un occhio attento alle bonifiche ambientali, che assorbono buona parte degli investimenti. Quasi come a Roma…

Lifting anche per il Camp Nou di Barcellona che aggiungerà, a lavori ultimati, un secondo Nou alla sua griffe (sarà Nou Camp Nou). Al via i cantieri, fine prevista per il 2021, compreso un ampliamento del già imponente impianto, che avrà una capienza da 105 mila spettatori. Sbalorditivo. L’investimento previsto, però, non è monstre: 600 milioni di euro, per i quali è prevista una abbondante copertura via sponsor.

Più risparmiosi a Madrid, dove la società, dopo essersi a lungo confrontata in modo costruttivo – proprio come a Napoli… – con il sindaco Manuela Carmena, ha deciso di investire 400 milioni di euro, compresi ristoranti, un allargamente del museo sportivo, un hotel di lusso all’interno e addirittura un sollevamento dell’altezza dell’impianto di 10 metri, per consentire una visione migliore agli spettatori. Previsti interventi non invasivi di riqualificazione nelle aree commerciali circostanti, che verranno arricchite di giardini e spazi verdi.

Un vero saldo i lavori all’Allianz Arena di Monaco di Baviera, dove il colosso assicurativo, main sponsor trentennale della quadra, ha praticamente coperto tutte le spese, pari a 340 milioni di euro. 70 mila posti a sedere, all’interno un’infinità di bar, negozi, ristoranti, il Museo del Bayern Munchen, addirittura un asilo e il parcheggio sportivo più grande al mondo, assicurati collegamenti continui via bus con la città.

L'Allianz Arena

L’Allianz Arena

Di più ha investito il Lione, in Francia, per il suo nuovo Stade des Lumieres, 61 mila posti costati 415 milioni di euro, lavori iniziati nel 2012 e ultimati un anno fa. Spiccoli, invece, per i nababbi del Paris Saint Germain. Per il restyling del Parco dei Principi hanno speso appena 75 milioni di euro. Ma è già previsto un ampliamento, visti i successi della squadra sia a livello nazionale che europeo.

Ancora. A Bruxelles hanno stanziato per lo stadio 430 milioni di euro, a Belgrado i costi per il nuovo impianto che dovrà ospitare Stella Rossa e Partizan non potrà superare il tetto di 250 milioni di euro, cifra comunque considerata già iperbolica.

Poche luci e molte ombre nel regni pallonari sudamericani. Spese ridotte per un ancora incerto ampliamento a Buenos Aires, oggi 50 mila spettatori letteralmente arrampicati sugli spalti a strapiombo sul campo, spettacolo unico al mondo, tanto che “la Bombonera non trema, batte”; si potrebbe passare a 70 mila aggiungendo un anello ai tre già esistenti.

Luci spente, o quasi, al mitico Maracanà di Rio de Janeiro. Dopo un maquillage mundial da 400 milioni di dollari, oggi il piatto piange, mentre l’economia è a pezzi e il presidente Dilma Rousseff è “impicciata”. Il colosso del mattone Odebrecht, proprietario dell’impianto, naviga in acque tempestose, ha cumulato debiti sportivi per quasi 3 milioni di reales – 900 mila dollari circa – e non paga più neanche la bolletta della luce.

Sta calando il sipario anche sul Maracanà di Pelè. Mentre a Roma i milioni piovono come noccioline…

 

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