Quando gli Usa volevano arrestare i giudici della Corte penale internazionale

“Giustificato”. Questo il commento del presidente Biden al mandato di arresto contro Vladimir Putin spiccato dal Tribunale internazionale dell’Aia. Un commento che stride non poco con l’atteggiamento del suo Paese verso le decisioni della Corte in anni recenti.

Ma andiamo per ordine. Nel 2017 i magistrati della Corte avevano chiesto di aprire un’indagine sui crimini di guerra avvenuti nel corso dell’occupazione americana dell’Afghanistan e della lunga guerra contro i ribelli aggregati sotto la guida dei talebani o compiuti successivamente dall’Isis, feroce antagonista soprattutto dei talebani.

Alla Corte erano arrivate innumerevoli denunce di crimini di guerra compiuti nel corso degli anni, che peraltro erano e sono sotto gli occhi di tutti. Crimini commessi dall’Isis, dai talebani, ma anche, e forse soprattutto, dalle forze afghane gestite dagli americani, quelle ufficiali e quelle non ufficiali (vedi ad esempio The Intercept: “Gli squadroni della morte afghani della CIA”), come anche i crimini compiuti direttamente dalle forze Usa.

Il tribunale dell’Aia, però, aveva deciso di soprassedere, respingendo la richiesta dei magistrati. Per nulla rassegnati, questi ultimi avevano fatto ricorso e, dopo tanta insistenza, “Il 5 marzo 2020, la Camera d’appello della Corte penale internazionaledecide all’unanimità di autorizzare il Procuratore ad avviare un’indagine sugli asseriti crimini che ricadono sotto la giurisdizione della Corte in relazione alla situazione nella Repubblica islamica dell’Afghanistan”.

 

Crimini a grappolo

La situazione diventa critica. infatti, come annota il Center for Constitutioanl Rights“l’indagine dovrebbe indagare sui crimini commessi nel contesto del conflitto armato in Afghanistan dalle forze statunitensi o dalla CIA, da membri dei talebani e da funzionari del governo afghano”.

Ma potrebbero saltare anche teste molto più importanti, basta ricordare che quando scoppiò lo scandalo di Abu Ghraib, la prigione dove vennero seviziati migliaia di prigionieri iracheni, si dovette dimettere il Segretario per la Difesa Donald Rumsfield, perché sapeva tutto (e forse aveva autorizzato tutto, ma questo non si saprà mai).

Tante le criticità e i drammi dell’intervento Usa in Afghanistan. Non solo le barbarie isolate, anche la condotta della stessa, con bombe che spesso hanno infierito sui civili, le cui morti sono state classificate come “danni collaterali”. E di danni collaterali se ne contano a iosa, basti ad esempio, ricordare che nel solo 2006 gli States sganciarono sul Paese 7.423 bombe.

Ma anche che nei “232 attacchi avvenuti durante i primi sei mesi di guerra, gli Stati Uniti hanno sganciato circa 1.228 CBU [cluster bomb], contenenti 248.056 submunizioni”, come denunciava Human Rights Watch.

 

L’ira di Bolton

Erano le famigerate bombe a grappolo, vietate dalle convenzioni internazionali (che gli Usa non hanno recepito) perché rilasciano sul terreno bombe di minore potenza che esplodono toccando il suolo, flagellando un’ampia area; ma spesso rimangono inesplose, uccidendo in seguito ignari malcapitati.

Ma al di là dei particolari, resta appunto che i magistrati dell’Aia intendevano avviare un’indagine sulle oscurità dell’Afghanistan. A rispondere a tale iniziativa fu il Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, il quale, a nome degli Stati Uniti, dichiarò che l’iniziativa era “inspiegabile” e “assolutamente pericolosa”, aggiungendo che qualsiasi indagine contro le forze statunitensi era “del tutto infondata e ingiustificabile”.

Fin qui il fuoco di sbarramento. Quindi le minacce: “Vieteremo ai giudici e ai pubblici ministeri [della Corte] di mettere piede negli Stati Uniti. Emaneremo sanzioni e apriremo un’inchiesta penale contro di essi”…

 

Khan, il derubricatore

Le indagini della Corte, dato il forte contrasto, languirono, tanto che nel 2019 si decise di soprassedere. A modificare ancor più le cose, il ritiro degli americani dal Paese, che però, ovviamente, non ha inciso sui crimini pregressi.

A seguire, un altro significativo cambiamento. Il procuratore capo dell’Aia deve cedere il posto al suo successore, Karim Khan, cioè l’uomo che nei giorni scorsi ha emanato il mandato di arresto contro Putin.

Khan si insedia il 16 giugno del 2021 e, trascorse le vacanze estive, decide subito di risolvere una volta per tutte la spinosa questione afghana. Gli americani non ci sono più nel Paese, spiega in una dichiarazione ufficiale del 27 settembre 2021, e l’Afghanistan è ormai governato dai talebani.

Tanti mutamenti richiedono una decisione radicale. Ed è questa: “Nell’appressarmi a riprendere le fila dell’indagine, sempre se mi sarà concessa l’autorizzazione a procedere, sono consapevole delle risorse limitate a disposizione del mio Ufficio rispetto all’entità e alla natura dei crimini di competenza della Corte che sono, o sono stati, commessi in varie parti del mondo. Ho quindi deciso di concentrare le indagini del mio Ufficio in Afghanistan sui possibili crimini commessi dai talebani e dallo Stato islamico – provincia del Khorasan (“IS-K”) – e di derubricare gli altri aspetti dell’indagine”. Inutile aggiungere verbo…

 

Arrestare Putin?

Ma arriviamo al presente, nel quale qualcuno si interpella se il mandato di arresto contro Putin possa essere eseguito. Ora, è alquanto ovvio ciò che ha affermato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmjtry Medvedev, cioè che l’arresto di Putin “equivarrebbe a una dichiarazione di guerra” al suo Paese.

Ma, nonostante il rischio Terza guerra mondiale, c’è chi non scarta l’idea, anzi. Ad esempio il senatore americano Lindsey Graham, il quale ha chiesto a Tony Blinken se Putin verrebbe arrestato nel caso in cui mettesse piede negli Stati Uniti.

Invece di rigettare il quesito come folle, spiegando al suo altrettanto folle interlocutore i tragici rischi connessi, il Segretario di Stato ha risposto: “Beh, non posso anticiparlo, perché devo guardare le leggi e le regole. Come sai, noi non siamo partecipi della CPI”, cioè la Corte dell’Aia.

La leggerezza con cui si è svolto lo scambio di battute su una questione tanto esplosiva rende l’idea della tragedia in cui versa il mondo. Per quanto riguarda Lindsey Graham, poi, forse è il caso che si metta d’accordo col suo compagno di merende Bolton – col quale condivide il Credo neocon e l’idea di un ingaggio diretto degli Usa nel conflitto ucraino – per decidere se a finire in galera debba essere Putin o i giudici dell’Aia.

 

 FONTE

 

piccolenote.ilgiornale.it 

 

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