Test psicoattitudinali per magistrati? Basta prendere in giro gli italiani…

Abbiamo rivolto alcune domande sui test psicoattitudinali per magistrati a Rita Pennarola, autrice del libro “La repubblica delle toghe”, presentato nel Tribunale di Napoli lo scorso 6 marzo.

«Non credo ci voglia molto, agli italiani, per capire che la norma sui test psicoattitudinali per magistrati è l’ennesima presa in giro», esordisce Pennarola.

Perché?
Mi pare evidente che se a gestire tutta la procedura, nominando i docenti universitari chiamati a giudicare gli aspiranti magistrati, sarà lo stesso CSM già tante volte finito sotto accusa per la sua marcata autocrazia, non potrà mai cambiare niente. Continueranno loro a reggere saldamente nelle mani le leve del comando.

 

Come doveva essere, secondo lei, questa riforma?

Intanto, se si volevano introdurre questi test, ci volevano esclusivamente giudici terzi, estranei all’ordine giudiziario, ma il punto non è solo questo.

 

Prego.

Il provvedimento riguarderebbe gli aspiranti, futuri magistrati, mentre ci sarebbe stata urgente necessità di valutazioni anche per gli oltre ottomila e passa, attualmente in servizio.

 

Urgente?

Urgente certo, se noi ogni giorno vediamo che le stesse leggi, in due tribunali diversi, vengono applicate in maniera del tuto discutibile.

 

Ci fa un esempio?

Potrebbero essere tanti. Nei giorni scorsi Matteo Di Pietro, artefice conclamato dell’omicidio stradale di un bambino di 5 anni a Casal Palocco, sottratto alla vita perché il conducente del Suv procedeva a velocità impazzita, ha ottenuto una pena irrisoria, quattro anni ai domiciliari, senza nemmeno un giorno di carcere, quando per l’omicidio stradale le pene vanno fino a 7 anni. E comunque, secondo me, andrebbero inasprite. Ma non è il solo caso. Nel mio libro ricordo quello di Samuel Seno, che aveva patteggiato una pena analoga, senza farsi un giorno di carcere, per avere ucciso il piccolo Davide Pavan guidando in stato di ebbrezza. E’ il famoso caso in cui i poveri genitori sono stati costretti dal Comune a pagare una tassa da centinaia di euro per far pulire le strade dal sangue del loro figlio ucciso da Seno.

 

Qualcuno ha obiettato che questo genere di critiche indica una carenza di garantismo.

Invece secondo me il garantismo dovrebbe essere applicato per entrambe le parti, gli autori del reato e le vittime.

 

Enrico Costa

Intanto ieri Nordio, spiegando la ratio del test psicoattitudinali per aspiranti magistrati, ha ribadito che andrà avanti anche sulla separazione delle carriere e sulla riforma del CSM. Ci crede?

Non penso ci si possa ben sperare, se solo valutiamo che è stato già bocciato uno dei provvedimenti di maggiore rilevanza, quello che avrebbe già posto un serio freno al caos delle sentenze. Mi riferisco al fascicolo per la valutazione dei magistrati in servizio, una proposta articolata e, secondo me, salvifica, che era stata presentata dal deputato di Azione Enrico Costa.

 

Lei nel suo libro lo ha definito “l’ultimo Samurai”.

E’ vero, in Parlamento Costa è rimasto pressoché solo in trincea a battersi contro abusi e guasti della giustizia italiana. E lo fa presentando proposte di legge o emendamenti ben incardinati nel quadro del diritto, nazionale ed europeo. Lui stesso, del resto, ha dichiarato ieri che quei test non servono a molto, occorreva il fascicolo personale del magistrato. Proposta che naturalmente non è passata…

 

E sulla riforma del CSM annunciata da Nordio?

Mi rifaccio ancora una volta a Costa, l’unico che ci spieghi, anche quotidianamente, come il ministro Nordio avesse annunciato all’inizio del suo mandato che avrebbe ridotto il numero dei cosiddetti “fuori ruolo”, molti dei quali siedono tuttora in Via Arenula, designati dal CSM, e sostanzialmente contribuiscono in maniera decisiva a formulare le leggi che i magistrati dovrebbero solo limitarsi ad applicare, così scavalcando il principio  ardine della democrazia sulla separazione dei poteri.

 

Carlo Nordio

E invece?

E invece il ministro ha semplicemente ridotto quel numero da 200 a 180. Niente, insomma, rispetto a ciò che aveva annunciato, la situazione non cambia di una virgola.

 

Finirà così, secondo lei, anche con il progetto di riforma sulla separazione delle carriere fra inquirenti e giudicanti?

Non ho dubbi che il tentativo, almeno formalmente, sarà fatto. Ma sono altrettanto certa che anche quella riforma non vedrà mai la luce, perché ancora una volta elude il nodo centrale, il vero grumo di potere.

 

L’articolo 104 sulla composizione del CSM?

Esattamente. Come documento nel libro, l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui nel Consiglio Superiore siede una schiacciante maggioranza di magistrati. Negli altri Stati, come Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti etc., una simile condizione risulta assolutamente impensabile e difatti non esiste.

 

Qualcuno obietta che questo cambiamento significherebbe porre la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo.

No, significherebbe restituire al Parlamento, cioè ai cittadini, non al Governo, quel ruolo centrale di sovranità che viene sancito fin dall’articolo 1 della Costituzione e poi grossolanamente smentito nel 104.

 

 

 

PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE, PUBBLICHIAMO STRALCI  DAL  LIBRO LA REPUBBLICA DELLE TOGHE, IN CUI ENRICO COSTA SPIEGA COME SAREBBE STATA NECESSARIA L’INTRODUZIONE DEL FASCICOLO SULLA VALUTAZIONE DEI MAGISTRATI. CONCETTO RIBADITO IN QUESTE ORE DAL BATTAGLIERO DEPUTATO DI AZIONE DOPO LE POLEMICHE SUI TEST PSICO ATTITUDINALI.

 

Altro che test, ci voleva il Fascicolo personale!

 

La Commissione insediata al Ministero della Giustizia, composta da 23 magistrati (di cui 10 fuori ruolo, solo 5 professori e solo 3 avvocati), nei primi giorni di settembre 2023 ha praticamente de­molito l’ipotesi di un fascicolo per la valutazione del ma­gistrato, che era stato richiesto da Enrico Costa, il depu­tato di Azione firmatario dell’emendamento alla riforma Cartabia che lo scorso anno aveva introdotto tale istituto.

«Il “fascicolo delle performance” — tuona Costa  — doveva servire a mo­nitorare le attività dei singoli giudici o pm, i loro meri­ ti, ma anche gli errori, le inchieste flop, le sentenze ribal­tate e gli arresti ingiusti. Insomma, una fotografia molto precisa della carriera di ciascun magistrato, per consenti­re a chi è più bravo, a chi lavora silenziosamente e senza essere organico alle correnti, di fare la carriera che merita. Purtroppo, quella che era un’innovazione storica, è stata stravolta e cancellata».

Si continua dunque con l’andazzo, tutto italiano, per cui, come denuncia Costa: «c’è una totale “irresponsabi­ lità” dei magistrati. La responsabilità civile è di fatto im­ possibile, uno slalom che nessun avvocato si azzarda a pro­ porre al proprio assistito. Dal 2010 ad oggi ci sono state solo otto condanne. Discorso simile per la responsabilità disciplinare: ogni anno, delle 1500 segnalazioni che per­ vengono, oltre il 90 per cento è archiviato di default dal procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, senza che nessuno possa metterci il naso. Sono archiviazioni che non hanno alcun vaglio. L’unico che può chiedere le copie di tali provvedimenti è il ministro della Giustizia, ma non lo fa mai. Rimaneva, quindi, la respon­sabilità professionale, strettamente legata alla carriera. Le valutazioni di professionalità sono positive nel 99 per cen­to dei casi e non c’era un registro delle attività del magistra­ to in cui raccogliere “gravi anomalie”, cioè i gravi errori da matita blu nella sua carriera». Ora, con lo smantellamento del fascicolo, è caduta anche quest’ultima possibilità.

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