FRANCO CARDINI / LA MEMORIA, PER NON DIMENTICARE MAI

A seguire vi proponiamo due pezzi a nostro parere di particolare interesse appena pubblicati sul sempre stimolante sito ‘Minima Cardiniana’, fondato e animato dallo storico e medievalista Franco Cardini, tanti anni fa consigliere d’amministrazione RAI, quando ancora la tivvù di Stato significava qualcosa.

Ecco quindi, sul tema della MEMORIA, l’intervento di David Nieri,

Il paradosso di una memoria che continua a dimenticare.

E poi un altro invito a non dimenticare, stavolta firmato dallo stesso Cardini, ossia

In prossimità del giorno della memoria, ricordiamo anche loro. Imperdibile.

 

 

IL PARADOSSO DI UNA MEMORIA CHE INVITA A DIMENTICARE
UNA GIORNATA DELLA MEMORIA SENZA MEMORIA

di David Nieri


Il 27 gennaio di ogni anno (dal 2005, come da risoluzione ONU), si celebra la Giornata della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto, uno dei punti più bassi raggiunti dal genere umano. La data “scelta” non è affatto simbolica, perché quello stesso giorno, nel 1945, l’Armata Rossa (non gli americani, come spesso, erroneamente, si prospetta nei film da Oscar o in qualche racconto di fantasia) liberò il campo di concentramento di Auschwitz.
Il fatto è che mai, come quest’anno (almeno secondo i personali ricordi di chi scrive), tale ricorrenza è stata oggetto di tensioni e polemiche. L’argomento, si sa, è delicato, forse addirittura “sconsigliato”. Ma questo non può impedirci di esprimere un nostro parere al riguardo.
Partiamo da un presupposto fondamentale: non dovrebbe esistere una memoria più “memoria” delle altre (e non serve, nell’occasione, richiamare George Orwell). Dovrebbero invece esistere le memorie, tante memorie condivise di infiniti orrori che non hanno, né possono avere, una classifica di “gravità”. Perché il male non è mai “assoluto”, e la lista delle aberrazioni dell’umanità è talmente lunga che evidenziarne una su tutte, o alcune rispetto ad altre, può diventare addirittura fuorviante e controproducente. Soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, le “giornate dedicate” corrono il rischio di dividere, anziché unire. Altresì, non si può esprimere dolore “a comando”: nessun essere umano dotato di ragione e sentimento può negare l’immenso abominio della Shoah, ma dovremmo chiederci, tutti, perché quotidianamente piccoli orrori vengono perpetrati sotto i nostri occhi mentre noi li abbassiamo, come se la tanto acclamata memoria dovesse essere estremamente selettiva. Quel che sta accadendo a Gaza, da oltre tre mesi, dovrebbe quantomeno allarmarci, farci riflettere. Perché sembra, da quanto possiamo evincere dalle opinioni/certezze avanzate dai nostri media mainstream, dai nostri politici, dai nostri maître à penser, che un solo bambino inerme barbaramente trucidato (sono, invece, migliaia: ma non è una questione di “conteggio” delle vittime) non valga “nulla”, non abbia alcuna dignità, solo perché palestinese. E qui, forse, è meglio fare un passo indietro con la memoria (appunto) agli anni in cui si promulgavano le vergognose leggi razziali: perché se durante una “giornata della memoria” la politica (la lettera minuscola è d’obbligo) decide di vietare le manifestazioni a coloro che stanno evidenziando una contraddizione (ovvero la memoria che dimentica, o peggio, offende la memoria) – portando in piazza anche le ragioni dei “vinti”, ovvero di un popolo che sta subendo un autentico massacro – si prospettano e si corroborano le ragioni irragionevoli di un bene e di un male di principio, forse addirittura di una superiorità morale da parte di Israele. Superiorità, appunto. E, di conseguenza, sottomissione.
Ci troviamo dentro il cuore di tenebra, come abbiamo già scritto qualche settimana fa. E la tenebra avvolge il nostro quotidiano vivere, che sta assumendo i contorni di un piccolo “campo di concentramento” ridefinito ossimoricamente “libertà”. Viviamo in continua competizione, e per gratificare i nostri interessi siamo pronti a calpestare il prossimo senza problemi, senza scrupoli, senza il minimo rispetto. Non occorre “ucciderlo” fisicamente. È sufficiente “batterlo”, soggiogarlo con ogni mezzo, avere la meglio per rispondere ai dettami del nuovo dio, il re del mondo che “ci tiene prigioniero il cuore”. Dov’è la memoria, dove sono le buone intenzioni e i buoni propositi nel nostro comune agire nei confronti degli altri? I quasi ottant’anni che ci dividono dal 27 gennaio 1945 cos’hanno prodotto, nel nostro meraviglioso Occidente, il migliore dei mondi possibili? Pace? Solidarietà? Uguaglianza? Quanti piccoli olocausti abbiamo contribuito a generare, negli ultimi secoli, tra colonialismo, genocidi, esportazioni di democrazia e conquiste del West? E dopo la Shoah, all’indomani della scoperta del “male assoluto”, tutto l’odio è scomparso grazie alla memoria, alla terribile lezione impartitaci dalla storia?
“Mai più” un orrore come la Shoah, certo. È il monito di tutti, presidente della Repubblica in primis, un mantra che sentiamo ripetere spesso, non solo in occasione di questa triste ricorrenza. Ma la sensazione è che con il passare del tempo questo auspicio sia stato strumentalizzato fino a svuotarsi del suo significato e diventare propaganda. Quella che intende giustificare altri orrori nel nome, appunto, del preventivo “mai più”. Ieri Corea, Vietnam, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, oggi Siria, Yemen, Ucraina, Gaza, Sudan, domani in prospettiva Taiwan e chissà, forse addirittura la terza guerra mondiale non proprio a pezzetti. Che dire, poi, dell’escalation di violenza che sta imperversando sulle nostre strade, nei nostri quartieri, perfino all’interno delle istituzioni scolastiche, ovvero i punti cardine dell’educazione delle nuove generazioni? È questo che ci hanno insegnato la storia e la giornata della memoria?

 

 

IN PROSSIMITÀ DEL GIORNO DELLA MEMORIA, RICORDIAMO ANCHE LORO
SAND CREEK E GLI ALTRI MASSACRI

“Ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek” cantava Fabrizio De André in Fiume Sand Creek, nel 1981. La canzone ricorda uno dei più tragici massacri fra i numerosi che hanno condotto al genocidio dei popoli nativi americani. Il massacro di Sand Creek è stato compiuto su Cheyenne e Arapaho da parte dell’esercito statunitense durante le guerre indiane americane, avvenuto il 29 novembre 1864, quando una forza di 675 uomini del Terzo Cavalleria del Colorado sotto il comando del colonnello dei volontari statunitensi John Chivington attaccò e distrusse un villaggio di Cheyenne e Arapaho nel territorio sudorientale del Colorado uccidendo e mutilando un numero stimato in circa 150 persone inermi.
In base ai termini del Trattato di Fort Laramie del 1851 tra gli Stati Uniti e sette nazioni indiane, tra cui i Cheyenne e gli Arapaho, gli Stati Uniti avevano riconosciuto che i Cheyenne e gli Arapaho possedevano un vasto territorio che comprendeva le terre tra gli attuali Wyoming sud-orientale, il Nebraska sud-occidentale, la maggior parte del Colorado orientale e le porzioni più occidentali del Kansas. Nel novembre 1858, tuttavia, la scoperta dell’oro nelle Montagne Rocciose in Colorado, fra le terre assegnate ai nativi, provocò lo sconfinamento dei cercatori d’oro e portò le autorità federali a ridefinire l’estensione delle terre dei nativi. La nuova riserva era grande meno di un tredicesimo del territorio riconosciuto nel trattato del 1851. Alcuni dei nativi accettarono, altri invece non riconobbero il nuovo trattato il che li portò a frequenti attriti con i cercatori d’oro e contro i coloni. Mentre il conflitto tra gli indiani e i coloni e i soldati del Colorado continuava, le tribù facevano la guerra durante i mesi primaverili ed estivi fino a quando la sussistenza diventava difficile da ottenere. A quel punto, le tribù cercavano di fare la pace durante i mesi invernali, quando si rifornivano di provviste, armi e munizioni, fino a quando non sarebbe tornato il bel tempo e la guerra sarebbe potuta ricominciare. Nel luglio del 1864, il governatore del Colorado John Evans inviò una circolare agli indiani delle pianure, invitando quelli amichevoli a recarsi in un luogo sicuro a Fort Lyon, nelle pianure orientali, dove la loro gente avrebbe ricevuto provviste e protezione dalle truppe degli Stati Uniti. Il capo Black Kettle, che in passato aveva ricevuto garanzie durante un incontro con Abramo Lincoln, accettò; era a capo di circa 163 Cheyenne ai si erano aggiunti alcuni Arapaho sotto il capo Niwot. Dopo qualche tempo, ai nativi fu chiesto di trasferirsi a Big Sandy Creek. Nel villaggio vi erano solo circa 75 uomini, più tutte le donne e i bambini. Gli uomini rimasti erano per lo più troppo vecchi o troppo giovani per cacciare. Black Kettle aveva esposto una bandiera statunitense, con una bandiera bianca legata sotto di essa, sopra la sua capanna, come gli aveva consigliato il comandante del vicino Fort Lyon, per dimostrare la sua amicizia e prevenire qualsiasi attacco da parte dei soldati del Colorado. Tuttavia, a capo delle truppe vi era il colonnello John Milton Chivington, un pastore metodista e massone che aveva come colonnello dei Volontari degli Stati Uniti durante la Campagna del Nuovo Messico della Guerra Civile Americana. Chivington prese il comando di 250 uomini del 1° Cavalleggeri del Colorado e forse di una dozzina del 1° Reggimento Fanteria Volontaria del Nuovo Messico, quindi partì alla volta dell’accampamento di Black Kettle dove diede l’ordine di attaccare. Due ufficiali, il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer, si rifiutarono di obbedire e dissero ai loro uomini di non sparare. Tuttavia, il resto degli uomini di Chivington attaccò immediatamente il villaggio, ignorando la bandiera statunitense e la bandiera bianca issate in segno di pace. Inizialmente, il massacro di Sand Creek fu descritto come una vittoria contro un nemico coraggioso e numeroso, ma presto testimoni e sopravvissuti cominciarono a raccontare la verità. Furono condotte diverse indagini; il capitano Silas Soule testimoniò contro Chivington e fu assassinato poco dopo per vendetta. L’insieme delle testimonianze fu raccolto nell’Official Records of the War of the Rebellion: vi si legge come i soldati spararono anche a bambini piccolissimi, estrassero feti da donne incinte, scalparono e mutilarono i cadaveri esponendo poi le parti intime in pubblico al loro rientro. Tuttavia, nonostante le commissioni di indagine avessero condannato le azioni di Chivington, non furono mosse accuse formali contro coloro che avevano commesso il massacro. L’ex colonnello era fuori dalla portata della giustizia militare perché aveva già rassegnato le dimissioni e cosa più simile a una punizione che subì fu la fine effettiva delle sue aspirazioni politiche. I nativi, da parte loro, intensificarono gli attacchi contro i bianchi e le loro proprietà. Dopo che i dettagli del massacro divennero noti, il governo federale degli Stati Uniti inviò una commissione di esperti, e nel 1865 fu firmato il Trattato del Little Arkansas con il quale si prometteva ai nativi il libero accesso alle terre a sud del fiume Arkansas e prometteva risarcimenti in terra e in denaro ai discendenti superstiti delle vittime di Sand Creek. Tuttavia, il trattato fu abrogato da Washington meno di due anni dopo, tutte le disposizioni principali furono ignorate e il trattato di Medicine Lodge ridusse le terre della riserva del 90%, situate in siti molto meno desiderabili in Oklahoma. Le azioni governative successive ridussero ulteriormente le dimensioni delle riserve.
Sand Creek fu soltanto uno dei tragici massacri perpetrati contro i nativi. Per anni la memoria dell’espansione a ovest è stata celebrata come un’epopea e nel Novecento il cinema hollywoodiano ha ribadito l’immagine degli indiani crudeli e infidi e dei valorosi americani, fino a quando i movimenti di protesta che hanno attraversato gli Stati Uniti in concomitanza con le lotte per i diritti civili degli afroamericani e contro la guerra in Vietnam non hanno costruito una coscienza alternativa riguardo alla condizione dei nativi. Bury My Heart at Wounded Knee: An Indian History of the American West è un libro del 1970 della scrittrice americana Dee Brown che tratta la storia dei nativi americani nell’Ovest americano alla fine del XIX secolo. Il libro esprime i dettagli della storia dell’espansionismo americano da un punto di vista critico nei confronti degli effetti sui nativi americani. Brown descrive lo spostamento forzato dei nativi americani e gli anni di guerra condotti dal governo federale degli Stati Uniti contro di loro, costellate da massacri come quello al quale si riferisce il titolo, Wounded Knee, un villaggio Lakota nel quale i nativi avevano accettato di deporre le armi, e in parte lo avevano già fatto, quando i soldati cominciarono comunque a sparare, uccidendone circa 300.
Si è trattato di un genocidio? La risposta non può che essere positiva. Se in altri contesti si discute se massacri di massa o pulizia etnica corrispondano alla definizione di genocidio, non c’è dubbio che nel caso dei nativi americani si trattò esattamente di questo, del tentativo (in larga parte riuscito) di far estinguere gli indigeni combinando il diffondersi di malattie (spesso voluto, come quando si consegnavano loro coperte contaminate dal vaiolo), il provocare carestie uccidendo o distruggendo tutte le riserve di cibo alle quali potevano attingere, costringendoli a trasferimenti forzosi verso terre sempre più piccole e sempre più povere (il cosiddetto “sentiero delle lacrime”) durante i quali tanti persero la vita, i massacri veri e proprio come quelli citati. Senza contare il genocidio culturale che includeva la separazione dei figli dai genitori con la volontà di interrompere la trasmissione della cultura indigena.
Ma da queste infamie noi occidentali ci siamo rapidamente autoassolti. FC

 


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