Il potere che logora chi lo ha

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La presunzione è terreno fertile per le ragazzate di Di Maio e dei suoi giovani coinquilini pentastellati. Messi spalle al muro, dietro la lavagna dalla furba arroganza leghista, in pochi mesi, per parafrasare un titolo di successo di Italo Calvino (“Il visconte dimezzato”), si ritrovano con il patrimonio elettorale ridotto del 50 percento, cioè dimezzato. A ridurli in miseria ha concorso un trittico di assalti al forte, che per ragioni in parte spiegate, in parte imperscrutabili, ha sconvolto il tradizionale antagonismo sinistra-destra con il fenomeno grillismo: principale attore del dramma in tre atti “Declino dei 5Stelle” è il tritatutto del Carroccio Salvini, che li messi in un angolo del ring e li ha picchiati con uppercut e ganci devastanti. Sul fisico barcollante dei dimaisti ha infierito il Pd, quanto ne è rimasto dopo la batosta del 4 marzo. I dem hanno concentrato la timida e incerta opposizione al governo gialloverde sulle fragilità dell’improvvisato capobanda di un’orchestra sonata e dei suoi gregari. La crociata ha sortito qualche effetto sulla già modesta credibilità di Di Maio, Toninelli e aggregati. La terza, potente spallata al Movimento somiglia molto a reiterati tentativi di suicidio politico: flop nei pochi comuni amministrati, brogli nella formulazione delle liste elettorali, promesse da marinaio, sistematicamente smentite su temi fondanti il loro taccuino programmatico (Tap, Tav e simili). Eppure, la baldanza goliardica dei pentastellati osserva con nonchalance il disastro e affida a Conte l’ingrato compito d dichiarare un giorno sì e l’altro pure che il governo non rischia, che “tutto va ben, madama la marchesa”.

Sullo sfondo incombe la mannaia del naufragio Raggi, un perfetto compendio di corruzione, tangenti, arresti, scandali, degrado e incompetenza. E’ franato così il velleitario, incosciente, raffazzonato affidamento del governo del capitale all’improvvisazione di una neofita e dei suoi ambigui compagni di cordata. Trentatré i mesi di calvario: la città sepolta di rifiuti, strade gruviera, alberi abbattuti dal vento, autobus incendiati, metropolitana out per inagibilità delle scale mobili, servizi pubblici da terzo mondo, corruzione a go-gò, addio senza vergogna all’etica sbandierata di “onestà, onestà”, municipalizzate decapitate e avviate al fallimento, arresto (Raffaele Marra) e indagati dei partner all’alba dell’esecutivo, dimissioni a catena di assessori. Una via crucis, sussurra l’area critica del Movimento, ma Di Maio e Casaleggio associati frenano, nel timore che lo sconquasso romano possa essere il colpo di grazia di Maggio, con le elezioni europee.

Il centrosinistra perde anche la Basilicata ma non c’è traccia di commenti e reazioni del Pd pari al vulnus subito. Ecco le prime pagine dei principali giornali italiani. Corriere della Sera: “Il centro destra vince ancora” e, a fianco: “La sinistra senza idee forti”. La Repubblica: “Botta al governo. Frana 5S”. La sconfitta del Pd non merita commenti e tacciono i dem. Il Messaggero: “Vince il centrodestra, crollo 5Stelle” e di fianco: “Parabola grillina. All’opposizione una strada obbligata”. In prima pagina Il Sole 24 ore si occupa d’altro. Il Giornale: “Di Maio game over” e di fianco: “Adesso il Pd lucra sul bus dei ragazzi. Subito ius soli” (???, ndr). Il Fatto Quotidiano, che spalleggia i 5Stelle: “Proiezioni, il centro sinistra cede anche la Basilicata a Salvini & B”. Sulla debacle grillina nulla e la scelta non è casuale. La Stampa: “Conte: il voto nelle Regioni non minaccia il mio governo” (Pinocchio al confronto è un dilettante, ndr) e a fianco “L’ombra del declino su Di Maio”. Libero: “Adesso non esageriamo. Pechino capitale d’Italia”. Nulla sul voto in Basilicata. Il Foglio: “Elogio della post sinistra” e a fianco: “Il cialtro sovranismo si può sconfiggere con l’ottimismo modello Bentivogli”.

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