GIALLO INTERNAZIONALE / LA FINE DI ALEKSEJ NAVALNY  

Ci sarebbero voluti l’intelligenza, l’acume, lo spirito critico, la profonda preparazione storica e l’onestà intellettuale di Giulietto Chiesa per decodificare il giallo Navalny che sta destando profonda commozione e indignazione in mezzo mondo.

Giulietto Chiesa

Ma anche sollecitando una serie di interrogativi da non poco, una sfilza di domande alle quali speriamo che l’accertamento della verità dei fatti, di quanto tragicamente accaduto, possa dare risposte concrete.

Vi diciamo subito che fra pochissimo potrete leggere un intervento che condividiamo al cento per cento pubblicato dal bellissimo sito ‘Megachip’ e firmato da Pino Cabras. Ed entrambi ci riportano al nostro grande Giulietto Chiesa. Diciamo anche ‘nostro’ perché lo abbiamo conosciuto nel corso di tanti anni, perché ha scritto memorabili inchieste e fondi per la Voce, perché lo abbiamo sempre considerato uno dei nostri ‘ispiratori’, uno dei nostri Maestri, un po’ come sono stati Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato.

Chiesa e Imposimato hanno condotto non poche battaglie in comune, soprattutto sui sempre bollenti fronti della politica internazionale e anche di ‘misteri’ da novanta.

Un esempio su tutti il super giallo dell’11 settembre, le Twin Towers. Imposimato, lo abbiamo ricordato altre volte, preparò un’autentica contro-inchiesta su incarico del Tribunale dell’Aja per i crimini contro l’umanità. Un gigantesco lavoro dal quale emergeva lo zampino (e forse qualcosa di più) della CIA nella etero-direzione del capo commando, Mohamed Atta, sbarcato un anno prima dell’attentato negli Usa, dove prese il brevetto di volo e potè liberamente muoversi da uno Stato all’altro, pur sapendo bene, sia la CIA che la stessa FBI, chi fosse Atta. Nella migliore delle ipotesi ‘non gli fu impedito di agire’.

Ferdinando Imposimato

Per certi versi come le Brigate Rosse, da noi, ebbero carta bianca per il destino di Aldo Moro, visto che il deus ex machina del ‘Comitato di Crisi’, presieduto dall’allora numero uno del Viminale Francesco Cossiga, era  Steve Pieczenick, l’‘inviato speciale’ della CIA, il quale nel 2007 rivelerà proprio a Imposimato che lo statista Dc ‘Doveva Morire’, come venne intitolato lo storico libro scritto a quattro mani con Provvisionato.

Chiesa ha firmato un altro epico volume sulle Torri Gemelle, stavolta a quattro mani con l’ottimo giornalista d’inchiesta Franco Fracassi. Si intitolava, significativamente, “Zero – Inchiesta sull’11 settembre”.

Torniamo a Cabras. Attualmente è condirettore di ‘Megachip’, fondato e guidato per anni appunto da Giulietto; che ‘inventò’ e organizzò anche una delle prime web tivvù, ‘Pandora’, con la preziosa collaborazione proprio di Cabras. Parlamentare 5 Stelle per la XVII legislatura e vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera, Cabras ha firmato un altro ‘must’ con l’inseparabile Chiesa, uscito nel 2012 ma oggi forse anche più significativo di allora, perché fa capire in profondità le ‘logiche’ della politica a stelle e strisce. Lo si intuisce subito dal lunghissimo titolo e sottotitolo (a illuminare sulla ‘continuità’ tra repubblicani e democratici), ossia “Barack Obush – La liquidazione di Osama, l’intervento in Libia, la manipolazione delle rivolte arabe, la guerra all’Europa e alla Cina: colpi di coda di un impero in declino”.

Sul giallo Navalny torneremo nei prossimi giorni a bocce meno frenetiche.

 

Ecco quindi alcuni link per inquadrare i fatti e poi il pezzo di Megachip.

Partiamo dal solito, imperdibile ‘Piccole Note’ del 16 febbraio titolato molto asetticamente (come del resto fa Megachip) La morte di Navalny.

Ancora, Navalny, il martire del maccartismo.

Quindi un pezzo, sempre del 16 febbraio, messo in rete da ‘Contropiano’, focalizzato soprattutto sulla ‘Munich Security Conference’ di oggi e domani:

Monaco. L’Occidente alla ricerca del ‘nemico’ per tenere insieme i pezzi.

Poi un reportage di ‘Politico’, titolato U.S. Outrage at Navalny’s death turns into a rallying cry, sempre del 16 febbraio.

Ed eccoci all’illuminante intervento di Pino Cabras che pubblichiamo integralmente subito a seguire, ovviamente sempre del 16 febbraio.

 

La morte di Naval’nyj

Andare oltre la propaganda. Misteri e delitti politici, non solo in Russia. Naval’nyj: oppositore sopravvalutato o pedina occidentale? Dinamiche interne ignorate dai media. Disparità di trattamento con Assange: la morte di Naval’nyj spinga a riflettere

di Pino Cabras

La morte in carcere a seguito di un “malore improvviso” di Aleksej Naval’nyj, trattandosi di una personalità coinvolta nelle dinamiche della lotta politica in Russia, sarà un tema rovente per molto tempo ancora. Abbiamo visto in occasione della strana marcia di Evgenij Prigožin, o in occasione di diversi delitti politici, che ci sono evoluzioni del potere sotterranee e violente, non tutte riconducibili al potere visibile, capaci di avvolgere in una coltre impenetrabile le proprie vittime. Non è raro vederlo nelle grandi potenze, come ci dimostra – dall’altra parte del mondo – la fine misteriosa in carcere di Jeffrey Epstein o più vicino – in Ucraina – il calvario di torture che ha portato alla morte in carcere di Gonzalo Lira.

I media occidentali descrivono già unanimemente Naval’nyi come «il principale oppositore di Putin», in uno schema che lo vede a capo di un movimento di massa temuto dal Cremlino e perciò in cima alle preoccupazioni del potere. Non è una rappresentazione realistica. I partiti di opposizione in Russia erano e sono incomparabilmente più grandi di quel che si muoveva intorno all’attivismo di Naval’nyi, il quale era – semmai – il terminale palese di una costante azione di ingerenza occidentale che ha finanziato attraverso un giro opaco di associazioni no-profit la sua azione e ha amplificato mediaticamente ogni vicenda, presentandolo come un liberale (in realtà fautore del neoliberismo selvaggio) e nascondendo le sue lunghe frequentazioni con l’estrema destra xenofoba e razzista. Cioè, tutto sommato, un personaggio diverso dalla magnificazione eroica e comunque non rappresentato nella sua reale presa sulla società russa. Non dunque un pericolo concreto per Mosca, ma una pedina di giochi legati alla sua immagine.

Naval’nyi era finito in carcere nel 2014 su denuncia di una casa di cosmetici francese, la Yves Rocher, di cui era il referente russo, con l’accusa di frode (sottrazione di un controvalore di 400mila dollari all’azienda), cui seguì un lungo tira e molla di arresti domiciliari, un sospetto avvelenamento, violazioni degli arresti e infine di nuovo la prigione per queste violazioni.

Anche se ogni rispettabile media dell’Occidente ripeterà con assoluta certezza che “ha stato Putin”, questa formula – come altre volte – eviterà di approfondire le tante dinamiche interne in Russia: un mondo non impenetrabile e non monolitico, come dimostrano molti attentati spettacolari compiuti nel suo territorio. E consentirà di coprire con il silenzio la sorte di tante migliaia di detenuti palestinesi tenuti in orribili condizioni nelle carceri israeliane, che a differenza di Naval’nyj, non hanno mai avuto un rigo sulle colonne dei giornali nostrani.

Io spero che questa vicenda drammatica spinga almeno le autorità britanniche a riesaminare la situazione di Julian Assange, che langue in pericolo di vita nel carcere di Belmarsh e rischia l’estradizione nel buco nero delle carceri speciali statunitensi. Sarebbe un atto di giustizia che restituirebbe un minimo di credibilità a chi invoca il diritto.

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