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Triste il via al numero chiuso


16 luglio 2017 autore: Luciano Scateni



venezia

“Com’è triste Venezia…” (Charles Aznavour) si addice all’espropriazione dell’incantevole città lagunare operata progressivamente dal turismo di massa. Di veneziani ne sono rimasti pochi, e nelle sere d’inverno, quando il flusso di “estranei” cala vistosamente, Venezia denuncia la solitudine dei pochi residenti. Un velo di tristezza avvolge ogni cosa, come la nebbia che a volte impedisce la vista da una sponda l’altra del Canal Grande. Nelle stagioni dell’assalto a piazza San Marco e dintorni domina il caos e la città diventa invivibile, preda di turismo per nulla elitario. Che fare? La città dovrebbe investire quanto incassa con la presenza straripante di visitatori in personale di controllo, in addetti alla pulizia di strade, piazze e canali, in vigili urbani che tutelino il rispetto per i luoghi più frequentati. In assenza di un progetto con queste caratteristiche la decisone bloccare al numero di sessantamila l’ingresso in città. Un quesito merita risposta: Sevi sono americano, francese, russo o tedesco e m’imbarco sull’aereo per sbarcare a Venezia, sono sicuro di entrare nel novero degli eletti a cui è concesso entrare in città? O si dovrà fare domanda in carta bollata al Comune per non rischiare l’esclusione per soprannumero? E Capri, Taormina, Portofino, Roma, Firenze, Napoli e Palermo, seguiranno l’ostracismo veneziano e delle Cinque Terre a eccessi di turismo?

Questione di memoria e diciamocelo, non siamo Pico della Mirandola, il nostro rapporto con i ricordi è labile. Per rinfrescarli è indispensabile far un gran passo all’indietro, all’esito del referendum sulla riforme istituzionali, vinto dal no della coalizione anomala di destra, centro destra, Lega e sinistre alla sinistra del Pd. Lì per lì gli antirenziani di ogni colore hanno esultato e oscurato proditoriamente un effetto collaterale del voto. Il sì avrebbe cancellato lo scandalo del Cnel, ente inutile, e costosissimo per no n produrre alcunché. Il avrebbe abolito il senato, doppione della Camera che rende farraginoso l’iter di approvazione delle leggi e le Province, altro dispendioso carrozzone reso inerte dalla nascita delle città metropolitane. Non se ne parla più e anche questa è l’Italia.

Francesco non fa bene neppure ai santi, figuriamoci se fa sconti a Trump e chi estremizza il suo apostolato “rivoluzionario” lo etichetta come cattoconmunista, crociato della giustizia sociale, dell’epurazione di ladri, corrotti e depravati fuori e dentro il sistema Chiesa, di antagonista dei despoti sotto ogni bandiera, degli arricchiti con frode, di corrotti e corruttori, prelati eccellenti incoerenti con i principi della sobrietà, di populisti e prevaricatori. Per dirne una: Francesco ha improntato l’incontro con Trump a stato di necessità glaciale, privo di indulgenza, ammonitore, nessuna concessione. Il giudizio negativo, netto, esplicito e implicito di Bergoglio sul presidente americano si sostanzia nelle pagine di Civiltà Cattolica, rivista sotto tutela diretta del papa, revisore ultimo dei contenuti. “No alla destra integralista” è il messaggio inequivocabile del periodico che (da Repubblica) “attacca la platea dei predicatori del prosperity Gospel, apostoli del dio Trump” del dominio dell’uomo sulla terra, della separazione dei popoli, del diritto alla forza, ’opposti alla teologia della misericordia via, via ben rappresentata dalle nomine volute dal papa in sostituzione di alti prelati censurati.




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