STRAGE BORSELLINO / GIUSTIZIA MORTA E SEPOLTA

Ormai è certificato: la verità giudiziaria sulla strage di via D’Amelio in cui venne trucidato Paolo Borsellino con la sua scorta non arriverà mai. A meno di imprevedibili colpi di scena, come la confessione di uno dei mandanti eccellenti, fino ad oggi rimasti regolarmente ‘a volto coperto’.

E’ la plastica dimostrazione di come la giustizia, a casa nostra, sia morta e sepolta ormai da anni. Un’agonia cominciata proprio con il tritolo di Capaci e di via D’Amelio, 32 anni fa appena suonati, e che oggi raggiunge la sua massima apoteosi.

E pensare che il lunghissimo iter giudiziario, appena concluso in modo ora ‘tombale’, è stato caratterizzato dal “più grande Depistaggio nella nostra storia giudiziaria”, come hanno riconosciuto le stesse toghe del tribunale di Caltanissetta.

Quindi, quei Depistatori non verranno mai assicurati alle patrie galere. E resteranno a vita (per quel che ne resta, vista l’età ormai avanzata dei ‘manovratori’ rimasti sul campo) liberi come fringuelli.

Ma partiamo dalle news.

 

 

ULTIME DA CALTANISSETTA

Per essere più asettici che mai, visto il terreno ‘minato’ (in senso non poi troppo figurato) nel quale ci muoviamo, riprendiamo alcuni passaggi dell’ultimo dispaccio ANSA.

Verità giudiziaria sepolta dalla prescrizione che, dopo 32 anni, impedisce chiarezza su quello che i giudici hanno definito ‘il più grave depistaggio della storia repubblicana’”.

La Corte d’Appello di Caltanissetta, come già chiesto dal tribunale di primo grado, ha appena emesso una sentenza in cui vengono prescritte le accuse nei confronti degli unici tre accusati del Depistaggio, ossia tre funzionari della polizia di Stato: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Continua l’Ansa: “Secondo la ricostruzione degli inquirenti, sotto la guida dell’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, poi deceduto, i tre investigatori avrebbero costruito a tavolino una falsa verità sull’attentato di via D’Amelio, costringendo personaggi come Vincenzo Scarantino, piccolo contrabbandiere del quartiere Guadagna poi assurto al rango di superteste, ad incolpare dell’eccidio mafiosi che con l’autobomba di via D’Amelio non c’entravano nulla”.

Il tribunale di Caltanissetta

Commenta il procuratore generale di Caltanissetta, Fabio D’Anna: “Tre soggetti li abbiamo comunque individuati. Gli altri concorrenti sono deceduti o nei loro confronti non si è proceduto”.

Nella sua requisitoria dello scorso aprile D’Anna, il sostituto procuratore Maurizio Bonaccorso e il sostituto Gaetano Bono avevano chiesto 11 anni e 10 mesi di galera per Bo e 9 anni e 6 mesi per Mattei e Ribaudo.

Commenta l’avvocato Fabio Trizzino: “A nome della famiglia Borsellino, che io rappresento, considerata l’assoluta serietà del collegio e rinviando ogni valutazione alla lettura delle motivazioni, credo che oggi sia stato fatto un passo importante in relazione a quello che è stato definito il più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana”.

“Sono soddisfatto – continua Trizzino – perché viene sancito, con fermezza, che tre appartenenti alla polizia hanno concorso a depistare le indagini su via D’Amelio e ritengo che questo sia un fatto estremamente grave. Dispiace che a pagare siano solo loro, perché questo processo presenta numerosi convitati di pietra che avrebbero dovuto essere sul banco degli imputati. Ma purtroppo, quando lo Stato esercita la sua potestà punitiva a 30 anni di distanza dagli eventi, è questo il rischio che si corre”.

 

QUELLA PISTA ‘MAFIA-APPALTI’

E soprattutto è ormai sicuro che sotto il profilo giudiziario, ossia nell’aula di un tribunale, non verrà mai accertato (e meno, come detto, di ‘miracoli’ per ora non dietro l’angolo) il vero movente delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Che le figlie di Paolo Borsellino, Fiammetta e Lucia (tra l’altro moglie di Trizzino) hanno più volte ‘gridato’ per anni, vox clamans in deserto: indicando nella pista ‘Mafia-Appalti’ quella autentica da seguire, e invece pervicacemente ignorata dagli inquirenti.

Fabio Trizzino e Fiammetta Borsellino durante il processo

Una pista che, nel corso degli anni, fin dalla metà dei ’90, la ‘Voce’ ha sempre documentato con decine di articoli e inchieste.

Corroborate, soprattutto, dalle pesanti accuse formulate nel 1996, in seno alla Commissione Antimafia all’epoca presieduta dalla forzista Titti Parenti, dall’allora senatore indipendente del Pds Ferdinando Imposimato, che firmò una ‘relazione di minoranza’ al calor bianco.

Ed in seguitò illustrò in un libro scritto a quattro mani con Sandro Provvisionato, ‘Corruzione ad Alta Velocità’, uscito nel 1999. Quindi esattamente un quarto di secolo fa.

In quel possente j’accuse c’era già tutto: e soprattutto il movente delle stragi, quel rapporto ‘Mafia-Appalti’ redatto dal ROS dei carabinieri e finito sulla scrivania di Giovanni Falcone a febbraio 1991. Una sfilza di appalti che ingolosivano politici, imprenditori di riferimento e ovviamente clan delle mafie al seguito: a partire dalla Grande Torta chiamata TAV, il Treno ad Alta Velocità.

Ma c’è di più. In quel profetico libro c’era anche la dirty story di un altro Maxi Depistaggio: ossia quello proprio sul business TAV su cui avevano puntato i riflettori Falcone e Borsellino.

E sapete qual è stato il Regista Maximo del Depistaggio, o meglio del Super Insabbiamento delle inchieste TAV?

Il PM di Mani Pulite, l’Uomo della Provvidenza, il Salvatore della Patria inizio anni ’90: Antonio Di Pietro.

Antonio Di Pietro. A sinistra, Francesco Pacini Battaglia

In ‘Corruzione ad Alta Velocità’ veniva dettagliato per filo e per segno l’iter giudiziario dei due filoni d’inchiesta, romano e milanese.

Con un’abilissima mossa, infatti, il poliziotto diventato pm riuscì a sfilare le indagini che riguardavano i versanti politici e ministeriali agli inquirenti capitolini, sostenendo di avere ‘un asso nella manica’ che stava interrogando alla procura di Milano, ‘l’Uomo a un passo da Dio’, vale a dire il banchiere-faccendiere italo elvetico Francesco (alias Chicchi) Pacini Battaglia.

Avocate a sé le carte romane, Di Pietro mise in piedi il copione di una perfetta sceneggiata.

Il solito guanto di ferro usato ritualmente con i suoi imputati meneghini, infatti, si sciolse come neve al sole con l’indagato Chicchi. Che pur conoscendo tutto sul mondo delle Maxi Tangenti, a cominciare dalla Madre di tutte, quella griffata Enimont, riuscì a non rivelare niente di niente. E allo stesso tempo a passarla liscia, non trascorrendo neanche una notte in gattabuia.

E quale fu il trucco’ inventato dall’Eroe di Mani Pulite?

La scelta dell’avvocato in grado di ‘curare’ e patrocinare l’indagato eccellente: un legale senza arte né parte pochi mesi prima sbarcato al foro meneghino dall’Irpinia, Giuseppe Lucibello: il quale però nel suo pedigree poteva vantare su una più che ottima credenziale, ossia la salda amicizia proprio con don Tonino.

Avete capito il copione della perfetta sceneggiata, come impeccabilmente descritto da Imposimato e Provvisionato in quel libro che ancora oggi tutti dovrebbero leggere?

 

 

LE ‘RIVELAZIONI’ DEL PELLEGRINO

E chiudiamo il cerchio con una fresca intervista rilasciata da un pezzo da novanta nel Pds ai tempi di Tangentopoli, il senatore e avvocato Giovanni Pellegrino (all’epoca ricopriva la carica di presidente della ‘Giunta per le Immunità’ a palazzo Madama), intervistato per ‘il Corriere della Sera’ da Francesco Verderami.

Ecco un paio di passaggi dell’intervista e una ‘riflessione’ sul Di Pietro di allora.

“Tutti i partiti ricevevano fondi irregolari”.

“Apparentemente il mio partito non prendeva soldi. Però nella cordata vincitrice di ogni appalto c’era sempre una cooperativa rossa con una percentuale dal 10 al 15 per cento”.

Scopre a distanza di oltre 30 anni l’acqua calda.

Ancora, a proposito di un incontro con Massimo D’Alema: “Era la primavera ’93. Mi concesse un incontro, ma dopo pochi minuti mi zittì: ‘come al solito voi avvocati siete contro i pubblici ministeri. Volete capirlo che questi stanno facendo una rivoluzione? E le rivoluzioni si sono sempre fatte con le ghigliottine e i plotoni d’esecuzione. Perciò che cosa vuoi che sia per qualche avviso di garanzia o qualche mandato di cattura di troppo? Eppoi Luciano (Violante, ndr) mi ha detto che noi possiamo stare tranquilli, perché Mani Pulite non se la prenderà con noi”.

Giovanni Pellegrino

Circa il ‘disegno’ della magistratura, osserva Pellegrino: “Non si realizzò perché nella magistratura ognuno fa come gli pare. Infatti la procura di Brescia colpì Di Pietro, che aveva ambizioni politiche”.

Ancora: “La sua ambizione (di Di Pietro, ndr) era diventare presidente del Consiglio”.

E poi: “Se penso a quegli anni mi viene da piangere. Mani Pulite non realizzò il suo disegno ma distrusse il sistema dei partiti. Avevo stima dei magistrati di Milano, Borrelli li guidava benissimo Ma il loro principio, che si basava sul primato del potere giudiziario, era in contrasto con il disegno costituzionale”.

Dimentica, strada facendo, qualche dettaglio da non poco, Pellegrino.

A partire dal processo bresciano a carico di Di Pietro.

Che si risolse in una bolla di sapone.

Perché la sentenza, pur condannandolo sotto il profilo morale, deontologico, professionale (vedi caso Pacini Battaglia e nei confronti di svariati ‘imputati’), lo scagionò sotto quello penale

Ma, soprattutto, la ‘rivoluzione’ – colorata – cui si riferiva il segretario D’Alema, era stata eterodiretta dagli Stati Uniti, braccio operativo la CIA.

Come documentano i diversi incontri che il ‘manovratore’ del pool, Di Pietro, ha avuto in modo ‘informale’ con il console generale degli Usa a Milano, Peter Semler, proprio nei mesi precedenti lo ‘scoppio’ di Mani Pulite.

Solo per un ‘drink’?

Da un aperitivo alla cena il passo è breve.

Ed eccoci alla cena prenatalizia del 1991 che vede allo stesso tavolo, come big ‘friends’, un agente della CIA, un funzionario della star investigativa a stelle e strisce ‘Kroll’, l’ex vertice Sisde Bruno Contrada e il mitico don Tonino.

Solo per un cappone and chips?

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