GIORGIA MELONI / KILLERAGGIO SCIENTIFICO DI QUEL CHE RESTA DELL’INFORMAZIONE

Con ogni probabilità la premier Giorgia Meloni e il suo esecutivo sfascista vogliono strafare.

Perché, infatti, mettere l’ennesimo bavaglio alla stampa e minacciare addirittura la galera per 4 anni e passa contro i giornalisti quando l’informazione è già totalmente appiattita, cloroformizzata, omologata, genuflessa davanti a tutti i poteri?

Che bisogno c’è di fare il muso duro, di mostrare il ghigno, di manganellare gli studenti un po’ discoli oppure minacciare il sole a scacchi per chi non è perfettamente allineato tra i reporter?

Solo così si possono leggere i freschi, oltretutto goffi tentativi di intimidire quel po’ di stampa indipendente rimasta sul campo di battaglia.

Visto che un ‘ottimo e abbondante’ lavoro lo stanno già facendo, da molti anni, le querele penali e, soprattutto, le maxi richieste di risarcimenti civili sparate senza il minimo motivo dai potenti contro quei giornalisti ficcanaso che vanno intimiditi al punto giusto, affinchè levino il disturbo.

E l’ottimo lavoro viene portato a termine da quei tanti, troppi magistrati che firmano vergognose sentenze di condanna, penale o civile, anche quando hai scritto – per filo e per segno – la verità dei fatti: colpevoli, anzi, di aver anticipato di alcuni anni quei fatti, quelle verità! Come è capitato a noi della Voce con la kafkiana sentenza ‘Wada’.

Ma partiamo dalle news e cerchiamo di contestualizzare quel che sta succedendo in questi giorni.

 

 

DALLA MODIFICA DELLA PAR CONDICIO

Il clima politico, settimana dopo settimana, soprattutto con l’avvicinarsi del voto europeo dell’8 e 9 giugno, si sta surriscaldando.

Benzina sul fuoco arriva dalle decine di vicende locali che, dalla Puglia al Piemonte e lungo tutta la penisola si stanno susseguendo, a botte di corruzioni, voti comprati, favori: protagonisti gli amministratori di tutte le formazioni politiche, in modo perfettamente traversale, bipartizan. Un cancro, certo non nuovo (in Campania all’inizio degli anni ’90 era un fiorire di vicende simili o anche più ‘pesanti’, tipiche del voto di scambio in vista delle urne), che ora torna di moda: soprattutto per ‘rompere’ i già traballanti e certo non coesi fronti di centrodestra e centrosinistra, e far grandinare sui campi più o meno larghi di possibili intese.

Luciano Canfora

E’ la palese dimostrazione, la prova del nove, del totale vuoto politico che ci circonda: vero, unico motivo per cui quello dell’astensione è l’unico partito in esponenziale crescita, e i cittadini sono sempre più disgustati di fronte alla vomitevole offerta politica che viene servita ad ogni tornata elettorale.

Ciliegina sulla torta, giorni fa, la notizia (‘vecchia’ comunque di due anni) della querela sporta dalla premier contro il filologo e politologo Luciano Canfora per aver detto l’ovvio, ossia “Meloni è neonazista nell’anima”, nel corso di un dibattito in un liceo barese (l’udienza predibattimentale si tiene proprio tra pochi giorni, il 16 aprile). Che può fare uno studioso serio, se non ricostruire i fatti storici nella loro pur cruda realtà?

E veniamo alle fresche iniziative parlamentari degli sfascisti (o fascistoidi, come li ha sempre definiti lo stesso Canfora).

Ossia due macigni, uno più pesante dell’altro.

Partiamo da quello proprio in vista del voto e che riguarda la famosa, o famigerata secondo non pochi, ‘par condicio’, regolamentata ormai da trent’anni.

Ebbene, le destre stavolta unite vogliono cambiarla in corsa: Francesco Filini per Fratelli d’Italia, Giorgio Bergesio della Lega e Maurizio Lupi di Noi Moderati hanno presentato una proposta di modifica, per operare un sostanziale cambio di rotta nei programmi elettorali di approfondimento tivvù, sottolineando la “necessità di garantire una puntuale informazione sulle attività istituzionali e governative”.

Un modo perfetto per inondare le prossime ‘tribune’ e programmi elettorali con fiumi di auto-pubblicità governativa, in perfetto stile Minculpop.

Giorgio Bergesio

Se l’idea passa, avremo decine di ministri e sottosegretari che mostreranno ai cittadini quanto sono stati bravi, che bei risultati hanno ottenuto: senza che vi sia alcun contraddittorio, senza giornalisti ficcanaso a far domande. Da repubblica delle banane e, soprattutto, con un articolo 21 della Costituzione preso a calci.

“La Meloni pensa che ormai la Rai è casa sua e può fare tutto ciò vuole”, una volta tanto sbraita Sandro Ruotolo del PD.

Difficile che il ‘pacco regalo’ passi così com’è. Ma ci stanno provando, il che la dice lunga sull’affidabilità della nostra attuale ‘rouling class’ (sic)…

Ma passiamo al piatto forte, a base di galera per i giornalisti.

 

 

… ALLA GALERA FINO A 4 ANNI E MEZZO

E veniamo subito al sodo, ossia all’idea passata per la testa (ma di tutta evidenza studiata a tavolino con le ‘Menti’ giuridiche dei meloniani) di Gianni Berrino che ha firmato l’emendamento della discordia con il presidente della Commissione Affari Costituzionali Alberto Balboni, sempre con la casacca FDI.

Così prevede il nuovo articolo 13 bis della legge sulla stampa, se mai passerà: “Chiunque, con condotta reiterata e continuata, preordinata ad arrecare una grave pregiudizio all’altrui reputazione, attribuisce a taluno con il mezzo della stampa fatti che sa essere anche in parte falsi, è punito con il carcere da 1 a 3 anni e una multa da 50 a 120 mila euro. Se si sa che l’offeso è innocente, la pena è aumentata da un terzo alla metà”. E così si arriva ai fatidici 4 anni e mezzo.

Da perfetto Minculpop, appunto.

Cerca di arrampicarsi sui vetri l’imperturbabile Berrino (definirlo faccia di bronzo è ora da galera?): “La diffamazione, anche a mezzo stampa, è sempre stata punita dalla legge con la pena detentiva. Noi, come norma più liberale, eliminiamo la detenzione per la diffamazione generica, la rafforziamo per la diffamazione che si consuma con l’addebito di un fatto preciso e che si sa falso”.

Elementare, Watson.

Peccato che Berrino conosca poco la giurisprudenza, la storia e anche le cronache del passato.

Ricorda gli ultimi casi clamorosi di giornalisti dietro le sbarre?

Giuseppe D’Avanzo

Bisogna tornare indietro di quasi 40 anni. Fabio Isman del ‘Messaggero’; e poi Giuseppe D’Avanzo, accusato di violazione del segreto istruttorio per l’inchiesta sulla strage del treno di Natale che coinvolgeva – i segni del destino – i neri, i nazifasciti napoletani. D’Avanzo, che si era fatto le ossa proprio alla prima Voce diretta da Michele Santoro, trascorse diversi giorni, proprio in periodo natalizio, nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta.

Poi niente più sbarre per i giornalisti ficcanaso, o con la voglia di alzare gli sporchi veli dietro ai quali si nasconde il potere; oppure di svelare luride connection tra apparati, si diceva un tempo, deviati della Stato, caso mai in occasione di stragi altrettanto di Stato.

Perché è bastato, da allora in poi, il potere dell’intimidazione, della minaccia ‘legale’, delle querele temerarie, presentate dal politico o potente di turno, tanto per ‘far vedere’ e levarsi il rompiscatole di torno; dargli una lezione, e darla ai tanti colleghi che così impareranno. E soprattutto sparando quelle ‘maxi citazioni’ (miliardarie prima, milionarie poi) per lesa maestà, per il ‘fango’ gettato sul loro onore.

E così capitò a noi della Voce, per citare un solo caso emblematico raccontato anche nella storia dei nostri ‘40 anni’, con gli 11 miliardi chiesti da Paolo Cirino Pomicino per il libro ‘O Ministro.

Ma soprattutto, Berrino & i C. (nel senso di camerati) non hanno presente quanto è appena successo a livello europeo e anche giudiziario italiano, dove ogni tanto, nel buio ormai pesto, una piccola ma incoraggiante luce si accende.

 

 

DALLE LEGGI EUROPEE ALLA CASSAZIONE

Partiamo dalle novità di casa UE.

La notizia è fresca fresca, per la precisione del 27 febbraio: “I deputati europei hanno dato il via libera definitivo a una nuova norma per proteggere i giornalisti e gli attivisti da azioni vessatorie, volte a metterli a tacere”.

Con 546 voti favorevoli, 47 contrari e 31 astensioni, la nuova direttiva, concordata con il Consiglio europeo il 30 novembre 2023, ha l’obiettivo di “garantire che le persone e le organizzazioni che lavorano su questioni di interesse pubblico, quali i diritti fondamentali, le accuse di corruzione, la protezione della democrazia o la lotta alla disinformazione, godono della protezione UE contro le cause legali strategiche, tese a bloccare la partecipazione pubblica”.

Da qui il nome subito assegnato alla direttiva, SLAPP, acronimo di “Strategic Lawsuit Against Public Partecipation”. Ecco cosa scrive, più in dettaglio, una nota diramata dall’ufficio stampa del Parlamento europeo, contenuta in ‘Atti del Parlamento europeo’ del 27 febbraio 2024 e intitolata

Anti-SLAPP: nuove norme UE per proteggere media e attivisti dalle intimidazioni.

Mentre così titola ‘Transparency International Italia’: Il Parlamento europeo ha approvato la direttiva Anti-Slapp.

Passiamo adesso ad una recente ordinanza (è del 27 ottobre 2023) della Corte Suprema di Cassazione, prima sezione civile, presidente Francesco Antonio Genovese, consiglieri Clotilde Parise, Laura Tricomi, Giulia Iofrida (relatore), Alberto Pazzi.

La sede della Cassazione

Riguarda il giornalismo d’inchiesta, merce da noi ormai rara e proprio per questo – secondo i togati – meritevole di particolari attenzioni da parte del sistema giudiziario, cosa raramente accaduta nelle aule di tutti i tribunali. Da augurarsi che nelle future sentenze in materia di informazione & diffamazione venga almeno tenuta presente…

Ecco il passaggio finale: “In tema di diffamazione a mezzo stampa, il cosiddetto giornalismo d’inchiesta ricorre anche quando il giornalista non si limiti alla divulgazione della notizia, come nel giornalismo ordinario d’informazione, ma provveda egli stesso alla raccolta autonoma e diretta della notizia, tratta da fonti riservate e non, anche documentali e ufficiali, con un lavoro personale di organizzazione, collegamento e valutazione critica, al fine di informare i cittadini su tematiche di interesse pubblico. Esso, proprio per il suo ruolo civile e utile alla vita democratica di una collettività, implica la necessità di valutarne gli esiti, non tanto alla luce dell’attendibilità e veridicità delle notizie, quanto piuttosto all’avvenuto rispetto da parte del suo autore dei doveri deontologici di lealtà e buona fede”.

Calza perfettamente a pennello, questa ordinanza della Cassazione, con il processo che a Napoli ha visto per tre anni contrapporsi la ‘World Anti Doping Agency’ (WADA) e la Voce, per 18 articoli e inchieste da noi pubblicati nel corso del 2017 sul giallo doping del nostro campione di marcia Alex Schwazer.

Nel corso dell’udienza finale, perfino il pm ha sostenuto che la Voce aveva scritto la verità dei fatti, fatti di grosso interesse pubblico e con la dovuta continenza nei toni, i tre criteri base da rispettare sia per il codice deontologico che per le leggi ordinarie; e ha fatto di più, il pm, citando espressamente l’ordinanza della Cassazione appena uscita sul giornalismo d’inchiesta, come quello che ha fatto la Voce in tanti anni e, quindi, anche con il caso Schwazer.

Alex Schwazer

Ma il giudice che presiedeva la prima corte penale del tribunale di Napoli, Cristiana Sirabella, non ne ha minimamente tenuto conto: e ha condannato la Voce. Che – come ha dovuto ammettere Sirabella – ha scritto l’esatta verità dei fatti; fatti di grande interesse pubblico, come ha riconosciuto.

Ma… c’è un ma: il tono di qualche titolo un po’ strillato e, soprattutto, abbiamo avuto la gigantesca colpa di aver ‘anticipato’ la verità di quei fatti, addirittura di 4 anni.

Avete mai sentito al mondo di una sentenza che ti condanna per aver fatto in pieno il tuo dovere, scritto il vero, e poi ti incastrano perché lo hai scritto ‘troppo presto’?

Kafka – di nuovo – se ci sei batti un colpo!

Di seguito due pezzi che ricostruiscono la querelle WADA-VOCE. Fate molta attenzione: tra i LINK del primo, trovate la storica sentenza della Cassazione sul giornalismo d’inchiesta, tutta da leggere.

Ne sapranno mai qualcosa Meloni, Berrino & C.?

Comunque un modesto consiglio per i camerati.

Perchè vi agitate tanto contro i giornalisti?

Fino a che la ‘giustizia’ funziona così, potete dormire sonni che più tranquilli non si può!

Ecco quindi PROCESSO WADA contro VOCE / GIUSTIZIA DOPATA

del 27 novembre 2023.

E VOCE CONDANNATA NEL PROCESSO CONTRO WADA / ARTICOLI OK. MA IL TONO…

del 20 gennaio 2024.


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