IL VERO ‘QATARGATE’ / ATTENTI A QUEI DUE, JOE & JAMES BIDEN

Ennesima grossa grana giudiziaria in casa Biden.

Stavolta sulla scena non c’è il capo della Casa Bianca Joe, né il figlio Hunter, alle prese con i ‘dirty business’ in Cina e in Ucraina.

Ma il fratello, James (Jim) Biden, un altro che di affari & business ‘opachi’ se ne intende, stavolta in Qatar.

Hunter Biden. Sopra, i fratelli Joe e James Biden

La notizia sta ‘scoppiando’ negli Usa, per lo scoop messo a segno da ‘Politico’, uno dei siti che fanno più tendenza.

Tra i nostri media, al solito, il silenzio più totale, tanto per non disturbare il Padrone del mondo, alle prese con la campagna presidenziale in vista del voto di novembre, a caccia del bis.

Media totalmente omologati, cloroformizzati, scatenati per i processi contro il rivale, Donald Trump, per qualche vicenda a luci rosse: invece ‘muti’ di fronte alle inchieste al calor bianco che da anni – e con colpevole lentezza – stanno portando avanti FBI e magistratura a stelle e strisce; nonché alcune commissioni congressuali, i cui lavori arriveranno ai loro esiti – statene ceti – fuori tempo massimo.

 

 

IL VERO ‘QUATARGATE

Partiamo dalle news. E quindi dal caso che vede protagonista il fratello presidenziale, James Biden.

Circa un anno fa, ricorderete, tutti i media europei si sono scatenati per il ‘Qatargate’ in salsa UE.

Pagine su pagine, aperture su aperture.

Poi, man mano, il pallone si è sgonfiato e di quella inchiesta al calor bianco si sono progressivamente perse le tracce.

Secondo non pochi addetti ai lavori, si è trattato di un depistaggio in piena regola: dare in pasto quella storiella all’opinione pubblica perché i riflettori non venissero puntati, invece, sul ‘Pfizergate’, di ben altra portata: un affare da ben 71 miliardi di euro che vedeva (e vede) coinvolti fino al collo – come la Voce ha documentato in numerose inchieste – la presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen (guarda caso un’altra che punta al bis con il voto di giugno) e il Ceo di ‘Pfizer’, Albert Bourla.

Il vero ‘Qatargate’, invece, è un altro. E si è svolto sull’altra sponda dell’oceano, negli Stati Uniti. Al centro della connection, appunto, James Biden.

Ecco, in rapida carrellata, i fatti salienti.

Michael Lewitt

La story è ora davanti alla corte del Kentucky, dove è appena comparso il teste-chiave, Michael Lewitt, ex socio del Biden brother in un paio di società bollenti. Soprattutto perché al centro di big business con il Qatar.

A botte di fondi sovrani e non solo.

Le due sigle – emerge dalle carte processuali – sono state fortemente sponsorizzate da esponenti di spicco del governo di quel Paese, “members of Qatari governement”. Gli affari finanziari sono temporalmente collocabili negli anni della vicepresidenza Obama, ossia quando Joe Biden era il numero due dell’amministrazione guidata da Barack Obama.

Guarda caso, sono proprio gli anni super fortunati, quando andavano a gonfie vele soprattutto i ‘dirty business’ (così la etichettati la reporter investigativa Miranda Devine nel suo documentato libro-j’accuse) messi a segno dall’onnipresente rampollo Hunter, su due fronti ben precisi, Cina e Ucraina.

In quest’ultimo paese, pur non capendo un accidenti di energia e di virologia, il figlio-pittore (è riuscito a vendere alcune sue ‘croste’ per palate di dollari a chi voleva, in modo indiretto, ‘omaggiare’ il potente padre) ha fatto parte del CdA di ‘Burisma’, il colosso energetico di Kiev; ed è stato in prima fila nell’altro maxi affare, quello dei biolaboratori proliferati a macchia d’olio – oltre una quarantina – in tutta l’Ucraina, tante piccole Wuhan che più ‘border line’ (sotto il profilo della scarsa sicurezza) non si può.

La ‘Voce’ ha scritto un fiume d’inchieste sui biolaboratori ucraini (ma anche in Georgia e Kazakistan, ad esempio). Potete rileggerle consultando il nostro archivio e andando alla casella CERCA, che si trova in alto a destra della nostra home page: basta digitare BIOLABORATORI, oppure VICTORIA NULAND (la numero due del Dipartimento di Stato Usa e regista dell’affare-biolaboratori), o HUNTER BIDEN per ritrovarne tante. Eccone, comunque, una delle più significative, messa in rete il 27 febbraio 2022, HUNTER BIDEN, ZELENSKY & IL SUPER OLIGARCA / MOLTO ATTENTI A QUEI TRE

 

Torniamo alle prodezze di James.

Secondo le indagini che hanno portato davanti alla corte del Kentucky, il fratello con il pallino dei business da capogiro, per vedersi aprire porte e portoni in Qatar, ha più e più volte fanno riferimento al fratello, e lo documentano le decine di mail scambiate con gli emissari qatarioti.

Non è finita qui. Perché per mesi i movimenti finanziari di Biden e del suo socio Lewitt sono stati radiografati dalla ‘Securities and Exchange Commission’, la rigida autority governativa che monitora sulle operazioni finanziarie sospette.

E l’abbondante materiale raccolto dal SEC ha poi dato vita ad un altro ponderoso filone, ad una “federal criminal investigation” coi fiocchi, come la definisce ‘Politico’. Che ha chiesto un parere, sui fatti & misfatti, sia al legale di casa Biden, sia allo staff per la comunicazione alla Casa Bianca, sia all’Ambasciata del Qatar a Washington: ottenendo in tutti i casi un secco ‘no comment’.

A questo punto, vi proponiamo il testo originale e integrale del pezzo messo in rete da ‘Politico’ il 28 aprile, firmato da un dei suoi reporter di punta, Ben Schreckinger, e titolato Fund manager indicates Jim Biden was in bunisess with Qatari officials.

La story, comunque, a livello mediatico americano aveva cominciato a far capolino più di un anno fa. E per questo potete leggere il reportage pubblicato il 28 febbraio 2023 dal ‘DailyMail.com’, autore Josh Boswell, sotto il chilometrico titolo Exclusive: ‘My family could provide wealth of business opportunities at the highest levels’. Joe Biden’s brother Jim touted his connection in a groveling letter asking for a meeting with a Qatari prime in charge of the nation’s 170b investment fund.

 

ECCO LA ‘SAGA’ DELLA SORELLA VALERIE…

Ma cerchiamo di finire a tarallucci e vino, come si diceva una volta.

Con una ‘saga’ (attenti alle vocali, please).

Ossia un fresco di stampa, da noi uscito a metà febbraio in libreria ed in edicola, pubblicato addirittura per le seriose edizioni de ‘Il Sole 24 Ore’, dal titolo che già da solo fa ‘storia’: ‘Noi, i Biden’. E fa anche un po’ il verso al ‘Yo soi Giorgia’ della cara amica di Joe, che quando la vede le dà un bacetto sulla testolina…

Valerie Biden

E sapete chi lo firma? Nientemeno che Valerie Biden in Owen, la sorellina minore.

Imperdibili le righe di presentazioni griffate Confindustria: “Un viaggio straordinario attraverso la vita e l’eredità della famiglia che sta ispirando un’intera nazione, i Biden, da un punto di vista unico e sorprendente, la sorella minore di Joe, nonché la sua confidente e consigliera fidata”.

Così suonano le trombe: “In questo memoir intimo e generoso, Valerie apre le porte di Casa Biden, offrendo un’occhiata inedita della famiglia. Valerie esplora il potere della gentilezza e dell’empatia in un mondo sempre più diviso e ostile, e racconta con onestà le sfide che ha dovuto superare: dalle barriere di genere alle vittorie professionali, ispirando così altre donne a perseguire i propri sogni”.

Mitico.

Ancora. Sapete qual è stato il lavoro nel quale ha profuso tutte le sue energie e la sua passione? L’organizzazione di campagne elettorali. E presidenziali.

Per il babbo, oltre all’ultima corsa vincente contro Trump, altre 7 per il Senato, ed una cinquantina in totale.

E il pedigree della sorella presidenziale si arricchisce di altri allori.

E’ stata rappresentante supplente degli Usa all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; guest star all’ultimo ‘Change The World’ davanti ai rappresentanti di 149 nazioni del mondo; è vice presidente esecutivo della ‘Joe Slide White & Co.’, nonché consulente di grido per ‘Women’s Campaign International’ che si occupa di formare le top manager nel campo della politica e della comunicazione.

Da far accapponare la pelle.

Robert Hur

Certo Sleepy Joe ha di che consolarsi, con l’amena lettura sgorgata dalla penna della cara Valerie.

Gli può di sicuro rendere meno amari i bocconi giudiziari (che però non gli impediscono certo la corsa verso il bis alla Casa Bianca), le rogne politiche quotidiane, i grattacapi familiari e l’impietosa ‘diagnosi’ stilata un paio di mesi fa dal procuratore speciale Robert Hur: che per la mole di accuse non ne chiede il rinvio a giudizio né tantomeno il processo. Perché lo giudica ‘non responsabile delle sue azioni’.

E gli americani – in genere molto sensibili di fronte al tema della ‘salute’ presidenziale – potranno votate un Capo della prossima Casa Bianca che non sa quel che fa e ha quasi perso la memoria?


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