GIUSEPPE LEONE E MARIA PADULA VISTI DA SCOTELLARO

UN ARTICOLO DEL ’49 SU “LA VOCE DEL MEZZOGIORNO”

Fra me e te

voglio piantare un frutteto.

Con le tue braccia intreccerò una vite

e quando la pioggia verrà

non ti lascerò sola.

Appena il sole sarà alto

ti canterò nelle vene.

Ogni sera verrò a bere

ai tuoi grappoli,

poi l’alba verrà.

È una delle poesie più celebri tra quelle inviate da Rocco Scotellaro ai coniugi Giuseppe Antonello Leone e Maria Padula, a testimonianza dell’amicizia e del profondo sodalizio intellettuale che legò il poeta-sindaco di Tricarico (di cui ricorrono quest’anno il centenario della nascita e il settantesimo della morte, il 15 dicembre del ‘53) ai due artisti di origini irpine: più lontane nel tempo quelle di Maria Padula, la cui famiglia era originaria di Monteverde; più vicine e vive quelle di Leone, nato a Pratola Serra e formatosi da bambino nel laboratorio del padre e di nonno Giuseppe, scultori del legno, e successivamente presso la Scuola d’arte per la Ceramica di Avellino, con direttore Emanuele de Palma.dove nell’anno scolastico 1933-34 si diplomò “Maestro d’Arte”.

Lo stesso Leone ha sempre ribadito l’importanza dell’ambiente d’Irpinia nello sviluppo della sua vocazione artistica: <<Oltre agli stimoli avuti nel laboratorio di mio nonno – ricorda in un colloquio con Maurizio Vitello – nella bottega di mio padre e nelle scuole elementari, dal maestro Filippo Giannini, una vera coscienza del “fare”, come linguaggio ed espressione comunicante, prese consistenza con l’insegnamento di Settimio Lauriello (artista futurista), insegnante di Disegno professionale e Decorazione pittorica in ceramica presso la Scuola d’Arte di Avellino; tanto che, oltre all’insegnamento scolastico, mi incaricò di preparare dei bozzetti a tempera per decorare, su grandi pareti, la zona destinata all’esposizione dei minerali di zolfo, estratti dalle miniere dei Comuni di Tufo e di Altavilla Irpina>>.

Il rapporto con Scotellaro è uno dei punti salienti dell’intervista di Leone, che ne rievoca con nostalgico affetto la cordialità del tratto ed il valore del comune impegno intellettuale e sociale in favore dei ceti più umili della Basilicata, a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, che segnano l’avvio del riscatto civile per i contadini di quella Lucania che Carlo Levi (l’illustre mèntore di Scotellaro) aveva scoperto e descritto come nessun altro, facendola conoscere al mondo: <<Fra i vari incontri ci fu Rocco Scotellaro, che veniva da Tricarico, amico di Tommaso Pedio, socialista, il quale partecipò alle varie manifestazioni culturali legate alla poesia e alla pittura. Nacque così, rapidamente, un’amicizia tra me e Rocco. Vi furono scambi culturali e ospitalità reciproche. Difatti, Rocco fu ospite nostro a Montemurro negi anni ’48 e ’49, dove conobbe in casa nostra Leonardo Sinisgalli; incontro storico con scambi d’esperienze politiche e culturali>>.

Pedio (intellettuale e storico di primo piano), Sinisgalli (il poeta-ingegnere, tra i protagonisti dell’Ermetismo), e tutto il gotha dell’intellighenzia lucana incrociano i propri percorsi culturali con la coppia di artisti che vive a Montemurro. Dove ben presto giungerà Carlo Levi, nume tutelare degli artisti e intellettuali più avanzati del Sud, i quali, memori della lezione dello scrittore e pittore torinese, riusciranno ad evitare tentazioni snobistiche ed elitarie, per far vivere il loro messaggio di progresso tra e con i braccianti, gli artigiani, i pastori di una delle regioni più povere d’Europa.

Prima delle fondamentali ricerche etnoantropologiche di Ernesto de Martino, degli studi sulla musica popolare di Alan Lomax e Diego Carpitella, delle inchieste dei sociologi statunitensi (a partire da Banfield e Friedman), sarà proprio Scotellaro a percorrere i paesi della sua Lucania con la curiosità del reporter e il rigore dello studioso, ma sempre con un’intensa e solidale partecipazione e con l’obiettivo politico del cambiamento.

<<Con Rocco – ricorda Leone – facemmo sia in Val d’Agri che nella Valle del Basento un’inchiesta sulla situazione dell’analfabetismo. Ci sgomentò la quota di analfabeti che rasentava il 95-96%, tra giovani e anziani che non sapevano né leggere, né scrivere. Per l’occasione con Rocco c’inventammo una cartolina per favorire politicamente una scuola che poteva raggiungere zone d’istruzione anche nei posti di poche case coloniche. Intanto cresceva tramite Rocco Scotellaro un’amicizia con Carlo Levi, sino a scambi d’ospitalità>>. A sua volta, nel libro Il traguardo, edito da Luigi Pellegrini di Cosenza nel 1976, Maria Padula ci ha consegnato questa importante testimonianza: <<Beppe a Potenza era con Rocco Scotellaro, con Pietro Valenza, Tommaso Pedìo, Aristide Tancredi, Giuseppe Passalacqua, Anselmo Tursi, Luigi Russo, Giuseppe Ciranna, Felice Scardaccione, Vincenzo De Rosa…Facevano coi contadini l’occupazione delle terre, la lotta contro l’Analfabetismo, tenevano un giornale; tutte le sere a dibattere nelle taverne, a percorrere in lungo e in largo la Lucania. Io stavo a Montemurro ad allevare i figli e a subire la gente. Non è che mi dessi per vinta: dipingevo quadri neorealisti senza neppure saperlo: era normale che i miei modelli fossero i contadini e i pastori>>.

A Giuseppe Leone e Maria Padula il poeta-sindaco di Tricarico dedicò inoltre una intensa testimonianza, in forma di lettera al caporedattore Leonida Sansone pubblicata sul settimanale “La Voce del Mezzogiorno” del 15 ottobre 1949 Un documento prezioso, intitolato La miseria della Lucania nelle tele dei suoi pittori. Ecco il testo integrale:

<<Caro Sansone, tu mi perdoni, così anche loro mi perdoneranno, Giuseppe Leone e Maria Padula, due giovani pittori lucani, per queste troppo brevi annotazioni che ti lascio sulla loro arte. Lavorano a Montemurro in una masseria di campagna che nel sessanta fu assaltata dai briganti: lei dipinge e cura i figli, lui insegna a Potenza e quando è libero si dà alla campagna, fa scavare i pozzi e posare i mandriani. Ne hanno fatto di cammino questi due giovani sposi. Insieme si vedevano nelle personali di Potenza e di Catanzaro, alla Biennale Nazionale di Reggio Calabria, alla Mostra del Paesaggio Irpino. Lui, nel ’40, giovanissimo, espose alla Biennale di Venezia e fu segnalato per l’affresco. Insieme, per vivere, si dettero ad affrescare la Chiesa di Pietradefusi. In questi anni, cessata la ricerca convulsa, le loro strade si fanno più chiare e distinte: lui, si sente, ha poco spazio sulla tela, tanto è sicuro, entusiasta, quanto inquieto per sempre nuove e larghe attuazioni; e si intuisce addirittura che il suo quadro ha ancora da farlo; lei, puoi notarlo ne “Le tre figlie del pastore”, ha maggiormente pensato, e, si direbbe, è arrivata prima. A Giuseppe Leone sarà stato il precoce successo (ha esposto anche a Zurigo e in molte altre città italiane) a forzarlo su questa posizione ancora di ricerca e di attesa, ma non è difficile o avventato dire che più hanno influito i fatti sociali e la guerra, dove si è trovato improvvisamente còlto, e donde, ora, sta traendo il meglio di suo (“La testa del Prigioniero”, “Minco il pastore”, “Paesaggio lucano” ecc.). Maria Padula è quasi sempre al suo paese o in campagna: vede e dipinge la miseria e la lotta dei contadini, e riesce a offrirci delle cose come questa, che dicono più di qualcosa, che non si fanno dimenticare>>.


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