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CASO CACCIA / NEANCHE SFIORATA LA PISTA DEL RICICLAGGIO NEI CASINO’


21 luglio 2017 autore: Andrea Cinquegrani



delitto Caccia

Evviva, dopo 34 anni condannato l’autore dell’omicidio dell’allora procuratore capo di Torino, Bruno Caccia, mentre era già stato individuato e condannato il ‘mandante’. Si tratta, rispettivamente, di Rocco Schirripa e di Domenico Belfiore.

Solo che manca il   tassello più importante: non è stata individuata la pista siciliana che porta al vero movente dell’omicidio, che altrimenti resta senza spiegazione. E cioè il riciclaggio attraverso i Casinò effettuato dalla cosche siciliane, attraverso una serie di colletti bianchi che, tanto per fare solo il caso più eclatante, portavano fino in Val d’Asta, al Casinò di Saint Vincent.

Il casinò di Saint Vincent. In apertura il delitto Caccia

Il casinò di Saint Vincent. In apertura il delitto Caccia

E’ la famiglia Caccia a non contentarsi e a chiedere che sia fatta piena luce su quel delitto e vengano chiarite le effettive piste che non sono fino ad oggi venute allo scoperto. Così osserva la figlia, Paola Caccia: “Il nostro avvocato aveva indicato indizi e responsabilità in una pista compatibile con quanto emerso in questo processo, che era a carico solo di Schirripa. Ora speriamo si vada avanti. Confidiamo che la decisione di rimandare gli atti alla procura, come chiesto dal nostro legale, lasci spazi per chiarire i punti ancora oscuri dell’omicidio”.

E ancora: “la maggior parte delle nostre richieste sono state respinte, ma speriamo che adesso le motivazioni aprano spazio a nuove indagini”

Continua la figlia del procuratore ucciso 34 anni fa. “Il fascicolo aperto dopo i nostri esposti era a carico di Rosario Cattafi e Domenico Latella. Il nostro avvocato, Fabio Repici, li ha individuati dopo un approfondito lavoro sugli atti della vecchia inchiesta. Ma sono forti i legami di persone e interessi tra la pista calabrese di Belfiore-Schirripa e quella siciliana interessata alle casse del casinò di Saint Vincent per il riciclaggio del denaro mafioso. Questa pista è stata quasi ignorata al processo odierno”.

E insieme, Paola e l’altra figlia, Cristina Caccia, notano: “fa arrabbiare che debbano essere i familiari a pungolare la giustizia”.

I familiari di un giudice. Come sta succedendo, in modo clamoroso, nel giallo sulla morte di Paolo Borsellino, 25 anni da quella tragedia e mandanti ancora a volto coperto.




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