IL MANIFESTO / DA MITO DI UN TEMPO ALLE CENSURE FILO-USA DI OGGI

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Povero ‘Manifesto’.

Un tempo sentinella di libertà, faro di democrazia (quella autentica), culla per le utopie e il comunismo (quello vero). Oggi trasformato in un’altra sentinella, scodinzolante in difesa degli interessi americani, capace perfino di sventolare la bandiera della censura.

Incredibile ma vero.

Succede con un pregevolissimo articolo firmato da Manlio Dinucci, storico collaboratore del quotidiano fondato da Lucio Magri e Rossana Rossanda.

Un articolo ‘premonitore’ scritto tre anni fa, nel 2019, dove si ‘anticipava’ lo scenario ucraino.

Rossana Rossanda

Dinucci l’ha riproposto giorni fa, con una piccola aggiunta: per far capire che quella lettura di tre anni fa era ancor più valida oggi, ed utilissima per decodificare gli attuali avvenimenti e sottrarsi all’orgia di fake news storiche sventolate dai media in coro.

Quell’aggiornamento non è andato giù ai vertici (sic) del Manifesto che lo hanno cassato.

A questo punto Dinucci non ha potuto fare a meno di salutare il quotidiano che non ha di tutta evidenza niente più a che vedere con il mitico avamposto di tante battaglie.

Di seguito vi proponiamo la più che istruttiva lettura dell’articolo ‘incriminato’, nonché del botta e risposta tra Dinucci e un redattore del Manifesto. Una risposta che non spiega, ma anzi aggrava la già vergognosa decisione assunta: perché, appunto, impedisce ai lettori di ri-leggere quel pezzo per meglio capire   ciò che succede oggi in Ucraina. E non solo.

Viva quel Manifesto firmato da Magri, Rossanda, Castellina, Pintor, Parlato dei gloriosi anni ’70, 80 e primi ’90. Resterà per sempre un grande esempio di giornalismo ‘militante’ nel senso più autentico, vero e puro del termine.

Lontano mille miglia dalle attuali melme quotidiane.

 

 

L’ARTICOLO DI MANLIO DINUCCI CENSURATO

 

 

L’Arte della guerra

Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp

Manlio Dinucci

Da il manifesto, 8 marzo 2022

Manlio Dinucci

Il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (il manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.

La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione nonprofit e nonpartisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Overextending and Unbalancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.

Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.

Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense.

In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno.

In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia. Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi.

Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.

Nel quadro di tale strategia prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all’Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all’Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi».

È proprio qui in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura. Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa-Nato.
 
L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi». Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa-Nato.
 
DA IL MANIFESTO, 13 marzo 2022

L’8 marzo, dopo averla per breve tempo pubblicata online, la redazione del manifesto ha fatto sparire nottetempo la rubrica L’Arte della guerra anche dall’edizione cartacea, poiché mi ero rifiutato di uniformarmi alla direttiva del Ministero della Verità e avevo chiesto di aprire un dibattito sulla crisi ucraina.

Termina così la mia lunga collaborazione con questo giornale, su cui per oltre dieci anni ho pubblicato la rubrica. Un caro saluto ai lettori, che continuerò a informare attraverso altri canali.

Manlio Dinucci

Risposta

È con vero dispiacere, dopo tanti anni di collaborazione con la preziosa rubrica “L’arte della guerra” che riceviamo questo arrivederci. Ma è doveroso, per l’autore, per il manifesto e per i lettori precisare l’ accaduto.

La sua ultima rubrica – che ha ripreso una rubrica sempre sulla Rand del 2019 – dal titolo “Ucraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corporation” è stata considerata impropria e sbagliata – non c’è un giallo: è uscita online perché il servizio online ha pensato di passarlo come d’abitudine, mentre l’articolo invece era bloccato.

Il giudizio negativo sull’articolo è stato formulato all’autore, al quale è stato spiegato che la prima parte del ragionamento era come da tradizione rigorosa e informativa, cioè che la Rand Corporation aveva previsto ogni mossa della guerra in corso in Ucraina, ma che farne discendere allora l’oggettiva reazione dei bombardamenti di Putin “alle installazioni Nato in Ucraina” – questi giorni ci dicono che la mira è a dir poco sbagliata – assumeva la caratteristica di una legittimazione oggettiva della guerra russa.

Per questo giornale, per la sua storia e il suo presente, la guerra della Russia di Putin – che sembra dunque impegnato a recitare il copione della Rand – è una aggressione. Spiegarne le origini e le complicità, oltre che le responsabilità occidentali, è per noi impegno di ogni giorno, ma questo non può voler dire giustificarla.

Così alla fine il pezzo si appalesava. Richiesto di togliere le poche righe che contenevano questa brutta ambiguità, l’autore si rifiutava. Un rifiuto che non era “richiesta di apertura di dibattito” ma il contrario. E noi rispettando la sua indipendenza ma anche la nostra, abbiamo deciso di non pubblicarla. Speriamo sia un arrivederci.

Tommaso Di Francesco

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