IL CASO SCHWAZER / SPOPOLA LA DOCU-SERIE DI NETFLIX. E IL 17 MAGGIO PROCESSO VOCE CONTRO WADA

Sta spopolando e rastrellando numeri da record la docu-serie “Il caso Alex Schwazer” visibile in tutto il mondo sulla piattaforma di ‘Netflix’.

Proprio come i numeri da record che il nostro campione di marcia faceva segnare nei suoi giorni d’oro, con le vittorie tutto sudore e fatica, ed una classe impareggiabile.

 

Due primi piani dal docufilm di Netflix. Qui Sandro Donati. Sopra, Alex Schwazer

 

CHI TOCCA I FILI MUORE

Le quattro puntate, da 45 minuti ciascuna, sono state prodotte da   ‘IndigoStories’ per la regia di Massimo Cappello: un vero e proprio ‘thriller’ sportivo-giudiziario da bere tutto d’un fiato, capace di ripercorrere con grande efficacia le tappe della vita e della carriera di Alex; e poi un mosaico di tessere messe con   meticolosa abilità una dopo l’altra per ricostruire il grande ‘plot’, il mega complotto organizzato in modo ‘scientifico’ (ma la falla alla fine salta fuori) ai danni di un atleta che aveva sbagliato una volta, si era rialzato, aveva ripreso con coraggio e serietà estrema, ma aveva anche ‘osato’ denunciare i ‘registi’ del complotto, i ‘signori del doping’, arrivando molto in alto. E proprio per questo ‘Alex doveva morire’, sotto il profilo sportivo, morale, professionale. “Quel maledetto crucco adda murì ammazzato”, come si sente dalla viva voce di uno dei co-protagonisti del plot.

Perché quando punti le tue accuse in alto, molto in alto, ai massimi vertici – in questo caso dell’atletica e del controllo del doping – allora non puoi che essere eliminato come una mela marcia, dis-organica con ‘O Sistema di potere: in cui devi ‘far parte del gioco’, devi ‘adeguarti alle ferree regole’, devi per forza essere complice. E se non ci stai, se addirittura osi sollevare la voce e perfino denunci, allora sei tagliato fuori. Per sempre. Senza appello.

Il direttore generale di Wada Olivier Niggli

E’ la Alex story, perfettamente ricostruita, tassello dopo tassello, quattro efficacissime puntate che tutti possono vedere su Netflix. Una vera lezione che servirà soprattutto ai giovani, per far capire fino in fondo a che livelli di illegalità e ingiustizia è precipitata una gran fetta del mondo sportivo, quello dove ormai regna sovrano – oltre al doping finanziario, come vediamo in modo palese nel calcio – quello fatto di sostanze vietate solo sulla carta: e invece ‘scientificamente’ legittimate dagli organismi internazionali ormai deviati, quali ad esempio la Federazione Internazionale di Atletica (IAAF fino a qualche tempo fa, ora ‘World Athletics’ ) e WADA, acronimo di ‘World Anti Doping Association’; e avallata da quella giustizia sportiva (a livello internazionale rappresentata dal TAS di Losanna) che viaggia su un piano totalmente diverso (ed opposto) rispetto alla giustizia ordinaria. Tanto che in una clamorosa intervista rilasciata a Sky qualche mese fa, il direttore generale della WADA, Olivier Niggli (dice la sua nella docu-serie) arrivò a sentenziare che la giustizia sportiva ha un valore nettamente superiore rispetto a quella ordinaria. Un mondo totalmente capovolto, letteralmente ai confini della realtà.

Ma veniamo alle quattro, imperdibili puntate della docu-serie, ‘Il caso Alex Schwazer’.

 

PRIME GRANDI VITTORIE E POI…

Le prime due partono dagli esordi, dalle iniziali ‘fatiche’ e passano in carrellata i successi, gli allori mondiali, ma anche la prima condanna per doping. La terza e la quarta, invece, sono un fuoco di fila per ricostruire la connection, la combine ai danni di Alex, per la regia del tandem IAAFWADA, scoperta da un coraggioso gip di Bolzano, che scagiona del tutto il campione e chiede si indaghi sui ‘denuncianti’ per una sfilza di reati che arrivano addirittura alla frode processuale.

Procediamo per flash, passando in rapida carrellata tutti i passaggi salienti. Con una nota preliminare. Parlano i protagonisti della vicenda, raccontano in prima persona: sembrano dei professionisti, degli attori consumati, invece sono proprio loro, gli  Alex, i Sandro Donati, il giornalista Attilio Bolzoni, i genitori di Alex, Carolina Kostner, il comandante del RIS Luciano Lago, il presidente del CONI Giovanni Malagò  e tanti altri a ricostruire il puzzle. E va detto che i primi due lo fanno con un coraggio, una passione civile veramente da brividi.

Si parte con gli esordi tutto sudore & impegno: “Il mio rapporto con la fatica nasce da ragazzino – racconta subito Alex – nasce come una sfida. E si sviluppa subito la passione per la distanza, in un rapporto man mano più stretto fra il terreno e le mie ginocchia”.

Ed eccoci presto al primo grande trionfo, alle Olimpiadi di Pechino 2008, esattamente 15 anni fa anche se pare un secolo.

Carolina Kostner

“Ho subito pensato, questo è il momento più bello della mia vita – riprende – e per questo dopo la vittoria mi sono rifugiato nella camera d’albergo. Dovevo fissare nella mente quelle immagini, quelle sensazioni, perché ancora non ci credevo”.

Poi il ritorno a casa. E a quel punto viene il difficile. Dover riprendere ad allenarsi e invece sentirsi ‘svuotato’, ‘stufo di tutto’, la fatica di concentrarsi come prima sullo ‘sforzo atletico’.

A questo punto entra in scena un personaggio che segnerà in modo drammatico il percorso di Alex. Si tratta del ‘mago’ dell’atletica, al secolo Francesco Conconi.

Schwazer e Conconi si conoscono, il secondo fa capire al primo che ormai praticamente tutti gli atleti che puntano in alto sono ‘trattati’. Come? A botte di ‘emotrasfusioni’, cioè poco prima della gara nelle vene dell’atleta viene immessa una forte dose del suo stesso sangue (prelevato in precedenza) per ottenere una molto maggior resistenza allo sforzo.

“Tutti gli atleti venivano trattati come cavie”, commenta Alex. Che non accetta, sul momento, la logica dei ‘trattamenti’, ma capisce come gira il mondo. Un altro personaggio che entra in scena è Michele Ferrari, medico e re delle emotrasfusioni, che viaggia con il suo camper e annesso laboratorio dei miracoli.

Mondiali di Berlino 2009. Alex è svuotato, sa di non potercela fare, non riesce a ritrovare grinta ed energie dell’anno prima e si ritira a metà gara.

L’anno dopo andrà meglio, europei di Barcellona. Una medaglia d’argento che però non lo rende felice, perché dentro di sé sente che sta per piombare, un po’ alla volta, in quel ‘Sistema’, sta finendo man mano in un gorgo.

Ed è così che decide il ‘fai da te’, e pensa di procurarsi da solo l’Epo. Cominciano i viaggi in Turchia, dove c’è un mercato fiorente, basta andare in farmacia e voilà, torni subito con la tua scorta.

Gareggia, ‘autotrattato’, ai Giochi Olimpici di Londra 2012. E viene scoperto. Qui comincia il primo calvario, perché subisce la prima squalifica a tre anni e mezzo decretata dalla WADA. Per la quale ha cominciato prestare la sua consulenza Sandro Donati. Ed è proprio Donati a certificare che Alex si è dopato.

Un disastro. La vita gli crolla addosso. E’ il momento della drammatica confessione davanti alle telecamere di tutto il mondo, un pianto dirotto e una confessione piena: ma ho fatto, dice, tutto da solo.

Che fare, a questo punto? Decide di rivolgersi all’unica persona che lo può realmente aiutare. Proprio Donati. “All’inizio ci siamo annusati – racconta Donati – ero diffidente, certo. Ma quello sfogo così eclatante mi aveva lasciato perplesso. Chi è veramente in malafede non confessa così, cerca sempre di negare o caso mai scaricare su altri la colpa”.

Giuseppe Fischetto

Alex decide di parlare, di vuotare il sacco fino in fondo con Donati: e solo per questo il ‘super allenatore’ e ‘cacciatore di doping’ decide di allenarlo. E cosa racconta Alex, quale il vero segreto che teneva chiuso in sé? Che della decisione di doparsi ne aveva parlato con un medico sportivo della IAAF, il dottor Pierluigi Fiorella.

A questo punto comincia il processo di Bolzano, che vede come imputati non solo Schwazer, ma anche due medici sportivi della stessa IAAF, Fiorella e Giuseppe Fischetto. Dalle intercettazioni telefoniche ne saltano fuori di tutti i colori. E soprattutto emerge l’esistenza di un database usato da Fischetto, contenente la bellezza di 12.000 analisi, e i nomi di tanti atleti che allora andavano per la maggiore, tra cui molti russi.

Donati e Schwazer fanno un patto. Alex dirà tutto ai giudici, si assumerà le sue responsabilità ma racconterà anche del ruolo perverso svolto dai medici dellaFederazione. Del database della vergogna.

Tutto succede in un’infuocata udienza del 16 dicembre 2015.

 

QUELL’INCREDIBILE BLITZ DEL 1 GENNAIO 2016

E la terza puntata si apre con l’incredibile, arci-anomala visita a casa Schwazer, a Racine, del 1 gennaio 2016, a due settimane esatte dalla clamorosa testimonianza resa davanti al tribunale di Bolzano. E’ scattata l’operazione vendetta, finalizzata a delegittimare totalmente Schwazer e, ancor più, il suo neo allenatore, Donati,

Sottolineano Bolzoni e poi Donati: “Non s’è mai visto nella storia dello sport un prelievo di urine effettuato il 1 gennaio. Lo fai in tutti i giorni dell’anno ma non in quello, perché poi il campione, la provetta rimane quasi 24 ore in un limbo. Dove tutto può succedere. Come tutto è successo”.

Di tutta evidenza, infatti, il campione è arrivato alla destinazione finale, il laboratorio di Colonia (accreditato WADA), nel primo pomeriggio del 2 gennaio. Dopo aver sostato, si scoprirà poi, a Stoccarda…

Dopo una quindicina di giorni arriva il responso della IAAF: esito negativo del test. Quindi si verificano una serie di episodi ‘strani’, tutti segni che qualcosa, comunque, sta bollendo in pentola. Donati, che sta allenando Alex in vista delle Olimpiadi di Rio con una equipe di amici messa in piedi (e tutti lavorano gratis), riceve una lettera di chiaro sapore intimidatorio. Intanto scoppia lo scandalo del doping russo.

La squalifica sportiva di Alex termina ad aprile 2016, il marciatore continua nei suoi allenamenti e la ‘bomba’ arriva il 21 giugno. La racconta Donati, con un groppo in gola: “Me lo ricordo bene, ero a Braies, e mi telefona il presidente della nostra federazione di atletica Sandro Cioci: Alex è positivo”.

A questo punto la IAAF coglie la palla al balzo e ferma subito Schwazer. L’atleta è distrutto. I suoi legali fanno ricorso d’urgenza, tutto si comincia a giocare sul filo dei giorni. Il numero uno della IAAF, Thomas Capdeville, dice che ci vogliono parecchi giorni, alla fine se ne lava le mani e non resta che far ricorso al TAS di Losanna. Il quale, a sua volta, prende tempo e decide di allestire un’udienza nientemeno che proprio a Rio, a pochi giorni dalla gara olimpica. Sarà un’udienza-farsa, tutto già deciso a tavolino: Alex viene condannato a 8 anni.

Il colpo finale. Cala il sipario sulla drammatica sceneggiata.

E comincia il processo a Bolzano, dove grazie al cielo lavora un gip, Walter Pelino, che come la ‘Voce’ ha più volte ricostruito, nell’arco di alcuni anni riuscirà a mettere insieme tutte le tessere del plot. Sudando le proverbiali sette camicie: a partire dalla lunga, estenuante battaglia per ottenere i famigerati campioni di urina dal laboratorio di Colonia, a botte di rogatoria internazionale.

Il gip Walter Pelino

Ci vorrà più di un anno affinchè il RIS di Parma, incaricato da Pelino, possa esaminare i campioni. Che però risultano insufficienti. Altro invio. E a questo punto – dopo una lunghissima trafila di accertamenti – risulteranno ‘taroccati’ nel vero senso della parola: perché il campione finale contiene una quantità esorbitante, totalmente anomala, del DNA di Alex. Segno evidente di una manipolazione, di certo avvenuto in quelle 15 ore di ‘buco nero’ nel trasporto: perché si scoprirà poi che il furgone con le provette ha sostato anche a Stoccarda, in una tappa intermedia’ dove può essere successo di tutto.

Vi lasciamo alla docu-serie per i tanti passaggi finali (compreso il capitolo delle mail bollenti intercettate dal gruppo di hacker russi ‘Fancy Bear’, soprattutto a proposito delle pressioni IAAF-WADA sul laboratorio di Colonia) che condurranno infine alla storica ordinanza del gip Pelino, il quale assolve da ogni addebito Schwazer e chiede alla Procura di aprire un fascicolo a carico dei suoi accusatori, IAAF e WADA, per una sfilza di capi d’accusa che culminano nella FRODE PROCESSUALE. Incredibile ma vero. Siamo ora in attesa di notizie dalla Procura di Bolzano che prima o poi dovrà pronunciarsi, vista l’estrema gravità degli addebiti contestati.

Non manca, comunque, chi coltiva una speranza affinchè Alex, ottenuta finalmente giustizia in tribunale, possa tornare a correre, a gareggiare. Così scrive il giornalista Mattia Chiusano:

“C’è una sottilissima speranza, quasi impercettibile, eppure esiste. Alex Schwazer alle Olimpiadi di Parigi, grazie ad uno sconto di pena rispetto alla data di fine squalifica dell’8 luglio 2024, incompatibile con una qualificazione. Una speranza che sconfina nel sogno. Ma questa storia di vittorie, cadute, doping, redenzione, amore, lotta contro i poteri invisibili sta per decollare verso tutte le parti del mondo. Verso i 195 paesi di Netflix, che dal 13 aprile offrirà sulla sua piattaforma ‘Il caso Alex Schwazer’.

Tutto da vedere, appunto, per continuare a sognare.

 

Un’aula del Tribunale di Napoli

 

IL PROCESSO VOCE CONTRO WADA

Passiamo infine alla prossima udienza del processo che vede la ‘Voce’contrapposta alla WADA. L’udienza si terrà il 17 maggio davanti alla prima sezione sezione penale del tribunale di Napoli, giudice Cristiana Sirabella: udienza clou, con un teste d’eccezione, ossia Sandro Donati, protagonista assoluto nella docu-serie e autore di un best seller uscito un anno e mezzo fa, ‘I Signori del Doping’, edito da Mondadori e contenente nella sua appendice le 89 pagine della memorabile ordinanza del gip Pelino.

L’abbiamo raccontato tante volte e qui sintetizziamo. La Voce è stata accusata di aver scritto solo falsità e menzogne (“un castello di bugie”, secondo i suoi legali; guarda caso – vera nemesi -proprio le stesse parole che usa Pelino contro WADA e IAAF!) nelle sue 18 tra inchieste pubblicate in tutto il 2017 sul caso Schwazer.

Colpevoli, insomma, di aver ‘anticipato’ di 4 anni quanto avrebbe, ad inizio 2021, messo nero su bianco il gip di Bolzano nella sua ordinanza.

Una colpa tanto grave, quello di aver visto giusto, e con largo anticipo, rispettando in tutto e per tutto il diritto-dovere di CRONACA e di CRITICA? E rispettando in tutto e per tutto le regole base del giornalismo previste dalla legge ordinaria (non sportiva, per fortuna!): vale a dire VERITA’ dei fatti (che sono incontestabili), INTERESSE PUBBLICO AI FATTI (altrettanto evidente) e CONTINENZA ESPOSITIVA (mai abbiamo trasceso nei toni)?

Se ne sono accorti perfino i vertici e i legali di WADA che mesi fa, nel corso di un’udienza (guarda caso a poca distanza dall’ordinanza Pelino), hanno chiesto di poter ritirare la querela, di ‘rimetterla’ come si dice in gergo tecnico. E il direttore della Voce, Andrea Cinquegrani, ha immediatamente respinto la proposta ‘indecente’: prima ti passo sopra con un Tir, poi faccio marcia indietro e chiedo scusa?

Abbiamo ribadito, nel corso di quella udienza, che intendiamo avere una SENTENZA in aula, una sentenza nel merito: la quale certifichi la Verità storica e soprattutto giudiziaria dei nostri articoli e inchieste, condannando WADAperché la sua querela è totalmente destituita da ogni fondamento, di puro stampo ‘intimidatorio’.

 

P.S. Per rileggere articoli e inchieste della Voce sul caso Schwazer del 2017 (e alcuni altri seguenti) basta andare, come al solito, alla home page del nostro sito e, lungo la barra a destra, trovare la casella CERCA. Quindi digitare WADA, oppure ALEX SCHWAZER: li troverete tutti. E caso mai fatelo dopo aver visto la docu-serie di Netflix. Buona visione e buona lettura!

Comunque, a seguire il link dell’ultimo pezzo della Voce sulla nostra vicenda processuale.

 

LINK  

VOCE CONTRO WADA / ALL’UDIENZA DEL 17 MAGGIO TESTIMONIA SANDRO DONATI

 

 


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