Covid – Migliaia di ossessionati prigionieri in casa. Parla la psicologa

La psicologa Maria Giovanna Ginni

Migliaia di italiani, in Italia e in altri Paesi, si sono auto-reclusi dentro le mura domestiche dal mese di febbraio perché vittime del terrorismo mediatico sul Coronavirus, che continua a bombardarci quotidianamente. Molti di loro hanno allontanato anche i familiari e vivono da allora in condizione di arresti domiciliari auto-imposti, con privazione assoluta di qualsiasi contatto con parenti ed amici, tutti visti come potenziali “untori”. Una situazione da autentico allarme, generalmente oscurata dai grandi media, quasi tutti asserviti al “bombardamento” e fautori, quindi, di sempre nuove esasperazioni in questi pazienti, affetti da casi estremi di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), una sindrome che investe i soggetti più fragili. I più attenti fra medici e psicologi si stanno attivando per assistere, naturalmente a distanza, questi pazienti. Un aiuto concreto arriva ad esempio, come la Voce ha già documentato in un articolo di qualche giorno fa, dal Pronto Soccorso Psicologico Roma Est  fondato e guidato dallo psicologo Gianni Lanari.

Oggi la psicologa Maria Giovanna Ginni, che collabora con il Pronto Soccorso, risponde ad alcune domande sulle manifestazioni del DOC e ci spiega in che modo terapeuti e familiari possano aiutare queste persone ad uscire dal loro stato di isolamento forzato.

 

Partiamo da qualche dato statistico. Su 10 chiamate che ricevete, quante sono legate al DOC per Covid?

Non abbiamo dati statistici alla mano in merito a questa condizione, tuttavia è possibile affermare che vi sono casi in cui si sono sviluppate forme di DOC, oppure si è osservato un inasprimento di tale condizione in coloro che già ne erano predisposti. Con l’avvento della pandemia da Covid-19 si parla per lo più di un “Disturbo ossessivo-compulsivo da contaminazione”.

 

Come si manifesta questo disturbo?

Come per il DOC maggiormente conosciuto, anche in questo caso si fa esperienza di pensieri o immagini ossessive persistenti succeduti da condotte compulsive compensatorie, con lo scopo di ridurre l’ansia da contagio. In pratica, può accadere che il soggetto entri in contatto con determinati oggetti o persone ed avere il dubbio di esser stato contaminato; tale dubbio si manifesta attraverso pensieri ricorrenti e intrusivi che, a seconda del grado di insight del soggetto, possono essere percepiti come indesiderati o meno. Il timore di esser stati contaminati dà luogo ad una serie di emozioni spiacevoli spesso elevate, da cui prendono il via comportamenti come il lavaggio frequente ed energico delle mani (in casi più gravi i soggetti si provocano lesioni alla pelle), condotte di evitamento di luoghi e persone, pulizia compulsiva delle superfici, ricerca di rassicurazioni dall’ambiente esterno e controllo delle informazioni (es. su internet) riguardo alle modalità di trasmissione del virus. Tali compulsioni però hanno un potere rassicurante solo temporaneo, poiché a lungo andare diventano esse stesse il problema, dal momento che consolidano il potere stesso dei dubbi ossessivi, minano la fiducia della persona in merito alle proprie percezioni, rafforzano la credenza di pericolosità e incontrollabilità dei propri pensieri e concorrono allo sviluppo di una vera e propria dipendenza dalle compulsioni stesse. Un circolo vizioso senza fine.

 

Le risulta che ci sono persone rinchiuse in casa dal mese di marzo, che hanno allontanato anche i familiari e vivono in totale isolamento con il terrore del virus? A Napoli ci segnalano alcuni casi simili che sono molto preoccupanti, anche perché si tratta di pazienti che già prima facevano uso di psicofarmaci. Cosa si può fare in casi del genere?

Sembra che un gran numero di persone dopo la fine del lock-down stia sperimentando la cosiddetta “Sindrome della Capanna”, ossia una condizione che non si associa ad un disturbo mentale, ma che genera uno stato di smarrimento tale da indurre le persone a voler continuare a rimanere al sicuro nel proprio “rifugio”, ossia la propria casa.

Il nome di tale condizione risale storicamente all’epoca della “corsa all’oro negli Stati Uniti”, dunque parliamo del 1900, quando i cercatori erano costretti a passare lunghi periodi, anche mesi interi, all’interno di capanne perché le loro attività erano concentrate solo in alcuni periodi dell’anno. Essi vivevano uno stato di isolamento che spesso era succeduto da sentimenti di paura e sfiducia verso la civiltà, stress e ansia.

La pandemia ha generato una condizione parallela: abbiamo passato molti giorni chiusi in casa riorganizzando la nostra vita quotidiana e i nostri ritmi, ma soprattutto i nostri contatti con l’esterno si sono ridotti allo stretto necessario. Con la fine del lock-down, alcune persone hanno sperimentato un senso di smarrimento inserito all’interno di un quadro più complesso di sintomi degni di attenzione: irritabilità, tristezza, paura, frustrazione, ansia… ma anche stati di letargia, stanchezza, difficoltà nel risveglio, malessere fisico, difficoltà di concentrazione, demotivazione e scarsa memoria. A favorire tale condizione vi è sicuramente il fatto che non sia ancora possibile oggi abbassare la guardia: infatti, il rischio di contagio è ancora presente e questo spesso alimenta un timore talmente invalidante da far sì che si riesca a provare sollievo restando isolati anche in spazi molto piccoli.

Solitamente tale condizione tende a diminuire nel tempo con il normalizzarsi della situazione esterna, ma per evitare che condizioni come queste prendano il sopravvento, è importante attuare delle strategie. Ad esempio, è molto importante sapersi ascoltare ed il modo migliore per farlo è accogliere in modo non giudicante le proprie emozioni, le quali ci danno importanti informazioni su noi stessi, sui nostri stati interni e le nostre necessità anche più piccole.

Alcuni professionisti della salute affermano che per favorire la ripresa di una condizione di tranquillità, è importante prendersi cura di sé, compiendo piccoli gesti quotidiani che soddisfino i nostri bisogni. Questo passa anche attraverso il porsi degli obiettivi a breve termine, come stabilire degli orari per uscire, decidere di mangiare sano, dedicarsi ai propri hobby, fare un planning della propria giornata, tenersi in contatto con amici e parenti, svolgere attività fisica, e così via. Questo può aiutare a gestire al meglio il proprio tempo e la propria routine giornaliera, senza lasciare troppo spazio a pensieri e preoccupazioni di vario genere. Inoltre, a mio parere, tutto questo permette di riconoscere l’importanza del coltivare uno spazio psichico ben strutturato da cui attingere le proprie risorse. Una cosa che spesso consiglio ai miei pazienti è di tenere un diario delle proprie emozioni e dei propri pensieri, in modo da poterli monitorare e gestire con cura e consapevolezza. Fa parte del riuscire ad ascoltarsi anche l’accorgersi di quando tali sintomi diventano così soverchianti da non riuscire a gestirli in modo del tutto autonomo: in questo caso è importante chiedere aiuto ad uno specialista.

 

Come devono comportarsi i familiari?

È sempre importante creare uno spazio di comunicazione interpersonale, in particolar modo tra familiari: quando si sta sperimentando un disagio di qualsiasi genere è fondamentale poter condividere il proprio vissuto con la rete familiare, affinché possa dare ascolto e supporto durante la difficoltà. Inoltre, la famiglia può essere una risorsa in grado di aiutare il soggetto a prender consapevolezza dell’eventuale condizione invalidante ed essere un buon alleato durante la conduzione di una terapia con un esperto della salute psicologica. Esperire condizioni come questa è normale: la chiave sta nel riconoscere la propria sofferenza ed attivarsi per ristabilire il proprio equilibrio.

 

Cosa prevedete per i prossimi mesi, da questo punto di vista del DOC, in base all’andamento della vostra attuale esperienza?

Nessuno di noi sa come evolverà la situazione Covid-19 da qui al futuro anche più immediato, tuttavia l’impegno preso da chi si occupa di salute psicologica è quello di continuare a fornire in primis un supporto informativo e psico-educativo in merito a quelle che sono le normali condizioni in cui ci si può trovare di fonte ad emergenze come questa. La prerogativa principale è quella di fornire informazioni che possano allontanare lo stigma che spesso viene a crearsi in relazione ad un malessere psicologico e che di conseguenza genera vergogna, frustrazione e chiusura. Il messaggio chiaro che rivolgiamo noi professionisti della salute a chi ne ha bisogno è che nel setting clinico ognuno può trovare uno spazio di ascolto non giudicante e a misura delle singole necessità.

 

Quali sono le altre patologie psichiche collegate alla pandemia che ritenete ugualmente o maggiormente pericolose?

Ogni condizione di disagio, malessere e patologia ha bisogno di attenzioni speciali. Nessuna condizione di sofferenza va sottovalutata o minimizzata, l’intervento tempestivo sui primi segni di disagio getta le basi per una più facile ripresa degli equilibri personali. La tempestività si rende necessaria soprattutto in relazione al fatto che in situazioni fuori dall’ordinario come questa, le risorse di un individuo vengono messe a dura prova; se vi sono vulnerabilità preesistenti, esse costituiscono terreno fertile per l’eventuale sviluppo di una psicopatologia.

 

Cosa si dovrebbe fare che non è ancora stato fatto?

Per quanto ne sappia, molto si sta facendo nell’ambito della salute psicologica. Innanzitutto, sta prendendo piede una maggiore consapevolezza dell’importanza della cura non solo del proprio corpo, ma anche della propria psiche. Le nuove proposte di legge (es. l’istituzione dello psicologo nelle cure di base) stanno dimostrando che il paese si sta muovendo verso una direzione positiva d’investimento di risorse per il benessere psicologico del singolo, della famiglia e della comunità. Nel frattempo, i professionisti si stanno mobilitando attraverso l’istituzione di gruppi, sportelli d’ascolto e di sostegno all’emergenza sia in presenza che online. Una valida testimonianza la offre proprio il servizio di “Pronto Soccorso Psicologico Roma Est” del dottor Gianni Lanari ed i suoi collaboratori.

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