FILM CONTRO LA GUERRA SENZA MOSTRARLA / ECCO GLI “IMPERDIBILI”

Visto che la guerra è da un anno e mezzo tornata con prepotenza alla ribalta e il conflitto in Ucraina rischia di portare a conseguenze catastrofiche (e forse anche a tragici esiti nucleari), val la pena di passare in rapida carrellata alcuni must della cinematografia ‘bellica’.

In particolare quei film che hanno ‘fatto a pezzi’ la guerra senza quasi mostrarla, senza ricorrere cioè a immagini cruente e truculente, quasi scontate, corpi che saltano per aria di continuo, deflagrazioni ammazza-tutti, bombe a grappoli (non quelle inviate oggi dagli Usa a Kiev) e così via.

L’esatto contrario, per intenderci, di una pellicola come ‘1918 – I giorni del coraggio’, che pur animata dalle migliori intenzioni e ben girata dal regista Saul Dibb sei anni fa, non ci mostra altro che strazio e dolore palese, sangue e ferite ad ogni piè sospinto, tutto girato nelle trincee e nei bui rifugi della prima guerra mondiale sul fronte inglese.

Escludiamo da questa breve rassegna il film cult sul tema, quell’Apocalipse Now diretto dal grande Francis Ford Coppola nel 1979 e ispirato al celebre romanzo di Joseph ConradCuore di tenebra’, un vero j’accuse e autentico pugno nello stomaco contro la guerra in Vietnam, sul ponte di comando un inarrivabile Marlon Brando e un eccellente Martin Sheen.

Ecco le nostre ‘scelte’, pellicole che – per passare qualche bollente serata estiva ‘diversa’ – potete agevolmente trovare sulle piattaforme più gettonate, da ‘Netflix’ a ‘Raiplay’ oppure ‘Mediaset Premium’.

 

 

Una scena di “Full metal jacket”. Sopra, Tommy Lee Jones in “Nella valle di Elah”

 

 

AL VIA CON IL MITICO SERGENTE MAGGIORE ERMEY

Procediamo in ordine cronologico e partiamo da ‘Full Metal Jacket’ girato nel 1987 da uno dei registi che hanno fatto la storia del grande cinema, Stanley Kubrik, capace di ‘saltare’ con grande agilità da un capolavoro all’altro, 13 in tutta la carriera, perle come ‘Orizzonti di gloria’, ‘Spartacus’, ‘Il dottor Stranamore’, ‘Arancia Meccanica’, ‘2001 Odissea nello spazio’, ‘Shining’, ‘Eyes wide shut’ fino, appunto, a ‘Full Metal Jacket’.

Ronald Lee Ermey

Una fucilata contro la guerra in Vietnam, i suoi ‘motivi’ (sic), ma soprattutto contro il militarismo, la mentalità Marines impressa nel DNA degli Usa, il credo di West Point.

Il film è rigorosamente diviso in due metà. Epica la prima, compattissima, tutta ruotante intorno ai mesi di preparazione nel campo di addestramento di Parris Island, nella Carolina del Sud e, soprattutto, su una interprete di prima grandezza, il sergente maggiore Hartman, con uno stellare Ronald Lee Ermey. Un ‘attore’ letteralmente inventato dal genio di Kubrik: perché si tratta proprio di un ex istruttore dei Marines che, in pratica, interpreta se stesso, o meglio quello che ha fatto per anni. Congedato nei primi anni ’70 per motivi di salute, Ermey ha poi lavorato come pilota di elicotteri e… come attore.

Ecco, basterebbe quella prima ora del film e l’interpretazione del sergente maggiore Hartman-Hermey per sintetizzare, in modo magistrale, lo schifo della guerra, l’orrore per il militarismo, il disgusto per quella ‘disciplina’ fatta ingoiare agli allievi: come il povero ‘Palla di Lardo’ (interpretato da un emozionante Vincent D’Onofrio), preso di mira dal suo superiore, fatto oggetto di scherni continui, ridicolizzato, reso ‘folle’, al punto che ammazzerà Hartman e poi si farà saltare il cervello.

Quella prima ora, per le sue immagini, i suoi ritmi, le sue musiche (soprattutto il coro dei Marines di topoliniana memoria, che corre come vero leit motiv all’inizio e alla fine del film) vale dieci Oscar.

Ottima, ma più nei binari tradizionali, la seconda parte: con l’assalto al cecchino (in realtà una cecchina vietcong) e il fil rouge affidato allo studente e aspirante reporter ‘Joker’, perfettamente interpretato da Mattew Modine.

 

IL PRIMO, VERO TOM CRUISE

Passiamo a ‘Born on the Fourth of July’ (‘Nato il 4 di luglio’) di due anni dopo, per la regia di un altro maestro del cinema ‘civile’, Oliver Stone, e l’ interpretazione di un giovanissimo Tom Cruise, forse la sua migliore in assoluto, perché negli anni seguenti ‘si perderà’ soprattutto in prestazioni  da stuntman (tutta la serie di ‘Mission Impossible’, fino all’ultima in salsa romana e in uscita per il prossimo autunno).

Tom Cruise in “Nato il 4 luglio”

La trama è ispirata alla storia vera di Ron Kovic, ex marine, poi reduce, quindi attivista per la pace, scrittore e autore del libro sulla sua tragica esperienza in Vietnam.

Lui, neanche diciottenne, è straconvinto delle ragioni griffate Richard Nixon di invadere il Vietnam e sterminare la popolazione locale, fatta di selvaggi da eliminare dalla faccia delle terra.

In famiglia diventa un simbolo, soprattutto per il fratello minore. Si arruola tra i Marines e parte, per farsi maciullare dalla macchina della guerra. Torna dopo qualche mese, ferito alla spina dorsale, paralizzato dal tronco in giù, costretto sulla sedia a rotelle, le immagini degli orrori – intere famiglie innocenti e bimbi sterminati – impresse nella mente.

Torna e la sua vita non è più vita. Comincia a bere. Non sa più in cosa credere. Il padre lo convince ad andare in Messico per ritrovare se stesso, una lunga vacanza per ammazzare quei fantasmi che ormai popolano la sua testa. Conosce altri reduci e diventa ‘amico’ soprattutto di Charlie, interpretato da un ottimo Willem Defoe. Vanno insieme a puttane e scolano bottiglie di whisky, si perdono nel deserto, fanno a botte con tutti.

Penoso il ritorno a casa. Poi scatta la scintilla. Ron prende coscienza. Capisce che la sua mente e il suo corpo sono stati strumentalizzati, usati come carne da macello, per una guerra di aggressione contro un popolo che voleva solo difendere i suoi diritti e la sua terra. Rompe in modo violento con i suoi ex amici nazisti, diventa un attivista per la pace.

Un po’ didascalica, ma emozionate, l’ultima parte che si fa biografia. Le sue battaglie come ‘capo pacifista’, le sue marce, gli scontri con la polizia, e – ultime immagini – la partecipazione, proprio per raccontare la sua storia, ad una convention dei Democratici: allora sì, con Martin Luther King e il reverendo Jesse Jackson in prima fila, schierati contro la guerra, contro ogni guerra: non i democratici guerrafondai di oggi, alla Joe Biden, e prima ancora alla Bill Clinton o Barack Obama.

 

NELLA VALLE DEGLI ORRORI

Eccoci alla terza tappa. Forse il film più ‘azzeccato’ e meno noto – secondo noi – per dire NO alla guerra, alla devastazione che la guerra porta negli altri e anche in se stessi, senza mostrare immagini di guerra.

Il massimo.

Stiamo parlando di ‘In the Valley of Elah’ (fedelmente tradotto in ‘Nella Valle di Elah’), due ore di cinema allo stato puro, offerto dallo statunitense Paul Haggis, interpretato da un monumentale Tommy Lee Jones, affiancato da una stupenda e altrettanto epica Charlize Theron, alla sua prima, vera performance da incorniciare.

Riesce, Haggis, in un’impresa davvero unica: confezionare una pellicola, appunto, che fa venire man mano, progressivamente, con il passare delle scene e dei fotogrammi, il vomito della guerra; e al tempo stesso far in modo che, con l’ingrediente del thriller, lo spettatore non riesca a staccarsi dallo schermo, da quelle immagini che catturano la mente, il cuore e le viscere.

Molto sinteticamente, è la storia di un ragazzo tornato dalla guerra in Iraq con un gruppo di commilitoni; poi, al ritorno dal conflitto, in servizio presso una base militare Usa, dove ‘sparisce’.

Se ne troveranno i poveri resti, ossa e poco più, in una landa desolata al di fuori della base, i cui responsabili avvisano i genitori della sparizione.

La scena finale di “Nella valle di Elah” con la bandiera americana capovolta

Ed è così che il padre Hank (il grandioso Tommy Lee Jones, affiancato da una straordinaria Susan Sarandon nella sua pur marginale parte di madre attonita), un ex poliziotto militare ed ex ‘convinto’ combattente del Vietnam, parte alla volta della base. Dove resta fino a che non scoprirà, con l’aiuto della coraggiosa detective Sanders (la magnifica Theron, appunto), la tremenda verità: ossia che dopo una serata come tante altre, una bevuta di troppo, un litigio tra commilitoni, ecco ‘l’incidente’, il cazzotto killer, e la decisione che non resta altro che fare a pezzi il cadavere come avevano imparato in Iraq, allestire una brace e mangiarsi il corpo del commilitone tanto per fare uno spuntino notturno…

Uomini, reduci, ridotti a molto meno che bestie. Ridotti così da una guerra che li ha ammazzati dentro, resi totalmente insensibili di fronte al dolore e alla sofferenza altrui, come ci fanno rammentare le poche immagini del soldato-chirurgo che eviscera un povero iracheno.

Ma in tutto il film non c’è un solo fotogramma di guerra: né una bomba, né un assalto, né uno spargimento di sangue. E dice molto più di qualsiasi pellicola con caterve di piombo, aerei bombardanti, incendi e devastazioni a raffica: tutto ‘a monte’, perché qui è in primo piano la devastazione che la guerra ha prodotto ‘dentro’ quei militari-ragazzi, i quali hanno perso menti e cuori, frutto estremo dell’orrore bellico.

Piccola nota. Nel film c’è un cameo: la presenza, solo qualche secondo, proprio di Oliver Stone nelle vesti di un reporter televisivo.

 

La locandina di “Nelle tue mani”

P.S. A margine una segnalazione. Non ha niente a che vedere con la guerra e i film sulla guerra, ma si tratta di una pellicola molto attuale, oggi, perché ha sullo sfondo i ‘conflitti’ della banlieu parigina. Il film, per la regia di Ludovic Bernard, è del 2018 e si intitola ‘Au bout des doigts’ (in Italia distribuito con il titolo ‘Nelle tue mani’).

E’ la storia di un ragazzo ‘difficile’ – come tutti – della periferia di Parigi, con una smisurata passione fin dai cinque anni per la musica ma uso a furti, scippi, scassi con una gang di amici. Quando decide di ‘tagliare’ con quel mondo e tuffarsi tra le note cominciano i problemi. Ma alla fine ‘riesce’ e ha successo.

Non un capolavoro, intendiamoci, ma un film ben strutturato, ben recitato, su tutti il maestro-direttore del conservatorio parigino, Lambert Wilson, e la docente-contessa Kristin Scott Thomas. Uno dei ‘film con musica’ più riusciti, e con l’ingrediente in più dei bollenti temi degli immigrati di terza generazione della banlieu parigina.


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