Il “greenfare state” sostituisce il welfare, e affama i popoli

di Claudio Conti – Guido Salerno Aletta 

 

Quando sentite dire che “il debito pubblico è troppo alto” e dunque “bisogna tagliare la spesa pubblica” è certo che stia in preparazione un massiccio trasferimento di ricchezza dalle tasche dei più poveri (lavoratori dipendenti, pensionati, giovani disoccupati,) verso quelle dei più ricchi.

Il governo Meloni, in questo, non è che sia diverso dai precedenti, semplicemente ci aggiunge un tocco di presa per i fondelli in più, accompagnato da un pesante tintinnare di manganelli.

Ma la strategia economica è sempre la stessa di tutto l’Occidente neoliberista – altrimenti detto “area euro-atlantica” – da quasi un ventennio. Le politiche di bilancio degli Stati devono essere improntate alla massima austerità possibile.

Che in realtà vuol dire: inutile, anzi dannoso, spendere per mantenere un certo livello di welfare, aiutando in questo modo sia la parte debole della popolazione che la produzione destinata al mercato interno.

Il “maggior benessere” delle persone, infatti, si manifesta in maggiori consumi a livello del “carrello della spesa” e di altre merci comunque necessarie al vivere socialmente consolidato (lavatrici, frigoriferi, automobili, mobili, ecc). Ci guadagna, insomma, anche una parte del mondo delle imprese…

Ma questa austerità è a senso unico. Ci aveva già pensato Mario Draghi, alcuni anni fa, a teorizzare una differenza radicale tra il “debito cattivo” (quello, appunto, destinato alla spesa sociale) e il “debito buono” (più indeterminato, nelle sue parole).

Ed in effetti, guardando alle conseguenze delle politiche di austerità sui bilanci pubblici, persino sotto il controllo ferreo di “commissari” come Monti e Draghi, si vede che il debito pubblico è costantemente aumentato, nonostante tagli radicali a sanità, scuola, pensioni, assistenza sociale in genere.

Un fulminante editoriale del sempre acuto Guido Salerno Aletta, apparso stavolta su TeleBorsa, coglie con precisione chirurgica le due opposte politiche che hanno caratterizzato tutta l’”area euro-atlantica” a par-tire dalla “grande crisi” del 2007-208: “mentre quella di bilancio era particolarmente severa, con il Fiscal Compact che imponeva il pareggio strutturale; quella monetaria era particolarmente accomodante con i tassi a zero ed immissioni continue di liquidità.

Il meccanismo si ripete quando l’obiettivo strategico diventa finanziare e sviluppare la cosiddetta “transizione ecologica”, per la quale le imprese non intendono investire neanche un centesimo dei propri profitti. E non parliamo poi dell’aumento obbligato delle spese militari, richiesto dalla Nato e gestito dall’Unione Europea, che ovviamente ricade integralmente sulla spesa pubblica (e dunque sul debito).

Naturalmente, per evitare che i conti pubblici esplodano, queste iniezioni consistenti di “debito buono” (vero, Draghi?) andranno compensate da robusti tagli al “debito cattivo”, secondo la ben conosciuta equazione.

Non si tratta più di finanziare in disavanzo il Welfare State, le spese sociali per la sanità, l’istruzione, il diritto alla casa, l’assistenza sociale: era tutto denaro sottratto al mercato. Era tutto fatturato in meno per i privati, tutto profitto che veniva avocato dallo Stato.

Ora, al contrario, si tratta di finanziare una cosiddetta ‘Quarta Rivoluzione industriale,’“: il rischio è grande, ed è bene che gli Stati ci mettano anche i soldi, indebitandosi. Tanto, se le cose vanno male, possono sempre aumentare le tasse o mettere una bella patrimoniale.” Ciò che cambia, insomma, non è la quantità della spesa pubblica (che caso mai aumenta, invece di diminuire), ma la ragione e le finalità per cui lo Stato spende.

Ecco perché tanto silenzio nonostante i debiti pubblici che crescono: fanno comodo a chi vuole approfittare della transizione energetica ed ambientale per entrare sul mercato e fare soldi.

E cosa c’è di più promettente, per il capitale privato, di una “rivoluzione industriale” finanziata dagli Stati, in cui “ai privati” viene riservato il “gravoso compito” di raccogliere profitti tendenzialmente infiniti senza correre il ben minimo rischio?

Buona lettura.

P.s. E’ assolutamente certo che occorre agire fin da ieri per modificare radicalmente il modello di sviluppo per renderlo “compatibile” con la sopravvivenza dell’umanità su questo pianeta. Ed è quindi assolutamente certo che moltissimi investimenti andranno fatti per realizzare in simile cambiamento, rivoluzionario per dimensioni e logica.

Ma se il bastone del comando resta in mani “imprenditoriali”, questo qui descritto è l’unico esito possibile: inutile per l’umanità e il pianeta, drammatico per le figure sociali più deboli, succosissimo per il profitto privato.

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Ma il Greenfare State fa comodo al Mercato

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

La Storia è tutta un fare e disfare.

Nel 2012, appena passata la bufera sull’Eurozona, sono state adottate due strategie di politica economica completamente opposte: mentre quella di bilancio era particolarmente severa, con il Fiscal Compact che imponeva il pareggio strutturale; quella monetaria era particolarmente accomodante con i tassi a zero ed immissioni continue di liquidità.

La ragione era questa: la politica monetaria doveva correggere gli effetti negativi della politica di bilancio, che influiva anche sui prezzi portandoli a diminuire. Se i prezzi calano, tutto si blocca: chi produce si trova infatti a vendere a prezzi più bassi di quelli a cui ha comprato le materie prime.

La crisi che aveva colpito l’Eurozona era stata determinata da una serie di fallimenti sistemici: Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna avevano i conti esteri in dissesto, per la esposizione eccessiva in debiti bancari e pubblici.

L’Italia, a sua volta, aveva un debito pubblico elevato, una bilancia commerciale passiva ed una posizione finanziaria netta verso l’estero fortemente debitoria.

Il risanamento dei bilanci pubblici, accompagnato dalla politica monetaria accomodante si è interrotto a causa della pandemia, nel biennio ’20-’21, quando gli Stati si sono accollati spese elevatissime per contrastare gli effetti recessivi del blocco delle attività economiche.

Un altro fattore di enorme disturbo è stato determinato dalla fiammata inflazionistica iniziata nella primavera del ’21: la ripresa della economia, in vista della fine delle restrizioni imposte dai governi per limitare i contagi, era accompagnata da un aumento sbalorditivo dei prezzi.

I produttori di materie prime e gli speculatori sui mercati internazionali aspettavano l’occasione giusta per rifarsi.

C’è un altro fattore più importante ancora: la sfida della transizione energetica, che viene imposta come unica condizione che consente la sopravvivenza della vita sul Pianeta, impone investimenti colossali alle imprese e spese altrettanto enormi e non recuperabili per i cittadini e le famiglie.

E’ per affrontare questa sfida che è tornato centrale il ruolo degli Stati: tutto è cominciato con le “carbon tax“, con l’istituzione di specifiche imposte sulle produzioni e sui consumi considerati negativi dal punto di vista ambientale finalizzate a disincentivarli ed a finanziare gli investimenti e gli acquisti di beni compatibili con gli obiettivi ambientali.

C’è dunque una diretta correlazione tra le politiche ambientali ed i bilanci pubblici: in ogni caso, quando sarebbe troppo complesso ed impopolare imporre tasse ambientali, ad esempio aumentando il prezzo della benzina o del gasolio, si creano divieti a termine: dal 2035, ad esempio, l’Unione europea ha già previsto che non si potranno più mettere in commercio autovetture con motore a combustione interna. Si forza così la transizione verso l’auto elettrica, prevedendo da subito incentivi fiscali per il loro acquisto.

Tutta la transizione si fonda da una parte su politiche pubbliche vincolanti e dall’altra su bilanci pubblici che facciano da pompa: ai mercati, ma solo a questi fini, i deficit ed i debiti pubblici non fanno più paura.

Non si tratta più di finanziare in disavanzo il Welfare State, le spese sociali per la sanità, l’istruzione, il diritto alla casa, l’assistenza sociale: era tutto denaro sottratto al mercato. Era tutto fatturato in meno per i privati, tutto profitto che veniva avocato dallo Stato.

Ora, al contrario, si tratta di finanziare una cosiddetta “Quarta Rivoluzione industriale“: il rischio è grande, ed è bene che gli Stati ci mettano anche i soldi, indebitandosi. Tanto, se le cose vanno male, possono sempre aumentare le tasse o mettere una bella patrimoniale.

Ecco perché tanto silenzio nonostante i debiti pubblici che crescono: fanno comodo a chi vuole approfittare della transizione energetica ed ambientale per entrare sul mercato e fare soldi.

Ma i rischi finanziari, quelli veri, se li devono accollare gli Stati: si deve salvare l’Umanità.

O no?

 

 

FONTE

contropiano.org


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