MEDIA / I BOLLENTI CASI FAZIO E L’UNITA’

Continuano a divampare le polemiche sul caso Fazio e, soprattutto, su quanto ha percepito l’eterno anchorman di ‘Che tempo che fa’ negli ultimi 5 anni, sui 40 trascorsi tra le braccia di Mamma Rai.

Un Fabio Fazio che, a quanto pare, ha lasciato sua sponte Viale Mazzini, vista l’aria che tira e visto anche che il rampante canale ‘Discovery’ ha scommesso tutte le sue fiches sull’inossidabile tandem Fabio-Littizzetto, andando al rialzo, e cioè offrendo oltre mezzo milione (pare 600 mila euro) in più rispetto alla già faraonica cifra messa sul piatto Rai.

Scende in campo anche il ‘Codacons’, ossia l’associazione a tutela dei diritti dei consumatori capeggiata dal battagliero presidente Carlo Rienzi, che mesi fa aveva già presentato un esposto alla Corte dei Conti rimasto, a quanto pare, senza risposta

Parte lancia in resta Rienzi: “Il contratto che legava Fazio alla Rai è sempre stato coperto dal massimo riserbo, anche a causa delle somme esorbitanti riconosciute dall’azienda al conduttore che, secondo le indiscrezioni e le cifre circolate, avrebbe ricevuto per anni un doppio compenso al punto che la trasmissione ‘Che tempo che fa’ potrebbe aver raggiunto in cinque anni il costo record di 100 milioni di euro”.

Carlo Rienzi

Ecco i particolari denunciati dal Codacons: “Fabio Fazio avrebbe percepito 2,2 milioni di euro all’anno a titolo di cachet personale e 10,6 milioni di euro tra costi di produzione e diritti sul format ‘Che tempo che fa’ pagati dalla Rai alla società ‘Officina srl’, di cui Fazio era proprietario al 50 per cento. In più, ci sarebbero stati i costi di rete, scenografia e redazione per altri 2,8 milioni di euro e, infine, 2,6 milioni di euro per costumi, trucco, riprese interne ecollegamenti esterni che avrebbero portato la spesa totale a 18,3 milioni di euro all’anno”.

Non è finita. Punta ancora l’indice Rienzi: “Per anni il conduttore ha dettato legge in Rai, imponendo le sue condizioni alla rete e conducendo una trasmissione faziosa e di parte, dove si dava spazio solo agli ospiti graditi a Fazio, con presenze fisse controverse e contestate, contrarie ai principi del servizio pubblico, come quella del virologo Roberto Burioni”.

Che virologo neanche è, come spesso ha rammentato la ‘Voce’, trattandosi di un ‘allergologo’ al massimo esperto in riniti da fieno trasformato in Virostar da Mago Fazio.  Il ‘massimo’ venne    raggiunto dal Vate alla vaccinara in una mitica puntata del settembre 2021 quando, per rispondere alle prime voci critiche sui vaccini a causa degli effetti avversi (che adesso si stanno manifestando in modo tragicamente dirompente), e per tranquillizzare il popolo bue pontificò: “Sapete quanti sono i morti causati da vaccino in questi primi nove mesi di somministrazioni? Uno, 1 solo di numero, ed è successo in Nuova Zelanda”.

In qualunque paese non del sesto mondo, il programma sarebbe stato sospeso in via immediata; o quanto meno cacciato chi si azzardava a dire su una rete pubblica una cazzata di dimensioni così gigantesche. E invece niente. Né i vertici Rai, né il Comitato di vigilanza (ma esiste davvero?) hanno alzato un dito né pronunciato un verbo. E l’allergologo-massone ha potuto continuare tranquillamente a ‘disinformare’ con le sue lezioncine seral-domenicali alla lavagna.

Ai confini della realtà.

 

Restiamo nel campo dell’informazione e passiamo al gran ritorno dell’Unitànelle edicole, diretta da uno che la conosce bene, Piero Sansonetti, ed edita da Alfredo Romeo, mister ‘Consip’ (Romeo resta editore anche de ‘il Riformista’ora nelle salde mani del direttore editoriale Matteo Renzi e del direttore responsabile, il berlusconiano Andrea Ruggieri).


Esordisce con un bel fondo di larghissimo respiro, il figliol prodigo Sansonetti, che così conclude: “Saremo un giornale socialista, garantista e cristiano, che cercherà di tenere insieme Gramsci, Rosa Parks, Roncalli, Mandela e Pannella. Dateci una mano”.

E giorni fa aveva puntualizzato: “Come indicato da Gramsci, l’Unità continuerà ad essere dalla parte dei più deboli. E se all’origine era rivolto a contadini e operai, oggi sarà la testata anche di migranti e detenuti. Pur mantenendo sempre netta la propria indipendenza, l’Unità sarà vicina al Pd, principale forza della sinistra, al pensiero di Papa Bergoglio che, attualmente, rappresenta un punto di riferimento. In altre parole, abbracciando a pieno un’eredità storica, l’Unità sarà una testata libera e pronta ad affrontare grandi battaglie, come fu con quelle sul divorzio e l’aborto”.

Ahi ahi, primo scivolone per l’ottimo Piero. Sicuro di trovarsi al fianco papa Francesco, che ogni giorno difende il diritto alla vita, sul terreno dell’aborto? Poteva issare la bandiera della giustizia sociale, l’unica vera ‘carta identitaria’ della sinistra sinistra. E invece no, tira fuori l’aborto.

Si dichiara a favore dei deboli, degli ultimi? E non sono annoverabili tra gli ultimi, o i penultimi, giornalisti, tipografi, maestranze dell’Unità, oggi completamente dimenticati e trattati proprio – è il caso di dire – come carta straccia?

Alfredo Romeo

Diamo loro un po’ di voce. Ecco alcuni passaggi di una fresca nota. “Il 18 aprile l’Unità tornerà in edicola. Ma senza le giornaliste e i giornalisti che la storica testata della sinistra hanno difeso e fatto vivere anche negli anni bui e dolorosi della sua. In questo nuovo progetto editoriale noi, lavoratori dell’Unità, licenziati nei giorni scorsi dal curatore fallimentare, semplicemente non esistiamo. Cancellati”. Abortiti, vien da dire.

E continuano: “Siamo di fronte a un caso mai contemplato nel mondo del lavoro e che, soprattutto in ambito editoriale, può aprire scenari con esiti drammatici. Lo ribadiamo al direttore Sansonetti e all’editore Romeo: la testata sono anche i lavoratori”.

Ancora: “L’Unità è stata chiusa per le scellerate scelte dell’editore Pessina, nel silenzio complice del Partito Democratico che ne deteneva una quota e alla quale ha poi rinunciato senza darne neanche comunicazione al Cdr. Nel frattempo, parliamo di un arco di tempo lungo 6 anni, si sono perse tracce dell’archivio storico e di quello fotografico, patrimonio di questo Paese che, grazie alla nostra collaborazione e al nostro impegno, nei mesi scorsi sono stati indicati alla curatela fallimentare e ritrovati. Apprendiamo ora che anche l’archivio online è stato ceduto con la testata e appartiene al nuovo editore”.

E l’amara conclusione: “Non è una bella storia che raccontiamo e ai responsabili vecchi e nuovi diciamo un forte, corale ‘NO’. Non esiste spazzare via un intero corpo redazionale, parte indissolubile di un giornale che ha parlato sempre alla sinistra, che ha dato voce alle sue istanze. E tutto questo proprio ora con un governo di destra così aggressivo nei confronti dei fragili. Scusa Sansonetti, ma proprio non va. E lo diciamo a voce alta, senza paura, con la schiena dritta che l’Unità ci ha insegnato ad avere”.


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