Un sistema contro il salario

Venti anni fa incontrai in un dibattito Pierre Carniti. Eravamo stati su fronti duramente contrapposti quando nel 1984 lui, allora segretario della CISL, era stato un convintissimo sostenitore del taglio della scala mobile, deciso da Bettino Craxi. Eppure venti anni dopo Carniti era molto critico sulla politica salariale di CGILCISLUIL.

Egli sosteneva che il suo accordo con Craxi era dovuto ad una emergenza e che il sindacato in certi casi può contenere la sua politica rivendicativa. Ma non può fare di questa scelta una strategia perenne e addirittura formalizzarla in accordi di concertazione eterni.

Carniti criticava proprio il patto di concertazione del 1993, con cui Ciampi e CGILCISLUIL avevano formalizzato la politica dei, bassi, redditi e definitivamente smontato il sistema contrattuale precedente.

Ora, al di là del fatto che il taglio della scala mobile del 1984 in realtà non fu un fatto a sé stante, ma l’avvio di politiche strutturali di compressione del salario, la critica dell’ex segretario della CISL coglieva un punto di fondo.

L’Italia è l’unico paese, tra quelli ricchi, nel quale sia in vigore un sistema organico di blocco e riduzione dei salari. Questo sistema si è costruito a partire da trent’anni fa, con il consenso di CGILCISLUIL, ed è operante tutt’ora. Il fatto che il nostro sia il solo paese, tra quelli occidentali più sviluppati, a registrare che il salario reale attuale sia inferiore a quello di trent’anni di fa, è la prova che questo sistema ha funzionato come doveva funzionare; e continuerà a farlo se non verrà messo in discussione.

Il trentennio di compressione dei salari si è aperto con la legislazione anti-sciopero, la legge 146 del 1990. Grazie a questa legge, e alle sue successive evoluzioni e applicazioni da parte delle autorità ad essa preposte, in Italia un vastissimo settore di trasporti, servizi, settori pubblici, ma anche privati, è sottoposto a pesanti limitazioni del diritto di sciopero.

Gli attuali scioperi della sanità in Gran Bretagna, dei trasporti in Germania, delle raffinerie, dell’energia, del sistema pubblico in Francia, in Italia sarebbero tutti fuorilegge. I lavoratori e le organizzazioni che li effettuassero sarebbero passibili di pesantissime sanzioni.

La drastica limitazione del diritto di sciopero in tutto il settore dei servizi ha tolto ai lavoratori italiani una delle leve fondamentali per migliorare le proprie condizioni. Infatti, soprattutto in questi ultimi decenni di competizione globale, in tanti paesi sviluppati spesso sono stati i lavoratori pubblici, con le loro lotte, a trainare la tenuta salariale per tutti gli altri; da noi questo non è avvenuto.

Ma naturalmente ridurre la capacità di lotta dei lavoratori del sistema pubblico e dei servizi non sarebbe stato sufficiente a bloccare i salari, soprattutto in un paese dove per quasi venti anni l’industria aveva conquistato e difeso rilevanti miglioramenti delle proprie condizioni.

Così nel luglio 1992, nel pieno di una crisi speculativa monetaria, con appena approvato il trattato di Maastricht, il governo Amato abolì per decreto, ma con la firma di CGILCISLUIL, il sistema contrattuale italiano. Che fino ad allora era fondato su tre fonti della retribuzione.

La scala mobile, che seppur ridotta dopo l’opera di Craxi ancora esisteva e tutelava automaticamente i salari dall’inflazione. Il contratto nazionale, che si applicava a tutti i lavoratori dei principali settori; e nel quale gli aumenti retributivi non erano soggetti a vincoli se non a quelli dei rapporti di forza tra le parti. La contrattazione aziendale, che però si esercitava solo nelle imprese medie e grandi.

Il successivo accordo già citato del luglio 1993 definiva nuove regole, dopo la devastazione totale dell’anno precedente, ma sanciva anche la piena subordinazione del salario a tutti gli altri fattori economici.

La scala mobile veniva definitivamente soppressa e la sua funzione veniva assorbita nel contratto nazionale, che diveniva solo lo strumento per tenere il passo con l’inflazione e non più per aumentare le retribuzioni.

Quest’ultimo scopo veniva affidato esclusivamente alla contrattazione aziendale, a sua volta limitata sia dal numero di chi vi poteva accedere, sia dal vincolo che ogni incremento retributivo doveva essere coperto dalla crescita della produttività del lavoro e dei profitti aziendali. Nella sostanza, il concetto stesso di aumento dei salari veniva soppresso nel sistema italiano.

Nel corso degli anni 90 e dei primi anni 2000 la Fiom e in sindacati di base tentarono di forzare il tetto imposto alle rivendicazioni salariali. Ci furono conflitti e molti accordi separati, ma alla fine il sistema venne confermato. Il contratto nazionale, sulla base di indici sempre più riduttivi, recuperava in ritardo e parzialmente linflazione; il contratto aziendale, là dove si svolgeva, incrementava la retribuzione, con premi sempre più variabili, anche verso il basso, e legati ai buoni profitti aziendali o ad un maggiore sfruttamento del lavoro.

Questo sistema non poteva che portare allappiattimento progressivo delle retribuzioni, perché conesso era impossibile per le organizzazioni sindacali sfruttare la congiuntura favorevole. Ciò che ha sempre fatto la IG Metall in Germania, chiedere poco nei momenti di crisi e di più quando leconomia tira, era vietato dalle regole concertative in Italia.

Quando leconomia andava male i contratti si concludevano senza neppure il recupero dellinflazione. Quando leconomia andava bene era vietato chiedere di più.

Questo modello di relazioni sindacali è in vigore ancora oggi dopo trent’anni, e semmai gli accordi più recenti lo hanno peggiorato e reso, come dicono le imprese, ancora più “esigibile”. Cioè i diritti e la stessa agibilità delle rappresentanze sindacali sono stati sempre più vincolati alla loro subordinazione alla politica dei bassi salari. Chi la sottoscrive ha il diritto ad esistere in azienda e nei tavoli di trattativa, chi la rifiuta è fuori.

CGILCISLUIL in questi ultimi trent’anni hanno scambiato il riconoscimento del loro ruolo istituzionale con il peggioramento del salario e delle condizioni dei loro rappresentati. In queste dimensioni credo che il nostro sia un caso unico nei paesi occidentali sviluppati.

Ma la compressione delle retribuzioni e il peggioramento delle condizioni dei lavoratori contrattualizzati non bastava al sistema economico, che aveva scelto di scaricare sul lavoro tutti i costi economici e tutte le condizioni di competitività.

Il salario non doveva solo restare fermo, ma doveva sprofondare. A questo sono servite tutte le leggi che hanno legittimato la peggiore precarietà del lavoro. Dal pacchetto Treu del 1997 al Jobsact di Renzi del 2015, tutta la legislazione italiana ha operato per indebolire il potere contrattuale individuale del lavoratore di fronte all’impresa.

I contratti a scadenza sempre più ravvicinata, la libertà di licenziamento, le finte partite IVA e il lavoro gratuito travestito da stage, hanno diffuso paghe miserabili per milioni di persone sotto continuo ricatto.

La stessa legge Bossi-Fini è in realtà una legge per lo sfruttamento del lavoro, perché attribuisce all’imprenditore non solo il ricatto del licenziamento, ma anche quello del permesso di soggiorno per i migranti. Non vuoi accettare di lavorare per tre euro all’ora? Non solo ti licenzio ma ti tolgo il permesso che è in mano mia, sei disoccupato e clandestino.

In tutti i paesi più sviluppati in questi decenni sono state varate leggi anti-sciopero, leggi a favore della precarietà del lavoro e contro i diritti dei migranti; in molti ci sono stati accordi temporanei di tregua salariale, ma solo in Italia tutte queste leggi e tutti questi accordi sono stati fatti assieme e sono tutti assieme operativi oggi.

E solo in Italia non c’è una legge che garantisca un salario minimo.

Tutto il sistema sindacale, politico e legislativo italiano è stato orientato alla compressione di salari, e tutto il sistema economico si è abituato alle paghe da fame.

Per questo una misura parziale ed insufficiente quale il reddito di cittadinanza, è bastata per aprire una crisi nel mercato del lavoro, che è subito diventata la campagna reazionaria e padronale contro i fannulloni. Che rifiutano condizioni da schiavi.

L’abolizione del reddito da parte dell’attuale governo non è solo una misura contro i poveri, ma soprattutto una incentivazione alla riduzione di salari. Per questo tutto il sistema delle imprese l’ha accolta con gioia.

Il sistema economico italiano si è abituato ad aver il salario come variabile dipendente e comprimibile all’infinito, e il governo Meloni reazionario e liberista cerca di interpretarne al meglio le tendenze peggiori. Per questo il governo si contrappone frontalmente al salario minimo. Per questo fa naturalmente proprio il fascismo aziendale contro le libertà dei lavoratori.

Lo sviluppo della politica salariale di questi ultimi trent’anni porterà a mettere in discussione lo stesso concetto di dimensione collettiva degli aumenti. Che sarà sempre più accusato di essere un retaggio del comunismo e un premio ai fannulloni.

Il vecchio sogno della Federmeccanica – superare definitivamente i contratti collettivi di lavoro a favore di quelli individuali – comincia ad a essere attuato dal governo.

Le mance selettive ad una minoranza di insegnanti e ai lavoratori della sanità, perché aumentare le retribuzioni a tutti sarebbe troppo oneroso. Il premio fiscale agli aumenti individuali e discriminatori nelle aziende private. Il principio della fedeltà all’impresa affermato come regola fondamentale del lavoro privato come di quello pubblico.

Insomma sempre meno soldi per tutti, ma premi ai cosiddetti “meritevoli”. Per il padrone naturalmente. Questo è l’andamento, il padrone risparmia e seleziona i fedeli.

E se proprio bisogna dare qualcosa a tutti, lo si fa riducendo le tasse, cioè facendo pagare i propri incrementi in busta paga ai lavoratori stessi, con la riduzione e la privatizzazione dei servizi pubblici e sociali.

Il modello concertativo degli anni 90 è giunto alla sua fine e senza lotte sarà sostituito dalla dittatura liberista sulle lavoratrici e sui lavoratori, con un solo ruolo concesso ai sindacati, quello della totale complicità.

La questione salariale in Italia non potrà essere affrontata senza la consapevolezza che essa è il prodotto di trent’anni di scelte politiche e sindacali. Occorrono rotture sociali, economiche, politiche e anche culturali.

Lo dimostrano le lotte in un settore produttivo in grande espansione, la logistica. Ove la supponenza e la prepotenza sfruttatrice delle imprese non hanno colto gli spazi che lasciavano al potere contrattuale dei lavoratori.

Qui lotte radicali al di fuori del sistema sindacale tradizionale hanno imposto forti aumenti salariali. Un processo di sindacalizzazione a cui, non a caso, il sistema ha risposto con violenza poliziesca e repressione giudiziaria. Senza però riuscire a fermare la tendenza positiva.

L’aumento dei salari è un obiettivo in fondo semplice, ma non è oggi una pratica “riformista”, almeno nel senso che questa parola ha assunto sotto l’egemonia liberista dell’impresa.

Occorrono rotture, continuità e intransigenza, come insegna la Francia.

Quella per il salario minimo può essere la prima vera grande mobilitazione. Ma altre devono seguire, con lo stesso spirito egualitario: rivendicare l’aumento indipendente delle paghe a tutti.

E rompere, ovunque sia possibile, il tetto di compromessi e complicità che hanno schiacciato le condizioni di chi lavora.

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