Se la guerra è l’economia

Le guerre non sono solo distruzione, sangue e morte, ma costituiscono anche uno straordinario business economico. Un affare che fa girare cifre stratosferiche, cifre che valgono punti di PIL e che possono tenere in vita economie boccheggianti. È questo il motivo per cui ci sono paesi come la Russia, che invece di soffocare a causa dalle sanzioni, producono utili e accrescono il loro PIL. Lo stesso ragionamento vale per Stati Uniti, Cina, Iran, e per quei paesi che continuano a sviluppare lucrose tecnologie belliche. Incredibilmente in questo gruppo c’è anche l’Italia, che si piazza tra i primi otto al mondo per ricavi da produzioni belliche con la Leonardo, leader nella produzione di elicotteri, aerei, elettronica per la difesa e sicurezza, sistemi avanzati per la difesa e che opera persino nel campo delle tecnologie spaziali. L’Italia produce ed esporta soprattutto bombe antiuomo, siluri, razzi e munizioni.

Nel 2022 la sola Leonardo – con la Fincantieri l’altra industria italiana che costruisce navi da guerra – ha ampiamente superato i 15 miliardi di fatturato e impiega migliaia di dipendenti superspecializzati in siti produttivi dislocati non solo in Italia. Ha un trend da anni in vertiginosa crescita, trend che non accenna a rallentare. E poi ci si chiede perché un governo come il nostro annoveri tra i suoi ministri anche Crosetto, che è un manager che conosce il settore Difesa a menadito per la sua pluriennale esperienza di presidente Aiad, la federazione confindustriale che cura gli interessi delle aziende del settore della difesa. E ci si chiede ingenuamente anche perché, non si muove un dito per favorire la fine delle guerre in atto in Ucraina e Palestina. Anzi ribadisce pubblicamente di volerle sostenere ad oltranza. Finché i cannoni continueranno a sparare il danaro continuerà a girare.

Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno prodotto un fortissimo incremento della domanda di armi e di munizioni, spingendo la NATO e i governi aderenti a portare sempre più in alto la spesa nel settore della Difesa. Nel 2023 questo settore ha toccato il suo massimo storico arrivando a spendere oltre 2000 miliardi di dollari. A tali cifre è giunta la spesa per la guerra sottraendo risorse alla sanità, al welfare, all’istruzione ed agli altri capitoli di spesa destinati alle politiche sociali. È stato superato ampiamente il limite del 2% di Pil mondiale, ossia milioni di dollari che potevano risolvere definitivamente il problema della fame nel mondo, della ricerca scientifica e della sanità in tutto il mondo. Cifre da capogiro che hanno gonfiato i ricavi, prodotto utili e implementato le quotazioni delle aziende belliche nelle Borse di tutto il mondo, come ha rilevato anche un recente rapporto del Centro Studi di Mediobanca, che ha previsto per il 2024 ulteriori incrementi di ricavi. Persino la UE, nata con vocazione di pace, ha scoperto il fascino del business delle armi.

Il settore della Difesa vive il suo momento d’oro, solo tra il 2019 e il 2023 il rendimento dei titoli azionari del settore ha segnato un +68%, una crescita pari al doppio dell’indice azionario generale.

Nel primo trimestre di quest’anno la Leonardo ha registrato un incremento in borsa del 56%, piazzandosi all’ottavo posto nel mondo, poco meno delle grandi aziende americane, con un fatturato di 11,5 miliardi di dollari e la Fincantieri, con i suoi due miliardi, si piazza al venticinquesimo.

Come si può pensare che questi paesi potranno mai perseguire politiche di pace se la guerra continuerà a salvare le loro economie?  Ma la domanda vera è quanto tempo potrà durare ancora uno sviluppo così drogato? Ci sarà inevitabilmente un crollo con le conseguenti ripercussioni in termini di crisi di produzione e di nuova povertà per le popolazioni. Paradossalmente la guerra è funzionale a sostenere e far sopravvivere il capitalismo, il quale per potersi sviluppare ancora dovrà cercare nuovi campi di battaglia in tutto il mondo, coinvolgendo sempre le grandi potenze economiche, uniche capaci di sostenere i costi della produzione bellica.

Ma quest’assurda dispersione di risorse serve a qualcosa? Direi proprio di no. Nessuno potrà fermarli finché la guerra continuerà a muovere i mercati e i mercati a loro volta promuoveranno nuove guerre. Alle aziende ora si richiede da parte dei governi di implementare la produzione di armi e di proiettili e queste si attrezzano investendo risorse per produzioni che potranno trovare utilizzo solo sui campi di battaglia. L’Europa che era nata con una dichiarata vocazione alla pace, si sta ora attrezzando per sviluppare una concorrenza con la grande industria bellica americana. L’entrata in campo della Germania nel settore prelude allo sforzo realizzare un grande consorzio europeo per gli armamenti. Si potrà in questo modo arrivare a ricavi per oltre 35 miliardi di euro e competere con giganti statunitensi come Lockheed e Northrop.

Col sostegno federale, infatti, la Germania si sta accaparrando commesse per miliardi di euro e punta alle industrie italiane e francesi per assumere dimensioni tali per competere. La guerra di Putin continua a far volare ricavi e titoli (+530%) con la richiesta di armi e munizioni di artiglieria. E per questo motivo sono pochi gli interessi che potrebbero portare a una sua interruzione. Sarebbe un disastro finanziario per gli investimenti già fatti dai paesi coinvolti.

Che i cannoni allora continuino a sparare e che i morti si sommino a quelli già sepolti finché, grazie a loro, aumenteranno le spese per armamenti e munizioni.

Con buona pace della fame, delle distruzioni e dell’atroce sterminio di donne, bambini e … della stessa democrazia nel mondo.

 


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