MORTI BIANCHE DI GIORNALISMO

Esistono professioni mortali, lo sappiamo. Ma non è solo il muratore che cade dall’impalcatura al decimo piano a rimetterci la vita, non è solo il cantierista precipitato dalla gru e sepolto sotto metri di frana, non è solo lo scooterista che per consegnare la merce si sfracella. Ci sono professioni ignorate da questo punto di vista, tanto da sembrare insospettabili. Eppure, sono altrettanto esiziali.
Quando si parla, col solito sproloquio accademico, di giornalisti morti sul campo, ci si riferisce ai valorosi inviati di guerra, o a coloro che hanno perso la vita sotto i colpi dei killer per aver scritto la verità, come Daphne Caruana e tanti altri.
Ci si dimentica che sono all’opera altri killer nell’ombra, che non hanno bisogno di sparare o far esplodere bombe.
Per silenziare un giornalista può bastare una citazione civile con magistrati addomesticati, specie se il firmatario della citazione è anche lui un giudice. Ti tolgono tutto, si mangiano anche la pensione di invalidità. E tu muori.
Ora esistono anche forme più moderne e sofisticate: si paga un hacker specializzato, magari con la complicità prezzolata di un provider, ti gettano un trojan nel sito online (sul quale lavori ed hai piccole forme di sostentamento economico) e il gioco è fatto. Semplice, indolore, specie per chi di denaro ne ha tanto, o perché ne ha guadagnati a vagoni come magistrato, o perché glieli abbiamo dati a sbafo quando era parlamentare.
Ci sono giornalisti d’inchiesta che hanno combattuto camorra e mafie con articoli carichi di notizie, tali da far arrestare decine e decine di malviventi. A quei giornalisti la camorra e le mafie non hanno torto un capello. Chi li ha ammazzati sono stati i killer in doppiopetto, attraverso magistrati collusi o hacker ben pagati.
E allora, onore a tutti i lavoratori caduti sul campo.
Ma per favore, quando parlate dei giornalisti morti sul lavoro, non dimenticate la sofferenza estrema, il veleno, il dolore che sono stati instillati in tanti di noi, anno dopo anno, attraverso quella che ancora qualcuno chiama “la giustizia italiana”. Perché, almeno, di loro resti la memoria.

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