BANCHE USA / ALTRE BUFERE IN VISTA, IL CONTAGIO CRESCE

Tsunami banche in arrivo negli Stati Uniti.

Pochi giorni fa documentavamo i crescenti crac di non pochi istituti di credito a stelle e strisce, iniziati con il fallimento della ‘Silicon Valley Bank’ e proseguiti nelle settimane seguenti con altri crac o massicce fughe di capitali e drastiche diminuzione del valore di tante banche di dimensioni medie.

Adesso uno studio appena elaborato da quattro economisti, capeggiati da Amit Seru della ‘Stanford University’, documenta un probabile e più che possibile allargamento a macchia d’olio, che può presto ‘contagiare’ addirittura 186 istituto di credito ‘regionali’. E’ vero, commentano gli esperti, che negli States il numero complessivo sfiora il tetto dei 4.000, ma va calcolato l’effetto contagio e il possibile propagarsi dell’incendio.

Amit Seru

“Se solo la metà dei depositanti – così ragionano – dovesse decidere, considerata l’instabilità finanziaria, di prelevare quanto ha in banca, queste 186 banche regionali, con asset da 300 miliardi di dollari, sarebbero a forte rischio insolvenza”.

Commenta per Bloomberg il fondatore di ‘Roppel Capital Management’, Jim Roppel: “Se le azioni dovessero scivolare ulteriormente, ci sarebbe un impatto su tutto il resto del mercato azionario”.

Intanto la dead line del 1 giugno drammaticamente di avvicina. L’amministrazione – come ha tuonato il Segretario del Tesoro, Janet Yellen, giorni fa – rischia il default, non essendo in grado di pagare né gli stipendi ai dipendenti pubblici, né soprattutto gli obbigazionisti che ancora sostengono il debito pubblico. Un debito pubblico che ha superato ormai il tetto dei 31 mila miliardi di dollari. Il massimo, dopo di che c’è il crac, cosa mai successa – ha lanciato l’allarme il capo della Casa Bianca, Joe Biden – in 200 anni di storia americana.

C’è solo una via di fuga: alzare il tetto, il limite. Ma lo può solo decidere il Congresso Usa con voto unanime. Mentre i repubblicani non intendono, per ora, votare lo sfondamento, se non vengono contestualmente previsti tagli alla spesa pubblica.

Verrà votato proprio sull’orlo del baratro?

Staremo a vedere.

Comunque, secondo le previsioni dell’economista francese Jacques Attali, si tratterebbe solo di prolungare l’agonia: perché massimo entro la fine dell’anno per gli Usa sarà default totale.

Forse per questo i vertici della Casa Bianca vogliono la guerra a tutti i costi; e caso mai una seconda contro la Cina.

Se l’America piange l’Europa certo non può ridere.

E può solo destare un riso che più amaro non si può vedere cosa sta succedendo in casa dell’ormai ex colosso svizzero ‘Credit Suisse’, inglobato dalla super big del credito elvetico, ‘UBS’, il cui patrimonio è ormai pari al 40 per cento del PIL nazionale.

Il settimanale svizzero ‘SonntasgZeitung’ ha appena messo a segno uno scoop pubblicando le cifre bollenti dei super bonus milionari versati per anni in nero ai manager, perché mai iscritti in bilancio. Anche per questo si sono aperte voragini nei conti dell’istituto.

Si tratta di centinaia di milioni in benefit – documenta il settimanale – prassi protrattasi fino al 2019. Tra i beneficiari, diversi ex manager americani, come Robert Shapir, già responsabile dell’Asset Management e co-responsabile della Gestione Patrimoniale di Credit Suisse; e Brady Dougan, Ceo dal 2007 al 2015.

“A parte quelli occulti – scrive ‘SonntagsZeitung’ – i bonus dichiarati sono stati oltre 30 miliardi di franchi svizzeri per i vertici aziendali in un decennio. L’amore per i bonus è proseguito anche dopo il salvataggio di marzo, visto che Credit Suisse ha confermato al management l’elargizione di premi aziendali secondo le previsioni, come indicato nel rapporto annuale del 2022”.

Nel frattempo, cominciano a fioccare i contenziosi. “Un nuovo gruppo di obbligazionisti ha fatto causa contro la decisione di azzerare bond subordinati At1 per un controvalore complessivo di 15 miliardi di franchi, provvedimento adottato dalla FINMA (l’equivalente della nostra Consob, ndr). Lo studio legale Pallas ha reso noto di aver avviato un’azione contro FINMA per conto di 90 investitori istituzionali e di 700 investitori retail e family office che avevano investito poco meno di 1,7 miliardi di dollari nei bond del Credit Suisse”.

Un altro studio legale, ‘Qinn Emanuel’, chiede per i suoi clienti risarcimenti per la bella cifra di 4 miliardi e mezzo di dollari.

E siamo in Svizzera, la cassaforte d’Europa…

 

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