Giudici di pace / Avvocati, jatevenne!

L’incendio del 21 marzo scorso negli uffici del Giudice di Pace di Napoli, che ha mandato in fumo migliaia di faldoni contenenti la vita e le speranze di altrettanti cittadini, è solo l’ultimo atto di una giustizia che troppo spesso disonora la classe forense, mettendo perfino a rischio – come dimostra il rogo di Napoli – l’incolumità personale degli avvocati. L’allarme era stato lanciato “a caldo” da un leader della categoria, l’avvocato Angelo Pisani, presidente del Movimento Noi Consumatori. In una nota diffusa alla stampa Pisani aveva parlato senza mezzi termini di «fallimento di tutte le misure di prevenzione e di sicurezza negli uffici giudiziari».Gli inquirenti non hanno escluso la matrice dolosa del rogo, anche se a tutt’oggi non emergono ulteriori particolari.

L’unica certezza è che il malcontento fra utenti ed avvocati partenopei cova da tempo. E non solo per le pur serie questioni della sicurezza nel vecchio edificio dell’ex Caserma Garibaldi in via Foria, ma per motivi scottanti che riguardano la riforma del giudice di pace in tutta Italia.

Ad essere messe sotto accusa, specie negli ultimi mesi, sono quelle che alcuni agguerriti civilisti definiscono le disinvolte modalità con cui vengono emesse le sentenze, e il modo in cui trattati i difensori, da quando i giudici di pace sono stati reclutati come dipendenti effettivi dello Stato. Prima dell’entrata in vigore di questa riforma, infatti, il GDP veniva retribuito a cottimo, con circa 50 euro a sentenza. Ma dal 1 gennaio di quest’anno i giudici di pace  percepiscono lo stipendio fisso: 26.370 euro annui (circa 1.500 euro netti al mese) se non sono in regime di esclusività, mentre quelli che lo sono ricevono un compenso annuo lordo pari a 80.386 euro.

«Da quel momento – sbottano alcuni civilisti – i procedimenti sono completamente cambiati, in negativo» perché, viene aggiunto, «se prima il giudice di pace aveva interesse ad emettere le sentenze in tempi ragionevoli, oggi la tendenza è capovolta, i tempi si allungano, perché si punta a scoraggiare gli avvocati dal presentare nuovi ricorsi a tutela del propri assistiti, con lo scopo, non dichiarato ma evidente, di alleggerire il carico di lavoro degli uffici, tanto lo stipendio a fine mese arriva comunque».

Per raggiungere tale poco edificante obiettivo, secondo i battaglieri avvocati che abbiamo ascoltato, verrebbero messe in atto sostanzialmente due strategie. La prima consiste nell’aumento indiscriminato delle sentenze in cui i giudici di pace compensano le spese fra le parti in lite. «Ciò significa che all’avvocato difensore non viene attribuita alcuna parcella, significa che ha lavorato per mesi senza ottenere alcun compenso. E questo è un chiaro, efficace metodo per scoraggiarli a presentare nuovi ricorsi».

E la seconda strategia?  «Qui siamo di fronte – rincarano la dose – ad una plateale violazione di quanto stabilito dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite». Stando al dettato di questo provvedimento, infatti, per tutta una serie di ricorsi in materia di fisco e tasse il legale può scegliere se rivolgersi al giudice di pace o alla giustizia tributaria. «Ebbene, sempre per “allontanare” gli avvocati che scelgono il giudizio dinanzi ai giudici di pace e ridurre il proprio carico di lavoro, questi ultimi da gennaio scorso, soprattutto nel napoletano, rifiutano molto spesso di trattare questi contenziosi e li dirottano ai giudici tributari, dove le cause sono più lunghe, complesse ed onerose per il cittadino che attende giustizia, specie quando è indigente».

Se dunque la riforma Cartabia, con le grosse innovazioni del processo civile telematico anche per il giudice di pace, sembrava aver fatto compiere un grosso passo avanti alla giustizia italiana, riducendo tempi lunghi ed attese infinite, a frapporsi lungo questo cammino sarebbero le successive norme, previste nella Legge di Bilancio 2022 ed entrate in vigore quest’anno, sul reclutamento dei giudici di pace nei ranghi dei dipendenti a stipendio fisso, attraverso un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Con buona pace delle migliaia di avvocati civilisti che, molto spesso, operando attraverso i CAF al fianco delle fasce più deboli della popolazione, non si vedono più riconosciuti nemmeno quei miseri 200 o 300 euro che prima venivano loro destinati nelle vertenze risolte dinanzi al giudice di pace.

Il rischio vero, con una dirompente portata di carattere sociale, è che questi professionisti non potranno più assistere gli ultimi fra gli ultimi, quei disabili, quei pensionati, molto spesso di età assai avanzata, che magari si vedono recapitare multe da migliaia di euro, o tributi enormi di cui non avevano mai ricevuto notizia né notifica. Finora rivolgendosi a CAF e Patronati avevano trovato il sostegno, professionale oltre che umano, di questi avvocati. Ma possiamo immaginare quanta disperazione dilagherà quando la maggior parte di loro saranno costretti ad assumere incarichi di tipo diverso, più remunerativi. Non foss’altro che per permettersi di pagare le onerose somme annuali imposte a chi è iscritto ai Consigli dell’ordine ed alle Casse forensi.

Ma vogliamo davvero che vada a finire così? Oppure a livello di esecutivo in carica il ministro Nordio riuscirà a cogliere questo allarme sociale per avviare i dovuti correttivi? Staremo a vedere.


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