Quel Primo Maggio in cui arrestarono Croce

La prima Festa del Lavoro a Napoli rievocata da Carlo Bernari

 

di Paolo Speranza

 

C’era anche il giovane Benedetto Croce, all’epoca 25enne, tra gli oltre cento manifestanti arrestati dalla polizia a Napoli nella prima Festa del Lavoro, il Primo Maggio del 1891. Il futuro filosofo fu una delle vittime della maxi retata in Piazza Mercato, dove era in programma il comizio ufficiale, che vide coinvolti soprattutto operai e studenti: “Erano circa sessanta, incatenati e scortati da poliziotti e da truppa. Questo spettacolo genera panico fra la popolazione: per cui finestre, porte e vetrine vengono chiuse tanto in fretta che molti vetri in frantumi”.

A ricostruire fatti e clima politico di quella giornata particolare è un autore d’eccezione, Carlo Bernari, che in veste di “cronista retrospettivo” realizzò un brillante reportage storico sulla Festa del Lavoro per il settimanale “Vie nuove” del 27 aprile 1952. Il primo Primo Maggio era il titolo di quel viaggio nel tempo che accompagnava i lettori in tutte le piazze delle principali città italiane per rivivere una data memorabile per i lavoratori italiani, a cui la repressione capillare e programmata delle forze dell’ordine, su input del governo Crispi, finì per conferire l’aura di un momento epico.

Carlo Bernari

A Napoli in particolare, sottolinea Bernari, le “bravate poliziesche” erano stato particolarmente feroci e premeditate, addirittura dalla sera precedente: “Ma lo stato d’assedio e l’incauta applicazione delle misure preventive, come l’irruzione al Consolato Operaio, in via Forcella, per operarvi 80 arresti, non fanno che dare uno slancio maggiore e una più larga popolarità alla manifestazione”, commenta lo scrittore di Speranzella. L’ondata di arresti non risparmiò neppure le donne (Bernari cita “la signora Lombard, Elisa Stramazzi, Vittoria Volpi”) e alcuni corrispondenti dei quotidiani romani: “né più e né meno come accadrebbe oggi ad un giornalista nell’esercizio delle sue funzioni”, chiosa polemicamente Bernari alludendo alla Celere di Scelba. In nessun’altra città come a Napoli la repressione contro i lavoratori raggiunse in quel Primo Maggio del 1891 livelli parossistici e di estrema pericolosità: “Cannoni nascosti nell’Università, corsie d’ospedale fatte liberare per accogliervi gli eventuali feriti, drappelli di truppa appiedata e di cavalleria, nascosti nei portoni socchiusi e agli imbocchi dei vicoli”, e la perlustrazione preventiva in tutta la città fin dalle prime ore dell’alba, non riuscirono tuttavia a fiaccare gli animi e la solidarietà dei lavoratori napoletani, che avevano deciso, sottolinea Bernari, “di celebrare ad ogni costo la loro festa”. In prima fila gli operai delle fabbriche, e al loro fianco i tranvieri, i cocchieri, i giornalai, un folto gruppo di studenti, alcune giovani donne della borghesia, e persino gli operai dell’Arsenale militare, nonostante le minacce ricevute dai vertici dell’esercito. Tutti con una striscia rossa sul cappello, con la scritta “Primo Maggio”, e diretti a Piazza Mercato, dove a mezzogiorno fece irruzione una colonna di dimostranti che riuscì a guidare il corteo dei lavoratori fino alla centralissima Via Toledo, nonostante le ripetute cariche della polizia. Uno scenario che Bernari avrebbe rievocato nel suo primo e più celebre romanzo, Tre operai, nelle pagine dedicate all’occupazione delle fabbriche nel 1921 a Torre Annunziata.

La prima volta del Primo Maggio a Napoli si concluse con un bilancio di arresti pesante per i lavoratori, che tuttavia da quella giornata epocale di festa e di lotta maturarono una coscienza di classe consapevole e radicata. Bernari ne affidò il bilancio critico alla lucida “voce di dentro” di un operaio metalmeccanico, Della Valle: “Grazie, signor Crispi! Col suo divieto draconiano la manifestazione operaia ha acquistato vigore e solennità”.

 

 

 


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